Pocket Stories: scoprire il mondo attraverso le storie delle persone

Un progetto internazionale che permette di vincere i pregiudizi e valicare i confini tra migranti e viaggiatori. L’intervista alla fondatrice, Ingi Meeus

Marta Regattin

Perché il termine migrante assume una connotazione così negativa rispetto al termine viaggiatore? Questa è la domanda attorno alla quale si sviluppa Pocket Stories, un progetto che raccoglie storie di viaggi e migrazioni cogliendo tutte le possibili sfaccettature di questi concetti al fine di celebrare la bellezza delle diversità culturali nel tentativo di sostituire la connotazione negativa attribuita al fenomeno delle migrazioni dai mass-media e dalla politica con un’idea positiva e una prospettiva nuova sul fenomeno.
Pocket Stories nasce in un periodo decisamente significativo a livello storico: il mondo è attraversato da grandi migrazioni da sempre, ma, negli ultimi anni, guerre e povertà hanno fatto spostare milioni di persone (244 milioni solo nel 2015) dal loro Paese di nascita verso Nazioni pacifiche e più ricche (come l’Europa), ma raramente disposti e in grado (culturalmente ed economicamente) di accoglierli. Oggi, lo spostamento di massa di intere popolazioni è da pochi percepito come un’emergenza umanitaria a cui tutti devono, per forza, far fronte nella quotidianità. Inoltre, anche a causa del recente aumento di episodi terroristici, molto più spesso i pregiudizi nei confronti del diverso, lo straniero, il possibile terrorista, hanno la meglio sull’altruismo e sul senso di empatia nei confronti di un altro essere umano in difficoltà. Nella storia, la migrazione si è sempre configurata come qualcosa di molto negativo, come l’invasione di un territorio con la conseguente distruzione di tutto, o quasi, quello che era presente prima dell’arrivo degli invasori e con lo sfruttamento delle risorse.
Con la fine del colonialismo, ma già prima, all’inizio del ‘900, le migrazioni hanno cominciato ad assumere una connotazione decisamente diversa: la necessità di sopravvivere o, semplicemente, vivere in condizioni migliori ha portato milioni di persone (anche Italiani) a spostarsi in Paesi più ricchi. Ma le migrazioni, oggi, non hanno smesso di sembrare, agli occhi di chi accoglie, o, almeno, dovrebbe provarci, invasioni violente di persone diverse, difficili da integrare, che intendono sfruttare le Nazioni ricche perché hanno poca voglia di lavorare nel loro Paese e pensano che la vita sia più facile, e, magari, anche aspirano ad imporre la loro cultura allo Stato ospitante. Ma questo è solo uno dei significati, sicuramente il più diffuso, attribuito al concetto di migrazione.
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Dove e quando è cominciato il progetto
Il progetto “Pocket Stories” nasce come idea nel 2013, diventa un progetto concreto nel 2015 e, da quest’anno, dispone di una vera e propria organizzazione. È nato in Norvegia, ma le idee e le storie che diffonde, raccontate da chi desidera condividere la sua esperienza di migrante, vengono da tutto il mondo. Ingi Mehus, la fondatrice di Pocket Stories, racconta come e perché è nato questo innovativo e recentissimo progetto. Ingi è nata in Corea del Sud ed è stata adottata da una famiglia norvegese quando aveva 3 mesi. A 19 anni ha lasciato la Norvegia e, per i 10 anni successivi, ha vissuto e lavorato sempre all’estero, avendo così l’occasione di entrare in contatto con diverse culture e molte persone. “In questo periodo ho iniziato a mettere in discussione la mia identità norvegese” spiega “A causa del mio aspetto asiatico, le persone che incontravo facevano fatica a vedermi come Norvegese e mi etichettavano spesso come migrante coreana”. Ingi si era sempre sentita Norvegese al 100% e l’etichetta di “immigrata” attribuitale la metteva a disagio. Non gradiva essere identificata come migrante.
“C’era una parte di me di cui ancora non ero cosciente.” Lavorando per la IOM (International Organization for Migration) nel 2012 in Tajikistan, Ingi comincia a riflettere sulla connotazione negativa automaticamente attribuita al significato di “migrante”, anche in seguito all’incontro con due ragazze, Ajselj e Grace, una di origini macedoni e l’altra nata in Zambia, oggi residenti, rispettivamente, in Germania e negli Stati Uniti. Le due ragazze, al contrario di lei, si definiscono “migranti” e le raccontano le loro storie. “Quando Ajselj e Grace mi hanno chiesto se mi fossi mai considerata una migrante, ho risposto di no. Da quel momento, però, ho iniziato a presentarmi come una Coreana Norvegese. Comprendendo i loro conflitti interiori come migranti, ho realizzato che anch’io sono una di loro e dovrei essere orgogliosa di esserlo. Intendo cambiare l’immagine negativa attribuita al concetto di migrazione”.

