Epidemie specchio delle diseguaglianze del mondo

La lezione di ebola e le violazioni del diritto alla salute raccontate nel dossier pubblicato dalla Caritas italiana

Moira Monacelli

GUINEA_lavaggio mani_OCPH Caritas GuineaLa salute è un diritto umano fondamentale, strettamente legato allo sviluppo e alla pace. Non c’è pace senza diritti, non c’è sviluppo senza salute. Ma l’accesso ai servizi sanitari è ancora oggi negato a gran parte della popolazione residente nelle “periferie del mondo”.Epidemie come quella di ebola che ha colpito l’Africa occidentale nel 2014 mostrano come una delle grandi sfide di oggi sia la lotta alle diseguaglianze attraverso un impegno globale e costante.
Per molto tempo le malattie infettive hanno rappresentato le prime cause di mortalità nel mondo. Oggi restano una minaccia globale la pressione demografica, il cambiamento climatico, l’incremento della mobilità umana, ma i rischi maggiori sono per i Paesi i cui sistemi sanitari sono fragili.SIERRA LEONE_Freetown_Moira Monacelli Caritas Italiana

Le malattie infettive sono annualmente causa del 16% dei decessi nel mondo, percentuale che raggiunge il 40% nei Paesi in via di sviluppo e si riduce all’1% in quelli industrializzati.
L’Africa è il continente in cui i dati sono più allarmanti. Nonostante tra il 2000 e il 2014 nell’Africa sub-sahariana il numero di nuove infezioni da HIV/AIDS sia diminuito del 41% e quello dei decessi del 34%, il 70% delle nuove infezioni nel 2014 si è verificato proprio in quest’area. Il territorio detiene l’89% dei casi di malaria e il 91% dei decessi a livello mondiale. Nonostante i progressi significativi verificatisi nel mondo tra il 2000 e il 2015, con la diminuzione dell’incidenza della malattia del 37% e del tasso di decessi del 60%, i numeri delle Nazioni africane preoccupano perché sproporzionalmente più elevati rispetto al resto del mondo.

SIERRA LEONE_MAkeni Holy Spirit  Hospital_dimostrazione nuovi macchinari laboratorio_Moira Monacelli Caritas  ItalianaTali patologie sono strettamente legate alla povertà. Basti pensare che, secondo l’Indice di Sviluppo Umano 2014, gli ultimi 17 posti della classifica sono occupati da Stati appartenenti all’Africa sub-sahariana. L’epidemia senza precedenti di ebola che ha colpito Guinea, Liberia e Sierra Leone nel biennio 2014-2015, con più di 28.600 casi e 11.300 vittime, rappresenta un caso emblematico.
Inizialmente è stata ignorata e sottovalutata da autorità pubbliche e comunità internazionale. Dichiarata ufficialmente nel marzo del 2014, i media internazionali non ne hanno praticamente parlato fino all’estate, quando sono stati contagiati i primi cittadini europei e statunitensi. Nel successivo mese di settembre la questione è diventata globale, con la dichiarazione della direttrice dell’OMS M. Chan: “Ebola non è solo un’epidemia e un’emergenza sanitaria, ma una crisi umanitaria, sociale ed economica e una minaccia alla sicurezza nazionale anche al di là dei Paesi direttamente colpiti”.LIBERIA Ospedale Fatebenefratelli  Monrovia_asciugatura materiale protezione_Copia Juan Ciudad ONGD
Ebola ho sconvolto la vita di milioni di persone: città e villaggi hanno cambiato volto, con case di famiglie in quarantena recintate e sorvegliate da militari, strutture sanitarie e scuole chiuse, migliaia di bambini rimasti orfani, spostamenti limitati. Il virus ha trovato terreno fertile in Nazioni povere, dalle Democrazie fragili e dai servizi limitatissimi.
Ma perché una crisi di tale portata? La risposta potrebbe essere, semplicemente: povertà. Per capirne le ragioni vanno però analizzati alcuni fattori.

