L’evoluzione del radicalismo islamico

Gli attentati di Parigi e Bruxelles hanno marcato la storia europea e hanno aperto una nuova fase della sicurezza internazionale, superando l’approccio adottato dopo l’11 Settembre

Monica Esposito

ISIS Europe 2016 All Data Quando si descrive il fenomeno del terrorismo in Europa ricorrono due definizioni: “foreign fighters” e “radicalizzazione”. Il primo si riferisce ad una tipologia di attori, i “combattenti stranieri” che dall’Europa partono per il Siraq. La “radicalizzazione” è, invece, il processo che fa riferimento alla dimensione contestuale, ideologica e psicologica che comporta una visione estremista e manichea del mondo. Sebbene il radicalismo islamico in Europa sia sotto i riflettori, il fenomeno non è assolutamente nuovo, né, tantomeno, statico. Si pensi all’esistenza in Belgio, fino al 2015, della cellula locale della più ampia rete “Sharia4”, con base nel Regno Unito. Il terrorismo europeo è un fenomeno fluido. Cambia i suoi connotati continuamente e da ogni cambiamento emergono dinamiche diverse.

1. BREVE INTRODUZIONE DEL RADICALISMO
Alcuni autori(1) hanno individuato un legame controverso tra “attivismo” e “radicalizzazione”. Sedgwick, ad esempio, sostiene che la differenza tra radicalismo e attivismo è che, mentre il primo ricorre alla violenza come mezzo di espressione, il secondo non lo fa necessariamente. Per il Professor Khosrokhavar dell’EHESS, la “radicalizzazione” è un “mezzo di espressione politica che serve ad esternare una situazione sociale e si può esprimere sia attraverso la violenza, sia sotto forma di dissenso silenzioso(2)”. La radicalizzazione è un processo proprio anche degli ambienti della Destra Neonazista in Germania. L’accezione “islamica” alla radicalizzazione diventa popolare dopo l’11 Settembre. Secondo Khosrokhavar, infatti, il riferimento al mondo islamico permette di evocare una retorica transnazionale che include concetti quali jihad e Oumma. Non è inusuale parlare di attivismo: la radicalizzazione ha assunto i tratti di una “rivolta nichilista(3)” contro una società in cui non ci si riconosce. In questo, la retorica dell’ISIS, il linguaggio apocalittico di una missione vincente – il Califfato – ha offerto un canale di espressione alla ribellione radicale di giovani che sentono di non appartenere alla comunità di cui sono membri, del Paese di cui sono cittadini.

I soggetti del radicalismo (identikit del foreignfighter)
Può sembrare insolito ridurre il terrorismo ad una rivolta nichlista. In realtà, è la chiave attraverso la quale va letto il fenomeno dei foreign fighters in Europa. A testimoniarlo sono proprio i soggetti coinvolti. Si tratta prevalentemente di ragazzi molto giovani, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, se non più giovani, il cui percorso di vita è stato spesso caotico e segnato da atti di microcriminalità. Appartengono alla seconda o alla terza generazione di migranti, perlopiù di origine maghrebina, che vivono ai margini della società, in quartieri “ghettizzati”, quali, ad esempio, la banlieu Nord francese. In questa condizione, l’individuo percepisce se stesso come de-umanizzato. Per questo motivo, come afferma Franco Cardini “la manifestazione di religiosità diventa una questione di identità(4)”.

La ricerca dell’identità
La dimensione soggettiva è l’elemento centrale intorno al quale ruota il fenomeno dei foreign fighters. Tre elementi si combinano insieme: il senso di esclusione, il mancato senso nazionale e la ricerca di un’identità. Possiamo, infatti, definirlo come un problema “identitario”. Una ricerca incessante di un posto a cui appartenere, un senso – quello di appartenenza – che l’Islam e, in particolare, lo Stato Islamico, è adatto a fornire.
Ci si trova di fronte ad uno scisma generazionale, in cui i giovani europei cercano di far convivere un’ereditata identità musulmana con quella europea. Proprio in questa condizione l’individuo esacerba la percezione soggettiva di una realtà crudele fatta di pregiudizi sociali e razziali. Il senso di riscatto trova un ottimo mezzo di espressione nel jihad in quanto si compone di due dimensioni(5): una negativa, anti-sociale e anti-dominazione, e una positiva, l’affermazione di sé e il senso di sacrificio e di riscatto per un’intera comunità. Il senso di profondo distacco con la comunità di appartenenza è emblematico negli attacchi a Bruxelles del marzo scorso, nei quali gli attentatori hanno colpito parti della stessa città in cui abitavano e la linea della metro che, probabilmente, sarebbe loro servita a tornare a casa. Emerge, qui, la tendenza autodistruttiva, oltre a quella anti-istituzionale.numero di FF

