Codice Rosa tra innovazione e polemica

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Secondo l’Istat, le donne vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita sono più di 6 milioni, il 31,5% della popolazione femminile di età compresa tra i 16 e i 70 anni. Appare evidente come la situazione sia estremamente drammatica e permei l’intera società coinvolgendo diverse fasce di età, ceti economici e classi culturali.

Si tratta di un vero e proprio fenomeno sociale che necessita di interventi mirati volti all’ individuazione ed alla tutela dei soggetti colpiti. In questa direzione muove l’emendamento Codice Rosa che emerge tra le modifiche apportate dalla Legge di Stabilità per l’anno 2016.

Il Codice Rosa è un percorso interno al Pronto Soccorso rivolto a tutti coloro i quali hanno subito atti di violenza: uomini, donne, anziani e bambini. L’idea nasce nel 2010 nella regione Toscana, più precisamente nell’ Azienda USL 9 di Grosseto, per rispondere in maniera diretta ed efficace alle vittime di maltrattamento. Nel momento in cui viene riconosciuto ed assegnato un Codice Rosa si attiva un team operativo composto da medici, infermieri e psicologi formati per individuare ed affrontare questa particolare problematica. Il paziente viene condotto in una stanza apposita in cui riceve sostegno psicologico e le cure mediche necessarie. La persona viene immediatamente tutelata e resa consapevole dei vari strumenti a disposizione per affrontare la propria condizione di disagio. Il personale specializzato si occupa di informare il paziente offrendo la possibilità di rivolgersi ai vari centri anti violenza presenti sul territorio e di sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Il percorso di protezione e aiuto prosegue anche successivamente alla dimissione attraverso l’intervento di un assistente sociale e di uno psicologo che si occupano di guidare la vittima nell’ affidamento ai servizi sociali o alle varie associazioni regionali.

I risultati parlano chiaro: nella regione Toscana gli accessi in Pronto Soccorso per Codice Rosa sono aumentati di anno in anno, passando dai 1.455 del 2012 ai 3.049 del 2015, con un conseguente incremento del numero di denunce.

Questo percorso sembra aver individuato i punti chiave per poter trattare in maniera puntuale un tema estremamente complesso.

Il CR permette, innanzitutto, l’individuazione dei soggetti vittime di violenza, questione importante vista la reticenza di chi subisce maltrattamenti. Il rapporto dell’Unione Europea sulla violenza contro le donne ha dimostrato come, a livello psicologico, intervengano diversi fattori che impediscono la denuncia. Spesso, nella vittima si attiva un meccanismo cognitivo diretto verso la soluzione dotata del minor impatto sull’ equilibrio della vita quotidiana. La denuncia prevede un investimento emotivo e psichico maggiore del subire inermi il maltrattamento. Potrebbe, infatti, comportare la perdita del proprio matrimonio, della propria abitazione, del proprio sostentamento o, più “semplicemente”, la perdita della propria dignità. Diviene evidente come, in queste condizioni di vulnerabilità psicologica, i soggetti debbano ritrovarsi all’ interno di un luogo amico, che possa alleviare, almeno in parte, il senso di agonia ed imbarazzo causato dal maltrattamento. L’ascolto rappresenta un ulteriore elemento che rende il CR un percorso valido ed efficace nel trattamento di tali casistiche. Essendo coinvolti meccanismi psicologici e sociali complessi, la persona vittima di violenza necessita di un intervento immediato all’ interno di un sistema accogliente e familiare che fornisca tutti gli strumenti necessari per affrontare il problema.

Nonostante i risultati raggiunti, la volontà di estendere il Codice Rosa a livello nazionale è stato oggetto di numerose critiche, mosse, soprattutto, dai centri anti violenza. Lo Stato viene accusato di non aver tenuto conto dell’esperienza maturata dalle associazioni nei lunghi anni di intervento sul territorio.

Le polemiche si incentrano sull’invasività di questo protocollo nei confronti dei soggetti vittime di violenza, in particolare delle donne, alle quali verrebbe negata la libertà di scegliere. La vittima che si reca in ospedale per ricevere le cure adeguate verrebbe a trovarsi in una sorta di trappola: sarebbe vincolato a seguire un percorso pre confenzionato lesivo dei suoi diritti. L’attuazione del CR ricalcherebbe ulteriormente la condizione di sottomissione e disuguaglianza vissuta dalla donna all’interno della società. Fornendo un servizio di tutela, lo Stato non fa altro che confermare la propria superiorità, assoggettando la donna alle proprie logiche di potere.

Attraverso questo complottismo femminista viene a perdersi il focus sulla questione.

Le disuguaglianze di genere esistono, la violenza sulle donne è un fenomeno sociale che affonda le radici nella considerazione millenaria della donna come figura debole ed indifesa. Trattandosi, tuttavia, di questioni culturali molto profonde e radicate, viene richiesta una presa di coscienza, ma anche un’azione concreta. Occorrono, infatti, strumenti validi in grado di tutelare nell’ immediato chi necessita di aiuto.

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Il Codice Rosa ha dimostrato come un numero sempre maggiore di donne decida autonomamente di intraprendere questo percorso come primo passo verso un reale cambiamento, a livello personale e sociale.

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