Gli obiettivi di Pocket Stories
Il progetto intende, innanzitutto, ampliare il concetto di “migrazione” confrontandolo con quello di “viaggio” e far comprendere quali siano le sue numerose sfaccettature. In tema di migrazione, la maggior parte delle persone pensa solamente a due tipi di migranti: i rifugiati politici e i richiedenti asilo. In realtà, questi rappresentano una parte esigua del fenomeno, solamente il 9%.
Raramente parliamo di altri tipi di migrazioni e viaggi: c’è chi si sposta per lavoro, per studiare all’estero, chi viene adottato da bambino e cresce in un Paese diverso da quello di nascita, gli scambi culturali tra studenti appartenenti a Stati lontani, coloro i quali si trasferiscono in un’altra Nazione per cambiare stile di vita, e per ultimi, ma non per importanza, i turisti. Pocket Stories desidera modificare la percezione di questo fenomeno e smantellare stereotipi raccontando storie che lo contestualizzino storicamente e statisticamente e sensibilizzino chi le ascolta. Il fenomeno delle migrazioni va anche oltre i numeri: le persone sono portatrici di idee, stili di vita e nuove prospettive. Il pluralismo culturale rappresenta una ricchezza, il contatto con altre idee e culture si configura come uno scambio: non ha senso temere che la propria cultura e il proprio stile di vita vengano messi in discussione da questo scambio, né è giusto che i viaggiatori siano sempre benvenuti mentre i migranti no.
Il progetto intende, infine, celebrare le diversità culturali, sostituire la paura delle migrazioni con la stessa curiosità suscitata dal viaggio e sottolineare l’importanza della libertà, di cui tutti dovrebbero godere, di spostarsi in tutto il mondo in base alle proprie necessità.
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Chi racconta e chi ascolta
Alcuni “storytellers” sono contenti di condividere la propria storia, altri non ritengono che l’esperienza maturata sia così interessante da essere inserita nel progetto. Dopo aver raccontato la propria storia, molti cominciano a riflettere sulla propria identità, soprattutto chi, come Ingi, non aveva mai pensato a se stesso come ad un migrante, e, soprattutto, chi possiede un background europeo. Chi ascolta le storie si sente libero, a sua volta, di condividere la propria esperienza o rivolgere domande. Molti si sorprendono nello scoprire di essere stati anche loro migranti almeno una volta nella vita, magari studiando o lavorando all’estero.
Uno dei messaggi chiave del progetto è ricordare alle persone che, in un modo o nell’altro, siamo tutti connessi con il fenomeno della migrazione (magari i nostri nonni sono migranti e hanno cambiato città per trovare un lavoro migliore) e che i “migranti” non sono stranieri provenienti da un altro Paese, ma parte di un unico, grande e continuo movimento umano universale: quello verso la ricerca di una vita migliore.
Sul sito ourpocketstories.org si trovano numerose storie ed interviste, compresa quella a Ingi Mehus.
“Spero che il progetto possa arricchire gli altri migranti come successo a me con le storie di Ajselj e Grace” conclude Ingi.

Marta Regattin, collaboratrice di SocialNews

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