Il contesto esterno: la periferia come facilitatore
La condizione psicologica sopra descritta deriva da fattori contingenti. I quartieri di provenienza, Molenbeek o la periferia Nord di Parigi, registrano tassi elevatissimi di disoccupazione. In Belgio, il Paese da cui sono partiti molti jhadisti per unirsi all’ISIS, la percentuale di disoccupazione oscilla tra il 30 ed il 40%, sopratutto tra i giovani. Senza avere accesso a strutture scolastiche adeguate, questi optano spesso per forme di criminalità. In una delle testimonianze raccolte da un’inchiesta effettuata nel quartiere di Molenbeek dal giornale Vice si evince come l’ondata migratoria arrivata in Belgio dal Marocco e dalla Turchia negli anni ’60 abbia dato priorità al lavoro “per nutrire, ma non per educare i propri figli(6)”. Ora, questi si ritrovano ad attingere le proprie esperienze da una realtà virtuale. Non bisogna incorrere nell’errore di definire la periferia come un elemento di radicalizzazione, quanto, invece, come un facilitatore. Gli immigrati musulmani e turchi possiedono un grande senso di comunità che si traduce demograficamente nella concentrazione in alcuni quartieri della città. Ciò facilita il contatto con ambienti della comunità salafita e con persone che, essendo partite per il Siraq, ritornano nello stesso quartiere con un bagaglio culturale e di esperienza notevole. Il passaparola e il contatto tra elementi radicalizzati ed altri “radicalizzabili” che convivono nello stesso quartiere o che frequentano lo stesso bar permette la costruzione di un network.

2. IL NETWORK: DAI “LUPI SOLITARI” AD UNA RETE ORGANIZZATA

Il network
Il Professor Rick Coolsaet dell’Egmont Institute sottolinea come la radicalizzazione, in quanto processo sociale, conta più sulle dinamiche di gruppo (amicizia e affetto) che sull’ideologia. La radicalizzazione è, infatti, dovuta al ruolo di una comunità e di una rete, virtuale, come nel caso di social network, o reale, quale un gruppo di amici. Influenza la dimensione di un individuo, psicologicamente fragile. Va sottolineato che non è necessario partire per la Siria e arruolarsi nei ranghi dello Stato Islamico per “radicalizzarsi”. La dimensione totalmente individualistica in cui si sviluppa il pensiero estremista è facilitata dal ruolo di un individuo, spesso un “jihadista di ritorno”, che funziona da ponte tra la realtà dello Stato Islamico e la condizione psicologica dell’individuo che si decide a partire o ad agire sul territorio. L’associazione tra fondamentalismo religioso e terrorismo appartiene già ai primi anni ’90. Allora, l’individuo radicalizzato assumeva i tratti propri di un fondamentalista religioso di matrice salafita. Uno dei tratti distintivi era l’ostentazione(7), dal punto di vista dell’immagine e ideologico. Si assumeva un’attitudine ultra-ortodossa volta alla promozione della religione stessa. Già dopo gli attentati dell’11 Settembre questo modello “ostentato” di radicalizzazione è cambiato ed è diventato più “introverso”. I wanna-be jihadist tendono a dissimulare i loro atteggiamenti e a ritrovarsi in piccoli network, anziché in larghi gruppi. Questa diventa una scelta tattica perché permette di sfuggire alle forze di polizia. Anche gli atti terroristici vengono compiuti da pochi in nome di un’intera comunità. Si tratta, inoltre, di individui fragili psicologicamente. Questi giovani radicalizzati che passano all’azione in solitaria per commettere un attentato vengono chiamati, appunto, “lupi solitari”. Sono influenzati da un gruppo o da un’organizzazione non direttamente coinvolti nell’azione.

