“Sognando la pace”, dialogo con Meri Lolini

 

sognando la pace meri lollini“Dobbiamo renderci utili per operare la pace che è la madre dell’accoglienza, della disponibilità al dialogo per superare le chiusure che non sono strategie di sicurezza, ma producono ponti sul vuoto”.

Così scrive Meri Lolini nell’introduzione del suo ultimo romanzo, “Sognando la pace”, edito da Aracne (marzo 2017).

L’autrice è nata a Massa Marittima e vive a Firenze. Analista chimico in un ente pubblico per lavoro, ma scrittrice per passione, è alla pubblicazione del suo quinto libro. Meri Lolini ha deciso, questa volta, di trattare di immigrazione. Ha deciso di dare voce, attraverso la scrittura, ai tanti rifugiati in fuga dai loro paesi in guerra. Come lei stessa scrive, finché non sarà garantita la pace in ogni angolo del mondo, non potremmo chiamarci umanità.

Nel suo ultimo libro “Sognando la pace” tratta un argomento molto delicato, l’immigrazione. Ci racconta brevemente la storia? Da cosa ha tratto ispirazione?

Il romanzo affronta il tema dei migranti che è molto dibattuto e vissuto in questo periodo. Ho deciso di scrivere questa storia per parlarne in occasione delle presentazioni e negli articoli che ne deriveranno. Ho voluto dare voce a questa gente ispirandomi alle tante storie che sentiamo in televisione e ai tanti articoli che leggiamo sui nostri giornali.

È un viaggio di fuga dalla Siria verso le coste italiane. È una storia di fantasia che ha come protagonista una donna siriana, moglie e madre di tre figli, che solo per portare in salvo la sua famiglia affronta e progetta questa fuga da Quibare. Sono tante le difficoltà, sia pratiche sia psicologiche, che affronteranno in questo esodo. In questi mesi di fuga, però, Fatma e la sua famiglia incontreranno persone pronte ad accoglierli e ad aiutarli, si intrecciano rapporti di fiducia e di amicizia”.

Perché ha deciso di dargli la forma del romanzo?

Calare queste problematiche in una storia significa renderla fruibile in maniera più semplice e quindi più facile da diffondere.

Lei racconta della Siria e dei bombardamenti su Aleppo. Ritiene si raggiungerà mai la pace in quelle zone di guerra?

Voglio sperare che si arrivi alla pace anche in quei territori, anche se mi rendo conto che è compromessa sia dai pensieri sia dalle azioni che vengono perpetrate anche in questi giorni. L’umanità sarà degna di chiamarsi tale solamente quando tutti potranno, e dovranno, esprimere il proprio parere senza che nessuno entri in conflitto.

Inizia la storia citando la giornata mondiale della preghiera indetta da Papa Francesco. Perché questa scelta?

Sono convinta che Papa Francesco abbia fatto molto e dato un segno inequivocabile con questa giornata che vuole superare ogni diversità sia di religione che di etnia per arrivare con una preghiera universale a quel Dio che implora. Ribadisce che non c’è nessun Dio che vuole affermarsi con la guerra.

Dobbiamo pensare che quando si parla di guerre è facile localizzarle lontane da noi e credere che capiti ad altre persone. Allora è doverosa una domanda: “Se l’altro fossimo noi?” Se i bambini vittime fossero i nostri figli o i nostri nipoti, ci sentiremmo più prossimi a questa sofferenza. È necessario tenere ad ogni angolo del pianeta per sentirsi “cittadini del mondo”. 

Racconta anche dell’ISIS e della sua potenza distruttiva. In questo mese è esposta a Firenze, città in cui vive, una riproduzione dell’Arco di Palmira. Il monumento era stato costruito dai romani tra il II e il III secolo d. C. ed è stato distrutto nel 2015 dai miliziani dello Stato islamico. Cosa significa per lei?

L’ISIS, sia in Iraq che in Siria, ha distrutto molti siti archeologici e trafugato reperti per finanziarsi. Atti di barbarie che tolgono le testimonianze della storia ai suoi popoli rendendoli più deboli di paragoni e confronti. La terra dell’ISIS è quella della vecchia Mesopotamia, resa fertile, come ci insegnano i libri di scuola, dalla presenza dei due fiumi, Tigri ed Eufrate. È proprio questa la garanzia della ricchezza di questo territorio. A Firenze, in questo mese, in Piazza della Signoria è stata esposta una riproduzione dell’Arco di Palmira a testimoniare che la storia ha una sua voce. Questa struttura nella piazza mette a confronto due culture e le rende entrambe importanti da tutelare.

Nel libro si parla di sindrome di Ulisse, causa di sofferenza per molti migranti. Cosa vi sta alla base e come ritiene possa essere superata? Come si possono aiutare i migranti in questo caso?

I migranti possono essere aiutati solo con l’accoglienza e facendoli sentire parte importante dell’umanità. La sindrome di Ulisse si ha quando per queste persone in fuga dalle guerre esiste un prima, un dopo e la paura di un futuro. Solo se il migrante riuscirà a considerare questa fuga come un’evoluzione della propria esistenza non incorrerà nel tormento della nostalgia e nel considerarsi un perseguitato.

Può essere causata anche dalla paura del cambiamento?

Sicuramente anche la paura del cambiamento e di come viverlo darà luogo ad una profonda insicurezza e la bassa autostima avrà la meglio.

 La famiglia nel corso del viaggio incontra anche delle persone disposte ad aiutarla.
Nella storia di “Sognando la pace”, la famiglia siriana trova una persona che in Turchia, da Suruc fino a Bodrum, li aiuta. Quest’uomo si chiama Ilke, che tradotto significa “principio”. Fatma considera questo nome come un buon auspicio, un augurio e lo identifica nell’inizio della sua fuga. Ilke le fa notare che, in realtà, significa “principio normativo” ma è anche lui contento di questa nuova interpretazione. Incontrano poi anche una giornalista italiana che li aiuterà una volta giunti a Palermo.

Una volta in Italia a fare differenza è l’accoglienza, intesa come l’idea di costruire ponti e abbattere muri. Cosa significa per lei? A che punto ritiene si trovi l’Italia?

L’Italia è la terra dove arrivano i migranti e il nostro Stato sta facendo molto sia a livello istituzionale che come volontariato. È stata anche redatta una normativa per i minori non accompagnati per tutelarli da eventuali forme di sfruttamento. L’Italia ha messo in atto sia il progetto Mare Nostrum sia il progetto Triton per salvare vite dal naufragio in mare. Qui i ponti sono stati quelli dalla barca degli scafisti alle navi italiane che, accogliendo e ristorando questa povera gente, hanno dato un esempio di grande umanità nel mondo. Ogni volta che poniamo una difficoltà ad un’apertura creiamo un muro perché intralciamo sia il dialogo sia la pace, cioè la madre dell’accoglienza.

 

Alice Pagani

Alice Pagani, nata a Verona il 21/06/95. Attualmente studente di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali, Diritti Umani presso l'Università degli Studi di Padova. Da sempre lettrice accanita, amante di lingue, culture e nuovi posti da scoprire. SocialNews mi permette di coltivare la passione per la scrittura, applicando, allo stesso tempo, gli studi universitari. Cosa sono per me i diritti umani? Tutti quei diritti che spettano a ognuno in quanto essere umano presente sulla Terra, non sono ammesse discriminazioni. 

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