L’interculturalità

Gli istituti carcerari vantano una complessità etnica sempre più evidente. Bisogna mettere in campo nuovi sistemi per evitare stereotipi e pregiudizi.

Antonella Pocecco

ARiflettere sul ruolo della mediazione interculturale in carcere rappresenta una sfida concettuale non da poco: peculiari risultano le coordinate del contesto, le variabili intervenienti, nonché l’attuale momento storico che, drammaticamente, vive in forme diverse l’incontro/scontro fra culture. La stessa realtà quotidiana pone ciascuno davanti a modi di vivere e concepire l’esistenza (gesti, comportamenti, atteggiamenti, consuetudini, ecc.) che spesso confliggono apertamente con quel quadro referenziale dato per universalmente conosciuto, quindi assodato e condiviso. L’immaginario collettivo è, inoltre, solleticato da rappresentazioni mediali dell’Alterità che, più che stabilire le basi per un possibile dialogo, spettacolarizzano, semplificano e banalizzano, trasfigurando il loro impatto emozionale in un’unica chiave interpretativa possibile. È in questo terreno di coltura che stereotipi e pregiudizi nei confronti dello Straniero attecchiscono e si riproducono, alimentando una “società dell’insicurezza” (la tautologia della paura teorizzata da Dal Lago ne è un esempio eloquente), che vede nell’etnicizzazione del crimine una delle sue cifre distintive: la percezione “immigrato = delinquente” assume, così, un valore di evidenza assiomatica.
Ma non si tratta di un meccanismo inedito, proprio delle società globalizzate. Lo Straniero (a qualsiasi universo culturale appartenga) incarna quella paura dell’ignoto che il “noi” – la comunità, il gruppo, gli individui che sentono di appartenervi – sublima, percependolo come una minaccia alla propria intrinseca coesione o il capro espiatorio di disfunzioni sociali, patologie collettive e malesseri endemici, oppure, nel caso più estremo, come “corruzione” dei valori-guida del proprio collocarsi nel mondo.
Una paura che si radica sempre più nel profondo dell’inconscio collettivo quando allo Straniero sono associati – nella cronaca giornalistica – termini come “invasione”, “emergenza”, “clandestinità”, che rafforzano e legittimano atteggiamenti di chiusura e rifiuto.
È chiaro che, in un clima sociale di tal genere, affermare l’importanza della mediazione interculturale all’interno dell’istituzione penitenziaria può anche apparire come la giustificazione culturalista ad azioni criminali o che rappresentano, comunque, un’infrazione alla norma giuridicamente stabilita e collettivamente condivisa.
Come dimenticare l’incredibile sentenza della corte di Hannover del 2006 che concesse ad un nostro connazionale, immigrato in Germania, le “attenuanti etniche e culturali” perché sardo?! Questa non è che una dimostrazione di come il riconoscimento delle differenze culturali sia anche suscettibile di essere declinato in forme di razzismo politically correct, invalidando una reale e fattiva interazione fra culture diverse.
Inoltre, non è su ciò (che definisco “paternalismo culturale”) che si fonda l’apprendimento consapevole di quelle norme e regole che governano una società democratica, di cui la chiave di volta rimane l’uguaglianza di diritti e doveri per ciascun cittadino.
Sulla scia di tali considerazioni generali, può apparire maggiormente evidente come, proprio  nell’istituzione carceraria, la mediazione interculturale sia in grado di dimostrare la sua validità come assunto teorico e la sua efficacia come pratica. Al pari dell’istituzione scolastica, quella penitenziaria potrebbe costituire una sorta di laboratorio privilegiato, finalizzato ad ingenerare una condivisione del presente non come forma, più o meno automatica, più o meno utilitaristica, di adattamento alla società dell’accoglienza, ma come consapevole interiorizzazione degli ineliminabili presupposti su cui quest’ultima si basa. In altri termini, l’istituzione carceraria potrebbe servire come ambiente per l’integrazione e non di esclusione.
