Lo schiaffo dell’Isis al futuro dei bambini

Il coinvolgimento dei più giovani mostra la volontà dell’ISIS di rafforzare le proprie radici sul territorio, puntando, contemporaneamente, a garantirsi la sopravvivenza futura, costruita sulle quotidiane violazioni delle libertà e dei diritti dei Siriani e degli Iracheni rimasti

Angela Caporale

www.lindro.it

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Tocca all’UNICEF, con un comunicato stampa, denunciare la chiusura forzata di tutte le scuole in ampie zone della Siria da parte delle autorità islamiche. 670.000 bambini rimasti nel Paese non hanno più nemmeno la possibilità di accedere all’istruzione, almeno finché non saranno approvati e sviluppati dei nuovi curricula ritenuti conformi all’Islam. Nei territori occupati, infatti, la legge in vigore è la Sharia, interpretata in maniera particolarmente invasiva e, quindi, considerata come principio regolatore anche dell’educazione dei minori. Non è la prima volta che un gruppo islamista investe denaro ed energie nella formazione “retta” dei giovani. Basti pensare ai videogiochi prodotti da Hezbollah per stimolare i giovani libanesi a considerare Israele alla stregua di un nemico assoluto da combattere, oppure alle scuole fortemente impregnate dell’ideologia islamista diffuse in tutto il mondo arabo. Quello che stupisce, e indigna, della decisione dell’ISIS è la volontà di bloccare il sistema educa- tivo in toto, interrompendo ogni attività delle scuole presenti nella zona. Mentre i bambini di Raqqa, Deir al-Zor e Aleppo sono costretti a rimanere a casa (quando ancora ce l’hanno), gli insegnati devono essere “re-formati” per poter svolgere la loro attività in maniera corretta. L’UNICEF stima che circa metà dei 4 milioni di bambini ancora presenti in Siria non frequenti né la scuola elementare, né la scuola media con regolarità. La decisione dell’ISIS non fa che aggravare questo vuoto, creatosi anche a causa degli attacchi alle scuole costati la vita a oltre 160 scolari nel 2014. Il rischio di danneggiare un’intera generazione di Siriani privata dell’educazione di base non è connesso solo alla chiusura delle scuole: centinaia di bambini rimasti senza scuola sono esposti ai pericoli e alle minacce degli jihadisti, sempre attenti a trovare un modo per rimpolpare le proprie fila.

Il timore è che si diffonda anche in Siria la pratica di coinvolgere orfani, trovatelli e bambini ingenui nei combattimenti. I primi esempi, testimoniati da foto o video realizzati a Mosul, Iraq, la scorsa estate, si limitano ad un utilizzo mediatico dei più piccoli, ma il numero di bambini soldato arruolati nell’esercito del “califfo” sono drammaticamente in crescita. Al di là delle immagini di propaganda, sono numerosi i rapporti delle agenzie Onu attive ai confini dello Stato Islamico che raccontano di centinaia di donne rapite per diventare mogli dei guerriglieri e di gruppi sempre più ampi di bambini-soldato.
Bambini di 13 anni vengono costretti ad imbracciare le armi e a marciare insieme agli jihadisti più anziani. I loro compiti comprendono il controllo di alcuni check point, l’arresto di civili ed il controllo di luoghi strategici, esattamente come i loro colleghi adulti. I bambini-soldato morti, poi, vengono considerati anch’essi martiri, orgoglio dei genitori e delle famiglie perché caduti nella difesa della loro “causa”.
Le poche immagini che ci arrivano da città come Raqqa, dove, appunto, oggi non esistono più scuole aperte, mostrano manipoli di giovanissimi jihadisti raccolti attorno alle bandiere nere mentre ascoltano e ripetono versetti del Corano o principi della Sharia. Il coinvolgimento dei più giovani mostra la volontà dell’ISIS di rafforzare le proprie radici sul territorio, puntando, contemporaneamente, a garantirsi la sopravvivenza futura, costruita sulle quotidiane violazioni delle libertà e dei diritti dei Siriani e degli Iracheni rimasti. Nonostante gli attacchi aerei statunitensi, lo Stato Islamico sembra rinforzare ogni giorno la sua influenza nelle zone controllate. Lo scenario generale si complica costantemente, i dubbi e le incertezze su cosa resterà del Medio Oriente tra qualche anno sono sempre più insistenti. C’è chi sostiene che il fondamentalismo sia la sola soluzione a cui può giungere una generazione cresciuta sotto l’egida della religione nella sua interpretazione più ristretta ed integralista.
Tuttavia, è troppo presto per considerare questo l’unico sbocco possibile. È difficile ipotizzare un esito certo per questo ampio processo. Quello che è certo è che alcuni dei principi fondamentali che fondano la (nostra) stessa idea di Stato, basata sul rispetto dei diritti inalienabili, non sono soltanto messi in dubbio, ma anche calpestati quotidianamente da un attore tanto spaventoso quanto nuovo, da affrontare e provare a conoscere in quanto tale, al di là di antipatie e pregiudizi, analizzando ciò che fa. E, se i suoi obiettivi prevedono la chiusura delle scuole e l’arruolamento dei più giovani, non è possibile fare altro che condannare con forza la sua condotta.

Angela Caporalecaporedattrice di Socialnews

Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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