LIBERIA Ospedale Fatebenefratelli  Monrovia_accoglienza e triage_Copia Juan Ciudad ONGDIl contesto socio-economico
Secondo l’Indice di Sviluppo Umano 2014, Guinea, Liberia e Sierra Leone occupano, rispettivamente, il 177°, 182° e 181° posto della classifica su 188 Stati considerati. In Sierra Leone, le persone collocate sotto la soglia di povertà raggiungono il 70%. In questi Paesi vi sono economie di sussistenza, molte famiglie non vanno al di là di un pasto quotidiano con riso, salsa di foglie e pesce secco, la carne è un lusso, il latte in polvere per bambini una rarità. Nelle zone più remote, famiglie numerose vivono in capanne, senza luce, né acqua, con pozzi a chilometri di distanza. Sono esposte a molteplici choc a livello sanitario, economico, sociale, lavorativo: una spirale della vulnerabilità che le indebolisce e le induce alla continua ricerca di soluzioni alternative. L’emergenza diventa normalità.
Le condizioni igienico-sanitarie sono problematiche e ciò ha acuito i rischi di contagio. Per questo ci si è mobilitati in distribuzioni di kit igienico-sanitari e sensibilizzazioni porta a porta con animatori in grado di parlare lingue e dialetti locali e attraverso radio e telefoni. Lo testimonia il direttore di Caritas Guinea, padre Loua: “Formare persone che vivevano all’interno delle comunità e renderle responsabili delle attività di sensibilizzazione è stato essenziale: erano volti conosciuti, nei quali la gente riponeva fiducia. Accanto ad essi, i leader di ogni religione hanno svolto un ruolo cruciale nel far capire la necessità di cambiare alcune abitudini appartenenti alla cultura locale”.

Il fattore sanitarioGUINEA_esami di laboratorio_Moira  Monacelli Caritas Italiana
La direttrice OMS ha dichiarato: “Una delle più grandi lezioni che abbiamo appreso da ebola è che avere sistemi sanitari ben funzionanti non è un lusso”.
Il sistema sanitario pubblico nei tre Paesi più colpiti, invece, era fragile già prima della crisi. Una questione centrale concerne il numero dei medici: l’OMS raccomanda almeno 100 medici ogni 100.000 abitanti; il dato medio in Guinea, Liberia e Sierra Leone prima della crisi era di 4,5. A livello di risorse strutturali e materiali, la situazione è altresì drammatica: pochissime sono le strutture sanitarie dotate di aree di isolamento, inadeguati erano le misure di protezione per il personale, i protocolli di controllo delle infezioni e le procedure di monitoraggio. I laboratori di analisi sono presenti in numero limitato e non sono adeguatamente attrezzati. Molti centri sanitari non dispongono di acqua corrente, né elettricità; i mezzi logistici sono limitati, i medicinali possono andare regolarmente in rottura di stock. Si deve investire di più in prevenzione e interventi strutturali. Anche per questo, accanto ad interventi di prima emergenza che hanno visto la fornitura di protezioni per il personale sanitario e la creazione di aree d’isolamento, si è scelto di sostenere gli ospedali per riqualificare le infrastrutture, migliorare le attrezzature, allestire laboratori in grado di diagnosticare ebola e altre infezioni, formare personale locale, rafforzare centri periferici di salute, soprattutto per consentire parti in sicurezza.

