Una responsabilità europea

La minaccia terroristica ha assunto un volto nuovo, per questo motivo la reazione dev’essere comunitaria: Parlamento Europeo e Consiglio non si sono fatti trovare impreparati e hanno promosso una strategia anti-terrorismo europea

Alessia Mosca

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Il terrorismo è un nemico con cui il mondo occidentale si confronta oramai da decenni. L’Unione Europea e i suoi cittadini, in modo particolare, sono stati spesso bersagli: mirando ad essi, si è voluto, spesso, colpire l’insieme dei diritti, delle libertà e la struttura democratica che l’Europa rappresenta nel mondo. Tra il 2009 e il 2013, negli Stati membri dell’Unione Europea vi sono stati 1.010 attentati falliti, sventati o riusciti. In essi sono rimaste uccise 38 persone. Sono moltissimi, inoltre, i cittadini europei rapiti o assassinati in tutto il mondo da gruppi terroristici.

Nell’ultimo anno e mezzo è cambiato molto: la minaccia terrorista in Europa ha assunto un volto nuovo, se è possibile molto più preoccupante di quanto non sia mai stato, anche nei momenti più bui della storia occidentale recente. L’ennesima dimostrazione che a nulla servono muri, steccati, confini. Il nemico non è più “altro da noi”, ammesso che lo sia mai stato. Non ha più un passaporto diverso dal nostro, non è più facilmente identificabile e isolabile. Ad attaccare l’Europa al cuore sono stati cittadini europei, ragazzi di vent’anni nati e cresciuti nello stesso territorio nel quale siamo nati e cresciuti noi e i nostri figli.

Dalla strage di Charlie Hebdo la risposta europea è diventata più difficile. I cittadini sono stati assaliti dalla paura. Purtroppo, non sempre la risposta delle istituzioni e della politica a queste preoccupazioni è stata responsabile. Alcune forze politiche hanno lucrato su questa paura, esasperando la diffidenza verso tutto ciò che è diverso, alimentando pericolose tensioni a puri fini propagandistici ed elettorali. Anche i Governi nazionali sono stati colti impreparati: gli attentati di Parigi e Bruxelles hanno mostrato delle entità statuali fragili, vulnerabili, impreparate ad una guerra che non si combatte più in trincea, che non ha più eserciti e campi di battaglia. Una guerra che si muove sul piano della persuasione e della manipolazione, che sfrutta l’assenza delle istituzioni nelle periferie (ideali, non solo geografiche) per inculcare odio e desiderio di vendetta verso una società che ha lasciato ai margini. Una guerra che corre sul filo delle conversazioni su internet, che ha nuove dinamiche organizzative, che è molto più fluida e complessa di quelle a cui siamo sempre stati abituati, che attraversa facilmente i confini tra gli Stati europei e quelli tra l’Europa e il resto del mondo. Una risposta efficace a questa nuova guerra non può arrivare dai singoli Stati: è l’Unione Europea a doversi assumere la responsabilità di una risposta integrata ed organica, che preveda misure a breve, medio e lungo periodo. Negli ultimi mesi, le tre istituzioni europee hanno lavorato molto su questo tema, definendo azioni volte a proteggere il più possibile la cittadinanza.

Già nel 2005, il Consiglio Europeo – la riunione dei Capi di Stato e di Governo europei – ha adottato la strategia antiterrorismo della UE, incentrata su quattro pilastri principali: prevenzione, protezione, perseguimento e risposta. In tutti i pilastri, la strategia riconosce l’importanza della cooperazione con i Paesi terzi e le istituzioni internazionali. Negli ultimi anni si sono susseguite numerosissime riunioni, sia del vertice dei leader, sia dei Ministri di Giustizia e Affari Interni, dedicate all’ideazione ed all’implementazione di misure adeguate. Tra le ultime, il 24 marzo scorso, in seguito agli attentati di Bruxelles, i Ministri di Giustizia e Affari Interni e i rappresentanti delle istituzioni europee hanno adottato una dichiarazione comune in cui si chiede, tra le altre cose, l’adozione urgente, a partire già da aprile, della direttiva PNR (Passenger Name Record – registro di prenotazione europeo, una misura che richiede la raccolta sistematica, l’uso e la conservazione dei dati sui passeggeri dei voli internazionali) da parte del Parlamento Europeo e l’incremento dell’alimentazione e dell’uso delle banche dati europee ed internazionali nei campi della sicurezza, degli spostamenti e della migrazione.

Il Parlamento Europeo ha raccolto l’esortazione del Consiglio, procedendo all’approvazione della proposta di direttiva, a lungo bloccata in seno all’Assemblea europea a causa delle preoccupazioni di molti deputati in materia di tutela della privacy dei cittadini. Preoccupazioni che non abbiamo certo abbandonato: nella stessa sessione abbiamo votato anche il pacchetto sulla protezione dei dati. In questo modo, il Parlamento Europeo ha rimarcato la propria autonomia ed il proprio ruolo di tutela a tutto tondo dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini. Il compromesso così raggiunto ha permesso di coniugare maggiori poteri delle autorità pubbliche in materia di sicurezza ad un rafforzamento delle garanzie per l’aspetto della protezione dei dati.

La nostra maggiore preoccupazione, che ci ha guidati nel complesso lavoro di questi mesi, è di non cedere alla paura di questo momento storico rischiando la perdita di libertà fondamentali conquistate con grande fatica proprio grazie alla costruzione del progetto europeo: non si possono mettere a rischio dei diritti per garantirne degli altri. Ora, più di sempre, dobbiamo avere la responsabilità e la lucidità di agire con la consapevolezza del quadro più grande, tenendo ben presente la società europea del futuro nella quale vogliamo crescano i nostri figli.

Alessia Mosca, Eurodeputata

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