Gli attentati
La tipologia dei “lupi solitari” può essere ancora appropriata nel caso degli attentati a Charlie Hebdo. Gli esecutori dell’attacco del 7 gennaio alla sede del noto giornale satirico francese sono due fratelli, i Kouachi. Entrambi cittadini francesi residenti a Parigi. Chérif, 34 anni, e Said, 32. Con trascorsi nella microcriminalità, dopo il 2003, sull’onda dell’invasione britannica in Iraq, iniziarono a frequentare la Moschea in Rue Tanger a Parigi e familiarizzarono con l’ideologia jihadista e anti-imperialista. Da allora entrarono a far parte del gruppo di fondamentalisti della banda di Buttes – Chaumont, poi smantellata nel 2008. Questa si occupava soprattutto del traffico di combattenti dall’Europa verso l’Iraq. Nel 2005 Chérif fu arrestato e in prigione definì la sua identità fondamentalista grazie all’incontro con quello che poi diventerà il suo mentore, Djamal Beghal. Nel 2011 il fratello Said partì(8) per lo Yemen per allenare degli affiliati ad Al-Qaeda. L’attentato da loro compiuto sembra dotato di un movente pre- ciso – la sede di Charlie Hebdo e le loro vignette satiriche nei confronti di Allah – e di una rete precisa di riferimento, Al-Qaeda. Si inserisce ancora in una schema da “vecchia scuola” dei movimenti jihadisti.
Dall’attentato a Parigi a quello a Bruxelles, al contrario, si avvertono dei cambiamenti. Innanzitutto, nell’obiettivo. Non un target preciso, quanto un obiettivo più ampio: la creazione di un’atmosfera di insicurezza diffusa, che induca ad una divisione manichea del mondo tra l’Occidente apostato e le comunità musulmane non integrate. Si inserisce, inoltre, nella retorica più ampia dello Stato Islamico.
Anche gli attentatori, ancora una volta fratelli, gli el-Bakraoui, fanno parte di una nuova rete di jihadisti. Secondo alcuni analisti(9), la “vecchia scuola” a cui si rifaceva il network Sharia4Belgium non gioca più un ruolo fondamentale. Uno dei fratelli, Brahim, era già stato arrestato da ufficiali turchi al confine con la Siria nel giugno del 2015.

“Icebergtheory”
Gli attentati di novembre a Parigi e quelli di marzo a Bruxelles necessitavano di un coordinamento e di una quantità di armi che era possibile ottenere soltanto attraverso una rete più estesa e organizzata. A questo proposito, il Professor Clint Watts, uno dei massimi esperti di contro-terrorismo, enfatizza l’importanza del network che facilita le azioni, anziché concentrarsi sul gruppo che le compie direttamente. Utilizzando la teoria dell’“iceberg(10)”, Watts sottolinea che, per ogni attacco terroristico compiuto, oltre ai diretti responsabili – la punta dell’iceberg – ve ne sono altri – la parte sommersa – che hanno aiutato a fornire le bombe e a facilitare i passaggi, o che anche hanno garantito copertura ad altri, come si evidenzia dalla latitanza di Salah Abdeslam. Ed è su questo punto, sulla parte sommersa dell’iceberg, che bisogna lavorare e concentrare le forze di contro-terrorismo. Bisogna capire quale legame sussista tra i foreign fighters che ritornano e le cellule attive in Europa. Su questo aspetto è necessario agire. E, soprattutto, avendo evidenziato i legami tra fratelli, bisogna approfondire il ruolo dei legami familiari nella radicalizzazione. In questo senso, le famiglie, se collaborative, possono rappresentare un valido mezzo di de-radicalizzazione o prevenzione.

(1) Mark Sedgwik nel suo studio “The source of Radicalisation as a source of confusion” Routledge (2010) mette in linea il legame tra “radicalismo” e “attivismo”
(2) Farhad, Khosrokhavar “Radicalisation” Editions MSH (2014)
(3) Roy O., Oedipal Islamist complex, Foreign Policy (2016)
(4) Cardini Franco, “L’Islam è una minaccia – Falso!”, Editore Laterza (2016)
(5) Khosrokhavar, Farhad “Radicalisation”, Edizioni EMSH, Francia, (2014)
(6) Browne, Rachel “The heart of Jihadism in Europe is more compli- cated than you think ”Vice News (2015). Link: https://news.vice.com/article/the-heart-of-jihadism-in-europe-is-more-complicated-than-you-think
(7) Farhad, Khosrokhavar “Radicalisation” Editions MSH (2014)
(8) Le informazioni qui riportate sui fratelli Kouachi sono fornite dall’articolo “Ce que l’on sait sur la radicalisation des frères Kouachi”, Le Monde, gennaio 2015. Link: http://www.lemonde.fr/ societe/article/2015/01/09/ce-que-l-on-sait-sur-la-radicalisation-des-freres-kouachi_4552422_3224.html
(9) Van Vlierden, Guy “Belgium’s jihadist networks” BBC News, 16 gennaio 2015. Link: http://www.bbc.com/news/world-europe-30853214
(10) Watts, Clint “What Paris taught us about the Islamic State” War on the rocks, 11/2015. Link: http://warontherocks.com/2015/11/ what-paris-taught-us-about-the-islamic-state/

Monica Esposito, analista freelance. Attualmente si occupa di ricerche sul terrorismo autoctono in Europa e sul radicalismo islamico

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