Palmira, sopravvissuta alla barbarie

Oggi, per fortuna, Palmira è stata liberata. Conosciamo lo stato del sito archeologico e molte sono le proposte avanzate dagli studiosi di tutto il mondo per la sua “rinascita”. Ripercorriamo le vicende dell’assedio

Maria Teresa Grassi

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Le drammatiche notizie provenienti dal sito archeologico di Palmira, invaso dalle truppe dell’Isis e fortemente minacciato da distruzioni e devastazioni, hanno determinato la creazione di un nuovo spazio nel sito web dedicato alla Missione Archeologica Italo-Siriana di Palmira (Pal.M.A.I.S.), in cui monitorare le vicende in corso attraverso le mie parole e le mie esperienze in quanto direttore della missione e ultima archeologa italiana ad aver lavorato nel sito.
Palmira è stata liberata il 27 marzo scorso dopo più di dieci mesi di occupazione da parte delle truppe dell’Isis.
È stato possibile verificare lo stato di salute dei monumenti e dei reperti conservati nel sito archeologico. Il direttore delle antichità siriane, Maamoun Abdulkarim, al termine del primo sopralluogo a Palmira, giudica l’antica città in condizioni migliori di quanto avesse temuto: “Ci aspettavamo il peggio, ma, nell’insieme, il complesso è in buono stato. Avremmo potuto perdere completamente Palmira”. L’area sud-occidentale del sito sembra quella sopravvissuta meglio alla barbarie delle truppe dello Stato Islamico. L’occupazione, tuttavia, non è stata indolore.

Non esistono più il grande tempio di Bel, quello di Baalshamin, le torri funerarie e il grande arco lungo la Via Colonnata. Ma, soprattutto, è stato barbaramente assassinato il direttore del sito e del museo per oltre quarant’anni, l’archeologo Khaled al-Asaad. Proprio la brutale uccisione di al-Asaad aveva portato l’attenzione dei media sulla situazione di Palmira. In questa sede vorremmo ripercorrere le drammatiche tappe dell’occupazione e delle distruzioni, diventate simbolo del tentativo dell’Isis di colpire l’Occidente alle sue radici archeologiche e culturali attraverso le dichiarazioni, le interviste ed i contributi pubblicati durante l’ultimo anno su varie testate.

Nel maggio del 2015, in un’intervista rilasciata a ADN Kronos, esprimevo la prima, spontanea preoccupazione per quanto stava accadendo a Palmira. “Non è per il caso personale di Palmira, ma non si può restare a guardare, bisogna cercare di fare qualcosa – sottolineavo, ponendo l’attenzione anche sul rischio di saccheggio del prezioso museo della città – È un museo ricchissimo, nel quale sono conservati i famosissimi rilievi funerari. A Palmira c’erano queste tombe collettive dei clan locali che ospitavano fino a 300-400 persone. Ogni loculo era chiuso da un bellissimo rilievo con il ritratto del defunto. Sono reperti molto noti, anche perché ne sono conservati numerosi in tutti i musei del mondo, dal Louvre al British”. Il rischio ulteriore era rappresentato dal mercato nero dei reperti archeologici. Si tratta di una modalità di finanziamento delle attività terroristiche già osservata in altre situazioni in Medio Oriente.

Intervistata da Cultura & Culture nel giugno scorso, tornava alla mente come Palmira stava cambiando: “Per caso siamo stati l’ultima missione a lavorare nel sito archeologico di Palmira, nel novembre del 2010. Sceglievamo ogni anno novembre soprattutto per il clima, né troppo freddo, né troppo caldo, e per evitare il vento, grande nemico dei lavoratori di scavo. Rispetto al 2007, primo anno di missione, la città sembrava in fermento. Vi erano molte ristrutturazioni, costruzioni di alberghi e ristoranti, ci si dava da fare per incrementare il turismo attraverso l’abbellimento della parte moderna della città (Tadmor). Il sito archeologico era ben sorvegliato durante tutto l’anno, non solo dal personale del Museo e della Direzione delle Antichità, ma anche dai Beduini assunti come custodi dalle varie missioni internazionali”. Durante l’estate, le notizie provenienti dalla città andavano peggiorando di giorno in giorno. La distruzione del tempio di Baalshamin è stato un brutto colpo: l’Isis ha scelto uno dei monumenti meglio conservati. In particolare, la cella del tempio era intatta. “Assistiamo impotenti (alla distruzione del patrimonio culturale siriano). Siamo qui a dircelo, ma finora non è cambiato niente – commentavo ai microfoni di ADN Kronos – Non so fino a quando si potrà andare avanti così in Siria”.
Alle immagini del tempio distrutto è seguita la terribile notizia dell’assassinio di Khaled. Lo conoscevo bene. Era in pensione, ma era la memoria storica di Palmira. Con la mia missione abbiamo collaborato con il figlio di al-Asaad, che ne aveva preso il posto. Ricordo che veniva spesso a trovarci sullo scavo e che era sempre attento e interessato a quello che avveniva. Una perdita dura per tutto il mondo archeologico.palmira2