Chi scrive è ben consapevole di quanto quest’ultima affermazione possa suonare utopica, ma non si tratta di formalizzare modalità “consolatorie” o “privilegiate” della condizione di detenuto, bensì di riconoscere che un detenuto straniero esperisce un doppio processo di esclusione e di etichettamento (perché detenuto e perché straniero). Già la condizione di immigrato è di per sé portatrice di situazioni e sentimenti di sradicamento, perdita identitaria e isolamento, ed essi non possono che acuirsi se riflessi nello status di recluso. Il detenuto straniero si trova spesso a confrontarsi fra vecchi e nuovi sistemi valoriali, non riuscendo, talvolta, ad attribuire un significato stabile ad alcuno di essi e finendo col divenire una sorta di orfano culturale perché perennemente in bilico fra diversi universi culturali.
Il contesto del carcere è – per utilizzare il linguaggio di Goffman – un’istituzione totale che detiene un potere inglobante sull’individuo, ne contempla l’allontanamento e l’esclusione dalla società, rappresentando, al contempo, un’organizzazione formalmente e centralmente amministrata, del luogo e delle sue dinamiche, e un controllo disposto dall’alto. In esso, il detenuto straniero vive il radicalizzarsi della sua situazione di estraneo sulla base di alcune specifiche condizioni, quali, ad esempio, la non piena comprensione della condanna (dovuta non solo ad una scarsa o nulla competenza linguistica, ma anche alla distanza fra le culture di riferimento), la scarsità o assenza di contatti con la famiglia di origine, l’assenza di una rete di riferimento in grado di favorire il reinserimento una volta scontata la pena (se non, in molti casi, quella della microcriminalità). Non ultima, la perdita dell’identità individuale nel senso di traiettoria esistenziale che proietta il singolo oltre all’hinc et nunc: oltre a rivelarsi estremamente destabilizzante, essa può sfociare in un aggravio dell’uso della violenza, concepita come il solo vocabolario comportamentale.
Al proposito, si pensi a come la semplice presenza/assenza materiale di oggetti legati al proprio credo religioso possa, per il detenuto straniero, rivelarsi essenziale in termini adattivi, permettendo, inoltre, di mantenere il legame con la propria identità originaria.
Non deve essere però omesso come tutto ciò si rifletta anche su quanti operano all’interno della struttura penitenziaria poiché essi, nel far applicare le norme, si scontrano con la difficoltà di comprendere le diverse culture di provenienza, i codici comportamentali e le dinamiche interne ai vari gruppi. Vivono anch’essi situazioni di frustrazione e disagio. L’incomunicabilità (in senso linguistico e in uno più ampio) è quella frontiera, invisibile, ma invalicabile, che accentua la frattura fra il “noi” e “loro”, azzera le possibilità di dialogo e cristallizza le situazioni.
Il ruolo della mediazione interculturale in carcere non è semplicemente quello della traduzione linguistica – che, peraltro, mantiene tutta la sua significatività ed importanza – ma qualcosa di più complesso e impegnativo.
Vale la pena, allora, menzionare i presupposti di una comunicazione interculturale efficace, cioè consapevolezza, conoscenza e abilità, senza cadere nell’errore di considerarli semplici formule o acquisizioni soggettive immediate. Il riconoscimento che ogni individuo possiede uno specifico “software mentale”, la volontà di imparare a conoscere la cultura degli altri e l’abilità di riuscire a comunicare non significano affatto l’abdicazione ai propri presupposti culturali e il rispetto acritico delle differenze. Al contrario, essi implicano, contemporaneamente, uno sforzo di comprensione empatica, sviluppato a partire dalla propria cultura, e la rimozione di apriori discriminanti che rendono illegittimo qualsiasi punto di vista difforme dal proprio.
Concepire nuovi percorsi di mediazione interculturale all’interno dell’istituzione penitenziaria non muove, perciò, da un generico embrassons nous multiculturale, ulteriore declinazione della retorica culturalista o riduzionismo interpretativo della complessità di ciascun individuo alla sola dimensione culturale, bensì dalla consapevolezza che si tratta di un processo estremamente difficile. Un percorso composto da continui negoziazioni e riaggiustamenti, superamento di ostacoli strutturali e psicologici, ricomposizione di saperi professionali, coinvolgendo tutti gli attori che, pur essendo costretti ad una grande prossimità fisica, sono molto spesso e culturalmente distanti fra loro.

di Antonella Pocecco,

docente di Sociologia delle comunicazioni di massa e di Comunicazione e mediazione culturale presso l’Università degli Studi di Udine

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