GUINEA_Centro medicochirurgico Gouécké attesa_Moira Monacelli Caritas Italiana

Il fattore antropologico-culturale
La gente comune ha impiegato molto tempo prima di riconoscere l’esistenza del virus e accettare le misure imposte: per molti era importato dall’esterno, una malattia mandata dal diavolo. In presenza di un caso sospetto, alcuni preferivano rivolgersi al guaritore tradizionale o fuggire nella foresta anziché recarsi al centro medico più vicino. La persona contagiata, invece, va isolata. Il corpo del defunto non può essere toccato. Deve essere tumulato in sicurezza. La casa va disinfettata. Queste sono state misure-chiave per sconfiggere il virus, prima osteggiate dalla popolazione, poi accettate grazie al coinvolgimento di autorità religiose e tradizionali. La cultura africana, infatti, fa perno sul concetto di “comunità”: si vive insieme, si condividono gioie e dolori, il malato è assistito da famiglia e vicini, l’addio al defunto è un evento comunitario. L’isolamento l’ha impedito e ha creato ferite e smarrimento. “Cultura locale e tradizioni sono stati una grande sfida durante la crisi e molti non hanno attribuito a questo fattore la dovuta importanza” afferma padre Miranda, camilliano, sottolineando la centralità di interventi di supporto psicosociale e accompagnamento post-trauma.

Il fattore politico
Si è agito in modo frammentato e non tempestivo. All’inizio, le popolazioni hanno mal visto le numerose forze militari dispiegate dai Governi per far rispettare le consegne di quarantena. D’altronde, però, hanno risposto con ciò che avevano: soldati e non medici. Gli investimenti per il settore sanitario sono limitati e dipendenti da donatori esterni. Mentre la spesa pubblica raccomandata per servizi sanitari essenziali è di almeno 86 dollari a persona all’anno, nel 2012 il Governo liberiano ne ha spesi 20, quello sierraleonese 16, quello guineano 9.
Ora è necessario mantenere una vigilanza elevata e operare affinché i sistemi di protezione e sorveglianza restino operativi. Lo dimostrano i nuovi, per ora isolati, casi di ebola verificatisi in Sierra Leone e Guinea, così come l’espandersi del virus zika.
È necessario continuare ad investire nella sanità, nell’educazione e nelle infrastrutture per rendere non solo i sistemi sanitari, ma anche i sistemi-paese più resilienti
. “Altrimenti non potremo parlare di vera crescita. La parola chiave per uno sviluppo umano integrale è formazione” ammonisce padre Turay, rettore dell’Università cattolica di Makeni, Sierra Leone. Ebola ci ha insegnato che servono interventi integrati e multisettoriali e che è necessario agire non sugli effetti, ma sulle cause dei problemi. Altrimenti, la storia ci condannerà.
A livello locale, è fondamentale combattere la corruzione, rafforzare i sistemi fiscali per ridurre l’evasione e l’elusione e accrescere il budget pubblico da destinare al comparto socio-sanitario e adottare politiche di accesso gratuito alle cure per le fasce più vulnerabili.GUINEA_Sala operatroia Centro medicochirurgico Gouécké_Moira MonacelliA livello internazionale, è indispensabile migliorare i meccanismi di coordinamento nella risposta alle emergenze e spostare dal profitto al bene comune la motivazione alla base di molte ricerche nell’ambito di vaccini e medicinali, senza trascurarne alcune solo perché destinate a porzioni limitate di popolazione, peraltro povere.
Negli interventi di cooperazione internazionale, ebola ha ribadito la centralità del contesto socio-culturale per costruire azioni che non contrastino con le tradizioni locali, l’importanza di coinvolgere attivamente istituzioni, autorità, leader religiosi e comunità locali come protagonisti degli interventi e la necessità di comunicare in modo mirato e adattato ai contesti.
I rischi, in Paesi poverissimi, restano elevati. Ma, proprio per questo, il mondo di oggi non può dimenticare le lezioni di ebola. Non deve ripetersi, per una questione di umanità e giustizia. Per il bene comune.

Per approfondimenti: http://www.caritas.it/materiali/Mondo/Africa/ddt12_africasubsahariana2016.pdf


Moira Monacelli,
operatrice della Caritas Italiana nell’Africa Occidentale e curatrice del dossier “Salute negata. Epidemie, specchio delle disuguaglianze del mondo. La lezione di Ebola”

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