Cos’è cambiato nel passaggio da Mare Nostrum a Triton?

Non c’è pace per coloro i quali tentano la traversata del Mediterraneo dalle coste libiche

Sabrina Mansutti

medittNel marzo scorso, l’Alto commissariato per i Rifugiati (UNHCR) riportava che, dall’inizio dell’anno, erano 470 le persone perite o scomparse nel Mediterraneo rispetto alle 15 dello stesso periodo dell’anno precedente. Per un’immagine completa della situazione del 2015 bisogna affidarsi a Missing Migrants project, un progetto dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), nato nell’ottobre del 2013, che segue e censisce decessi e sparizioni lungo le rotte dei migranti. Si parla di 3.770 morti nel 2015 a fronte dei 3.270 del 2014.
Il 2015 si guadagna, tristemente, il titolo di annus horribilis nella storia dei viaggi dal Nord Africa all’Europa attraverso il Mediteranno. Nello specifico, il mese di aprile stabilisce un drammatico record: 1.250 morti!
Questi numeri diventano ancora più impressionanti se si considera che, a livello globale, sono 5.350 i migranti deceduti nel 2015. Significa che il Mediteranno è in assoluto la regione più pericolosa al mondo per coloro i quali si spostano nella speranza di una vita migliore. Secondo l’UNHCR, queste cifre sarebbero legate al fatto che, dal 1° novembre 2014, l’operazione Mare Nostrum è stata sostituita da Triton, che possiede capacità di ricerca e soccorso molto più limitate. UNCHR, Consiglio d’Europa e numerose ONG hanno fortemente criticato Triton, definendola inadeguata. Hanno fatto appello all’Unione Europea affinché si doti di un sistema di monitoraggio e salvataggio più efficace.

Ma qual è la differenza tra le due operazioni?
L’operazione militare e umanitaria Mare Nostrum è iniziata ufficialmente il 18 ottobre 2013. È nata in seguito al tragico naufragio, avvenuto al largo delle coste di Lampedusa, che causò la morte di ben 366 migranti.
È stata creata per rispondere all’aumento dei flussi migratori via mare. All’operazione hanno partecipato personale e mezzi navali e aerei della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto. Si è trattato di un’operazione volontaria di salvataggio che superava notevolmente gli obblighi internazionali ed europei gravanti sull’Italia. La Convenzione di Montego Bay del 1982 rappresenta la fonte primaria del diritto del mare ed impone di prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare.
Non impone, però, di inviare appositamente delle navi, per di più in acque internazionali. L’Italia ha invece deciso di intervenire ovunque il centro satellitare di Roma segnalasse un problema, coprendo ben 175 miglia (compresa la zona maltese, arrivando fino alle acque territoriali libiche). Con Mare Nostrum, il centro satellitare di Roma non si limitava a contattare le navi che, durante il loro tragitto, incontrassero persone da salvare, ma segnalava direttamente alle navi militari la presenza di un problema. L’obiettivo primario era quello di salvare le persone e portarle in un cosiddetto “place of safety” (il luogo sicuro più vicino). Questa operazione unilaterale dell’Italia è costata circa 9 milioni di euro al mese e ha soccorso più di 150.000 migranti.
Numerose, però, sono state le critiche di altri Paesi europei. In particolare, il Regno Unito l’ha definita un “pull factor”.
Per chi sostiene questa posizione, Mare Nostrum avrebbe avuto un effetto boomerang, incrementando l’immigrazione irregolare.
La certezza di essere salvati avrebbe spinto più migranti a prendere il largo e, se in condizioni precarie, a buttarsi in mare piuttosto che rimanere sulla nave, in modo tale da essere portati sulla terraferma. Quando si è deciso di sollecitare l’intervento dell’Unione Europea, ci si è imbattuti in un grosso equivoco. La UE dispone di linee politiche in materia di immigrazione e di asilo, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda il salvataggio in mare. È chiaro che l’Unione Europea non può violare i diritti umani nell’esercizio delle sue azioni, ma tra le sue competenze non vi sono quelle di assicurare ovunque la protezione della vita umana. Più semplicemente, c’è un obbligo, che deriva dall’accordo di Schengen e dalla base giuridica dei Trattati, di sorvegliare la frontiera esterna comune. Questo compito è stato attribuito all’agenzia FRONTEX, la quale coordina, su richiesta di uno Stato membro, le politiche di controllo delle frontiere esterne. FRONTEX non possiede strumenti propri, ma utilizza i mezzi messi volontariamente a disposizione dagli Stati membri a favore del Paese che li sollecita. Le possibilità dell’agenzia sono, quindi, limitate. Più che altro, si tratta di un network per facilitare lo scambio di informazioni fra gli Stati membri in materia di sicurezza esterna e per favorire la formazione del personale addetto al controllo delle frontiere esterne.

Quando ne è stato richiesto l’intervento dal Ministro Alfano, FRONTEX ha subito chiarito che, qualunque operazione fosse stata messa in atto, non sarebbe mai potuta diventare, per deficit di competenze e mezzi, equivalente a Mare Nostrum. Triton è partita il 1° novembre 2014 e ha sostituito Mare Nostrum. Si tratta di un’operazione di natura completamente diversa. In primis, a “Triton” partecipano 19 Paesi ed è finanziata dall’Unione Europea con 2,9 milioni di euro al mese: circa due terzi in meno di quanti erano destinati a Mare Nostrum. Inoltre, Triton prevede il controllo delle acque internazionali solo fino a 30 miglia dalle coste italiane, il che significa solamente 6 miglia oltre la zona contigua. Il suo scopo principale è, quindi, il controllo delle frontiere e non il soccorso. Le navi hanno un raggio di azione e un obiettivo molto limitato rispetto a Mare Nostrum.
È chiaro che, se una nave interviene nell’ambito di Triton, deve rispettare il principio di non-refoulment (divieto di respingimento di una vittima di persecuzione) e l’obbligo di salvataggio, ma non si tratta dell’obiettivo prioritario. Interviene solo se esiste un problema collegato al controllo delle frontiere esterne. In tutte le critiche mosse a Triton, il malinteso sta nel pensare che una missione dell’Unione Europea possa essere equivalente a Mare Nostrum. Triton doveva porsi a sostegno a Mare Nostrum, se si fossero voluti realizzare determinati obiettivi. Appare, dunque, necessario un maggiore sforzo da parte dei 28 Stati membri, in modo tale da europeizzare un’operazione simile a Mare Nostrum. Nel marzo scorso, l’UNCHR ha proposto all’Unione l’istituzione di un’importante operazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, simile a Mare Nostrum, e la realizzazione di un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare di persone in pericolo. Per ora, l’Unione Europea sembra continuare ad andare nella direzione intrapresa istituendo Triton, solo un maggiore controllo delle frontiere. È di dicembre la proposta della Commissione Europea di creare un corpo di polizia di frontiera e di guardia costiera comunitario, al fine di rafforzare i controlli sui migranti alle frontiere esterne. Sebbene vi siano molte difficoltà all’orizzonte per l’approvazione di una simile proposta (sono ancora molti gli Stati che rifuggono ulteriori cessioni di sovranità), il segnale è abbastanza chiaro: l’Unione vuole focalizzarsi sulla protezione delle frontiere. Il salvataggio delle vite è auspicabile, ma non rappresenta certo l’obiettivo primario.

Sabrina Mansutti, ricercatrice e giornalista freelance nell’ambito dei diritti umani

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