Mappa del jihad nel Sud-Est asiatico

L’attacco a Jakarta o l’esplosione di Bangkok sono soltanto esempi di quello che a accade a migliaia di chilometri dall’Europa, tuttavia si tratta di episodi di violenza ispirati dall’estremismo religioso e, come tali, vanno contestualizzati e compresi

Giulia Raffaelli

151115 terrorGroups Chng rev3L’attacco del gennaio scorso a Jakarta, quando un commando di uomini armati ha aperto il fuoco su uno Starbucks Café̀ e una stazione di polizia, ha riacceso i riflettori sulla minaccia terroristica in Indonesia e, più in generale, nel Sud-Est asiatico.
L’area in questione è distante migliaia di chilometri dall’incandescente realtà araba al centro delle nostre cronache quotidiane, tuttavia resta il fatto che anche questa regione ha sofferto – e patisce ancora oggi – episodi di violenza ispirati dall’estremismo religioso.
Tutti ricorderanno, ad esempio, il sanguinoso attacco a Bali del 2002, quando 202 persone persero la vita in un attentato rivendicato dal gruppo qaedista Jemaah Islamiyah.
È il caso, però, di operare alcune precisazioni.

L’attacco a Jakarta, così come i continui assalti perpetrati dal gruppo Abu Sayyaf ai danni dei militari filippini o, ancora, l’esplosione nei pressi del tempio di Erawan a Bangkok del novembre scorso, devono giustamente essere considerati un campanello d’allarme relativo al rafforzamento di cellule eversive nella regione. Tuttavia, questa recente ondata di attacchi sembra, per il momento, ancora lontana dai livelli di sofisticazione – e capacità distruttiva – espressi dai gruppi terroristici del Sud-Est asiatico negli anni 2000. Basti pensare, restando in Indonesia, all’attacco all’ambasciata australiana del 2004 o a quello contro gli hotel JW Marriott e Ritz-Carlton del 2009, oltre alla già citata strage di Bali, tutti episodi per i quali era necessaria una strategia organizzativa molto più elevata di quella esibita a Jakarta.
Non a caso, molti analisti hanno sottolineato queste differenze, ancor più evidenti se si comparano questi ultimi attacchi con quelli che hanno colpito l’Europa. Il paragone non deve sorprendere, considerato che l’attacco a Jakarta è stato velocemente rivendicato da Daesh, così come quelli di Parigi.
Che cosa ci dice, dunque, questo legame fra l’autoproclamato Stato Islamico e le già esistenti realtà terroristiche nell’area del Sud-Est asiatico? Senza sminuire la gravità della situazione in essere, tentiamo di contestualizzarla.

Fra gli elementi che possono favorire la crescita di una radicalizzazione nella regione, e i legami che questa nuova generazione di simpatizzanti jihadisti sta stringendo con Daesh, vi è, in prima istanza, l’utilizzo di internet e dei servizi di messaggistica digitale attraverso i quali è possibile comunicare quasi del tutto indisturbati e incontrollati. Altro fenomeno da citare è quello delle scuole religiose. Finanziate da realtà estranee all’area, veicolano un’interpretazione dell’Islam lontana da quella sviluppatasi in Asia nei secoli sulla base di rapporti commerciali più che di conquista, come è avvenuto, invece, in Medio Oriente. Infine, decisamente dannoso, qui come in altre aree del mondo, un sistema che tende ad isolare e ghettizzare una comunità musulmana la cui espressione religiosa, in particolare nei Paesi nei quali risulta minoritaria, rischia sempre più di venire confusa con una connotazione etnica. Un esempio su tutti, probabilmente il più lampante e grave, quello dei Rohingya in Myanmar, non riconosciuti dal Governo di Rangoon e privati persino del diritto di cittadinanza.

