Multiattorialità e complessità “culturale”

Quasi dieci anni dopo gli attacchi qaedisti condotti a Londra e Madrid, il terrore jihadista torna a colpire l’Europa, ma questa volta per mano dell’Islamic State. In che modo l’Isis conquista cuori e menti degli jihadisti?

Arije Antinori

AntinoriG
li attacchi terroristici che hanno colpito le metropoli europee di Parigi e Bruxelles ribadiscono tristemente, ancora una volta, il ruolo di protagonista assunto dal terrorismo nell’odierno mondo globalizzato. Ogni giorno i media riportano notizie, immagini e video relativi alle azioni violente condotte dagli attori di quello che abbiamo ormai imparato a considerare come movimento jihadista globale. Esso risulta disomogeneo al proprio interno. Talvolta, addirittura rappresentato da entità terroristiche in disaccordo tra di loro non solo sulla strategia da adottare, ma, ancor prima, sulla visione di mondo proposta e cercata attraverso l’uso più indiscriminato della violenza, del terrore. Il jihadismo trae origine nella totale distorsione violenta ideologizzata e strumentale del concetto islamico di Jihad proponendo, anzi, celebrando l’uso della violenza eterodiretta, della guerra in nome di Dio quale unica via attraverso la quale aderire ai precetti coranici e testimoniare la propria fede. Antinori1
I due maggiori interpreti del movimento jihadista globalizzato risultano essere, ad oggi, Al-Qaeda e l’Islamic State. Questi si differenziano in modo sostanziale sul piano strategico: il primo persegue l’obiettivo della costituzione dell’Ummah – la comunità di fedeli – transnazionale globale; il secondo, nato tra l’altro dalle radici di Al-Qaeda in Iraq (AQI), si propone quale risultato primario la riconquista dei territori dell’antico Califfato, la cui estensione ad Occidente giungeva fino all’Andalusia, l’odierna Spagna. Appare evidente, in entrambi i casi, la principale caratteristica del jihadismo del XXI secolo – l’espansionismo violento – che trova, quindi, la sua linfa vitale nel Web come piattaforma comunicativa di per sé già globalmente diffusa, in grado di raggiungere i più remoti angoli della Terra, interconnettendo tra di loro in un continuum spazio-temporale di terrore, dolore e insicurezza percepita, gli spettatori, al contempo cittadini e vittime delle azioni più violente ed indiscriminate condotte dagli attori del terrorismo contemporaneo.

Antinori2Quasi dieci anni dopo gli attacchi qaedisti condotti a Londra e Madrid, il terrore jihadista torna a colpire l’Europa, ma questa volta per mano dell’Islamic State. Parigi, una delle metropoli più cosmopolite al mondo, città simbolo della rivoluzione che nella storia segna la fine del potere assoluto della monarchia traghettando il Vecchio Continente nell’età contemporanea e Bruxelles, la capitale simbolo dell’Unione Europea in quanto sede delle Antinori9sue Istituzioni di Governo divengono il teatro della ferocia jihadista. La ferita si fa ancora più profonda nel momento in cui, giorno dopo giorno, l’Europa prende coscienza che quello che si trova ad affrontare non è un nemico esterno, un barbaro invasore venuto da lontano, bensì sono i suoi stessi figli, i giovani cittadini europei che hanno scelto la strada della radicalizzazione più violenta, quella del terrore. È così che, non solo l’Europa francofona, ma l’intera Unione prende atto che quella “caduta” citata nell’apertura de “l’Odio”, il celebre film del regista Mathieu Kassovitz, che nel 1995 raccontava l’esplosività delle banlieu parigine, mostra oggi l’impatto di un “atterraggio” reso ancor più pericoloso dalla capacità della retorica jihadista di sedurre le menti dei giovani di terza generazione, facendo leva sulle frustrazioni dei soggetti più vulnerabili fino a favorirne l’“innesco” all’azione violenta, lasciando il proprio Paese per raggiungere le fila dell’autoproclamato Islamic State, dando vita al cosiddetto fenomeno del “foreign fighting”, o colpendo in modo indiscriminato, più o meno organizzato, come nel caso del “terrorismo molecolare”, se non del tutto spontaneistico (è questo il caso del “lone wolf”, il lupo solitario) nelle proprie città.

Antinori4La complessità multiattoriale del jihadismo contemporaneo impone di osservare con estrema attenzione ciascuno dei suoi interpreti, presenti in modo del tutto differenziato sullo scenario europeo, in quello siriacheno e in quello mediterraneo, in un magma sempre più pervasivo. Si determina, quindi, una competizione tra Califfato e qaedismo basata sulla violenza orientata contro un unico comune bersaglio, l’infedele, il miscredente, l’apostata, il crociato, chiunque rappresenti non più una minaccia, ma Antinori3altro rispetto all’ideologizzazione violenta dell’Islam, in una trasformazione in cui la visione strategica sembra lasciare il campo alla determinazione tattica come necessità di autoaffermazione e realizzazione individualizzata, nonché di compensazione delle proprie pulsioni sadiche. Si vedano, in tal senso, i prigionieri arsi vivi o affogati nelle gabbie, lanciati dai tetti dei palazzi, crocifissi, sgozzati e decapitati in set scenografici che non hanno nulla da invidiare alla filmica hollywoodiana con la quale molti jihadisti occidentali sono cresciuti. In tal senso, nell’attività di osservazione ed analisi ai fini della prevenzione e del contrasto, vi è un elemento di sistema che non deve essere assolutamente ignorato: la coltivazione iper-violenta, attraverso il Web, soprattutto dei più piccoli.

