Cina: dall’accordo a Parigi alla frana a Shenzhen

L’11 dicembre sono stati resi noti gli accordi presi a Parigi per l’abbattimento delle emissioni di gas serra su tutto il pianeta e il salvataggio dell’ecosistema: la Cina, potenza mondiale emergente, si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni nel 2030 per poi ridestarsi sui livelli minimi. Tale soluzione sembra ribadire la priorità di espansione economica del territorio a discapito dell’ambiente e delle tutele sul cittadino. Una tra tutte quella sulla sicurezza sul lavoro, come dimostra anche l’incidente di Shenzhen dello scorso 20 dicembre

Maria Grazia Sanna

Credits photo: nonsprecare.it

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Smog a livelli sopra il limite massimo consentito, temperature estive tra le rumorose vie di New York e vette che stentano a ricoprirsi di un soffice manto bianco naturale: sono questi alcuni dei fenomeni atmosferici che hanno segnato il Natale appena passato che si caratterizza come uno dei più caldi negli ultimi venti anni. A riempire il quadro delle devastazioni che stanno interessando il nostro cosmo si aggiungono gli incidenti causati da scosse di terremoto, ma anche da frane in quella che può essere considerata la cappa del fumo nero, la Cina. In particolare, nella città di Shenzhen, a pochi chilometri da Hong Kong, una frana ha seppellito ca. 38.000 ettari di terreno, abbattendosi su 33 edifici tra cui gli impianti di produzione di alcune aziende e i dormitori degli operai che ci lavorano.

Questo fenomeno che superficialmente deriva dalla mancanza di sicurezza sul lavoro, attestatasi in Cina come pratica comune a molte altre zone industriali, è anche la conseguenza di un’azione compulsiva della mano umana, alla ricerca di guadagno economico e crescita nell’arena mondiale.

A testimonianza di ciò ci sono i fatti: la Cina e Stati Uniti risultano i maggiori produttori di gas a effetto serra con un indice che ha toccato nel 2013 il 29% per i primi e il 15% per i secondi dopo una rincorsa che è iniziata più di 20 anni fa.

La Cina, che per lungo tempo è stata considerata tra i paesi in via di sviluppo, ha infatti attuato a partire dal 1992 un’economia di mercato che l’ha portata a superare gli Stati Uniti nel 2014 per PIL pro capite. Tale cambiamento deriva da un serie di riforme, ma anche dalla creazione di zone economiche speciali, tra cui proprio la città di Shenzhen.

Questo polo industriale era, sino a 30 anni fa, un semplice villaggio di pescatori abitato da poche persone, mentre è oggi uno dei maggiori punti di arrivo e partenza dei residenti da e per Hong Kong ed è la sede di alcune delle più grandi aziende cinesi, tra cui quelle di marchi telefonici come la Huawei, tra i più grandi competitors della sud coreana Samsung e dell’americana Apple.

Il disastro ambientale, ma soprattutto umano, che si è verificato sulla città è dunque la conseguenza di una forte propensione alla crescita che dimentica di osservare i limiti che l’ecosistema impone. I detriti accumulatisi nell’area della frana, esattamente a Hengtaiyu, nel distretto di Guanming, derivano da costruzioni industriali per cui la Cina non è nuova a traffici illegali e che già da 8 mesi avrebbero superato la capienza massima sostenibile. Pertanto questa non avrebbe nulla a che vedere con fenomeni naturali ma sarebbe il risultato di inadempienza agli standard di sicurezza minimi, che hanno portato, secondo alcune fonti, alla morte di un operaio e alla sparizione di almeno altre 91 persone che si trovavano sul luogo al momento del crollo.

Altre ripercussioni potrebbero essere quelle atmosferiche: non si può escludere al momento un aumento dei valori di smog già altissimi in tutta la Cina, in particolare a Pechino. Si tratta però solo di ipotesi non ancora confermate, che seppur smentite non annullerebbero il forte impatto di un paese come la Cina sul surriscaldamento globale, derivato dal continuo emergere di nuove fabbriche e l’utilizzo di risorse non esattamente ecosostenibili.

A tal proposito, la conferenza sul clima tenutasi a Parigi nella prima decade di dicembre non ha apportato i risultati sperati: se sul fronte delle temperature si è stabilito di mantenersi entro i 2° gradi centigradi, non c’è un limite specifico per le emissioni di gas serra e nemmeno un quadro di sanzioni per le violazioni. Insomma ogni paese dovrebbe impegnarsi a sostegno dell’ambiente e ridurre le emissioni ma non si sa come e entro quando e le garanzie per il nostro pianeta sono pressoché nulle, così come lo erano quelle per i lavoratori di Shenzhen e Tanjin, dove un’altro incidente nel 2013 aveva spento la vita di centinaia di lavoratori.

Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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