Diversamente, nonostante la costituzione di un’unità di combattenti provenienti dal Sud-Est asiatico in seno a Daesh (conosciuta come Katibah Nusantara Daulah Islamiyah), i numeri di foreign fighters provenienti dall’area appaiono ancora minimi. La cifra, infatti, secondo fonti di intelligence regionali, sembra attestarsi fra 1.000 e 2.000. Numero irrisorio, se rapportato agli oltre 250 milioni di abitanti della sola Indonesia, terza Democrazia più popolosa al mondo e più grande Paese musulmano esistente. Preoccupa, piuttosto, che, fra coloro i quali sarebbero partiti per l’autoproclamato Califfato, oltre il 40% sia composto da donne e minori, secondo quanto denuncia l’Institute of Policy Analysis of Conflict di Jakarta.
Decisamente più consolante il sondaggio del PEW Research Center: nel novembre scorso, registrava il giudizio negativo del 79% degli Indonesiani e del 64% dei Malesi rispetto a Daesh, una percentuale ben più alta rispetto a quella, ad esempio, rilevata in Pakistan (attestata al 28%).
Non è un caso se, per ora, non si sono formati nuovi gruppi terroristici ispirati all’ideologia del sedicente Califfato, nonostante alcune frange o gruppi preesistenti si siano ad esso affiliati, come avvenuto nel 2014 con il gruppo Abu Sayyaf. Una mossa che è sembrata dettata dalla necessità di rilanciare la propria immagine, legandosi ad un’organizzazione che può fornire fondi in cambio di appoggio logistico lontano dal centro di scontro mediorientale, più che l’inizio di una vera e propria partnership globalizzata.
Certo è che la situazione rimane critica e, se sottovalutata, rischia di esplodere nuovamente. Per questo va apprezzata la reazione della popolazione indonesiana: dopo gli attacchi di gennaio ha protestato contro le azioni di Daesh con l’hashtag “Non abbiamo paura” (#KamiTidakTakut). Non meno significativi il lavoro di movimenti religiosi come Nahdlatul Ulama (che raccoglie circa 50 milioni di persone) che professano un Islam moderato e tollerante e l’attività di prevenzione condotta dai Paesi dell’area anche grazie alla collaborazione dell’intelligence australiana e americana.

Dopo anni di ridimensionamento del fenomeno, testimoniato anche dai successi delle autorità capaci di sventare possibili attentati, si è di fronte ad un contesto regionale (e mondiale) che rischia di giocare a favore degli estremisti.
Forza motrice dei miliziani, secondo il Council for Foreign Affairs, è stata la mancanza di libertà politica. Analisi, questa, che spiega anche perché i gruppi militarizzati esistenti nell’area non siano ispirati esclusivamente dall’ideologia jihadista, ma anche da quella buddhista, come nel caso di Myanmar e Thailandia – quest’ultima alle prese anche con i sostenitori armati della monarchia.
Dopo un periodo in cui la democratizzazione dei Paesi dell’area era stata vissuta addirittura come modello per altre Nazioni in via di sviluppo, a partire dagli anni 2000, nel Sud-Est asiatico si è assistito (eccezion fatta, forse, solo per l’Indonesia) ad un peggioramento delle condizioni politiche. Come naturale conseguenza, ciò ha comportato un regresso delle condizioni di vita individuali e ha favorito un humus in cui proliferano più facilmente risposte di tipo estremista.
Per questo la miglior prevenzione alla minaccia jihadista nella regione rimane il rafforzamento delle istituzioni e la prosecuzione di un cammino democratico, finalizzato a rispondere alle esigenze della popolazione all’interno di un quadro politico capace di risolvere eventuali conflitti con strumenti sociali e non più militari o militarizzati.
Un percorso che andrebbe compiuto non solo nel Sud-Est asiatico.

Fonti: The Failure of Jihadism in Southeast Asia, Geopolitical Diary; Terrorism in Southeast Asia and the Role of Ideology, HuffPost Politics US; The Rise of ISIS in Southeast Asia, CFR.org.

Giulia Raffaelli, giornalista di esteri

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