A man types on a keyboard in front of a computer screen on which an Islamic State flag is displayed, in this picture illustration taken in Zenica, Bosnia and Herzegovina, February 6, 2016. Twitter Inc has shut down more than 125,000 terrorism-related accounts since the middle of 2015, most of them linked to the Islamic State group, the company said in a blog post on Friday.    REUTERS/Dado Ruvic - RTX25PB7

A man types on a keyboard in front of a computer screen on which an Islamic State flag is displayed, in this picture illustration taken in Zenica, Bosnia and Herzegovina, February 6, 2016. Twitter Inc has shut down more than 125,000 terrorism-related accounts since the middle of 2015, most of them linked to the Islamic State group, the company said in a blog post on Friday. REUTERS/Dado Ruvic – RTX25PB7

Ciò avviene grazie all’alfabetizzazione, resa particolarmente attraente dal poter utilizzare una app per cellulari in cui, a ciascuna delle lettere dell’abbecedario arabo, corrisponde un elemento del mondo militare o, in alternativa, nel trasformare grottescamente il capo di una vittima in un pallone da calcio o, ancora, coinvolgendo un piccolo gruppo di bambini a partecipare ad una sorta di caccia al tesoro all’interno di uno scenario roccioso, ove scovare adulti prigionieri legati, lì nascosti come prede per essere uccisi a colpi di pistola dai giovani predatori chiamati a mettere in pratica le tecniche militari insegnate dal proprio maestro. Sono questi i protagonisti dell’incessante produzione di video brandizzati al-Hayat, il principale media producer dell’Islamic State, il quale, unitamente a riviste e libri in pdf, documentari, canti di battaglia, suonerie per cellulari, stickers e wallpapers compone la “jihadisfera”, un complesso di contenuti disponibili on-line in modo aperto ventiquattrore su ventiquattro. Tutto ciò costituisce la Antinori5linfa digitale jihadista indispensabile a favorire l’ormai nota dinamica di autoradicalizzazione grazie alla disponibilità, anche da parte dei giovanissimi, di un dispositivo mobile, spesso senza la presenza o il controllo dei propri genitori. Per stimolare in modo ancor più avvolgente il coinvolgimento degli adolescenti, l’Islamic State realizza i cosiddetti mod, files contenenti un insieme di modifiche in grado di alterare, a livello grafico e funzionale, un videogioco, dando così la possibilità ai giovani gamers di prendere parte virtualmente, con le effigi dell’Islamic State, ad operazioni di urban warfare, guerriglia urbana, all’interno di scenari metropolitani resi sempre più realistici. Il modding e la gamificazione del conflitto su cui poggiano le narrazioni jihadiste sono una strategia comunicativa idonea a creare identità e community in grado di moltiplicare esponenzialmente non solo la capacità di disseminazione attraverso le piattaforme social, in particolare Twitter, i prodotti della propaganda digitale, ma di generare e rigenerare la complessa quanto seducente “cultura del terrorismo”.

Antinori6Al contempo, l’Islamic State si rivolge ai suoi giovani proto-jihadisti post-adolescenziali fornendo loro un’identità digitale in cui riconoscersi del tutto nuova rispetto al passato ed in grado di disseminarsi grazie ai meccanismi di feedback e rinforzo positivo, inc entivandone la creatività distruttiva attraverso la costituzione spontanea di gruppi hacker per compiere azioni on-line mirate soprattutto all’infiltrazione ed all’acquisizione fraudolenta di dati presenti nei siti istituzionali del “nemico crociato”. Ciò con l’obiettivo di Antinori8generare interesse nel “jihackismo”, la sub-cultura ibrida nata dalla fusione del cool jihad, un j ihadismo di superficie spesso quale forma di reazionarismo e situazionismo viol ento con la deriva più distruttiva della cultura hackerista ed hacktivista.
Viene quindi proclamato lo United Cyber Caliphate (UCC) che raccoglie a sé tutti i cyber-gruppi per attestarsi come macro-contenitore delle avanguardie jihadiste da nutrire giorno dopo giorno di retorica violenta, con un solo obiettivo: conquistare le menti e i cuori delle generazioni future per poter annientare le culture altre, utilizzando il Cyber-Caliphate come cavallo di Troia per giungere definitivamente alla conquista globale, prima di tutto, pericolosamente, culturale.

Arije Antinori, Criminologo, Coordinatore del “CRI.ME” LAB, Laboratorio di Criminologia, Comunicazione di Crisi e Media dell’Università di Roma “La Sapienza”

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