A Linkiesta, invece, ho spiegato perché i templi di Palmira erano così unici ed importanti. L’unicità del tempio di Bel e di quello di Baalshamin si doveva prima di tutto all’ottimo stato di conservazione delle due celle, giunte fino a noi praticamente intatte. Non sono molti nel mondo i templi arrivati fino a noi in quelle condizioni. Ma la loro importanza si deve anche alla particola- rità sotto il profilo architettonico e artistico, come espressione di una “romanità orientale”, una caratteristica tipica e unica di Palmira. Non so quanto ne siano consapevoli. Non so se tra gli accoliti dell’Isis ci siano anche archeologi. Quello che hanno distrutto era un simbolo di tolleranza di Palmira, che esaltava due divinità massime di due pantheon diversi. C’erano, infatti, due Zeus, uno della cultura mediterranea proveniente dai Fenici e l’altro dalla Mesopotamia. E a Palmira convivevano. Un caso unico di convivenza pacifica di divinità, ora così drammaticamente colpita. Grottescamente, potrebbe addirittura essere una casualità: credo sia molto difficile che chi ha messo quelle cariche esplosive ne fosse consapevole. Per noi che conosciamo la storia, questa distruzione si carica di simboli e valori talmente potenti da fare anche più male di quello che, forse, si immaginano loro. E, se possibile, ancora più orribile. Nella stessa occasione c’è stato modo di riflettere sull’obiettivo di queste distruzioni così spettacolarizzate: a tal proposito, credo che l’Isis voglia soltanto l’attenzione mediatica. Non ci sono moventi “culturali”, ammesso che si possa definire “culturale” un’opera di distruzione. Se riguardiamo alla storia degli ultimi mesi, emerge chiaramente questo aspetto: i miliziani dello Stato Islamico hanno conquistato Palmira all’incirca a maggio; poi due mesi e mezzo di silenzio; quindi l’uccisione di Khaled al Asaad; nuovo calo di attenzione; poi la distruzione dei templi. Credo vogliano soltanto la nostra attenzione. Anche perché c’è una certa arroganza in questi gesti, come fossero uno sberleffo, nel vederci imbelli e impotenti di fronte alla distruzione.

Oggi, per fortuna, Palmira è stata liberata. Conosciamo lo stato del sito archeologico e molte sono le proposte avanzate da-gli studiosi di tutto il mondo per la sua “rinascita”. Tra l’altro, come evidenziato in un’intervista rilasciata a marzo al Corriere della Sera, si potrebbero utilizzare le nuove tecnologie, come la stampa 3D, per donare nuova vita al sito ed, eventualmente, ricostruire qualche monumento, naturalmente quando la guerra sarà conclusa e se questa sarà la volontà del popolo siriano. Qui non si può procedere per anastilosi, la ricostruzione con le pietre esistenti, tecnica nella quale gli Italiani eccellono, proprio perché quei beni sono stati disintegrati.
Resta il dolore per una perdita immane, di parte dei monumenti di un luogo che – come nessun altro – rappresenta l’incontro tra Oriente ed Occidente. La speranza è che, a guerra finita, Palmira possa rinascere, diventando un simbolo contro la barbarie e portando una speranza per il futuro.

Maria Teresa Grassi, Professore associato presso il Dipartimento di beni culturali e ambientali dell’Università di Milano e direttore della Missione Archeologica Italo-Siriana di Palmira (Pal.M.A.I.S.)

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