Il lavoro di rete e la comunicazione: l’esperienza isontina

La Rete Provinciale Isontina Antiviolenza nasce formalmente nel 2003 con la sottoscrizione di un Protocollo d’Intesa per il coordinamento delle azioni a contrasto della violenza. Costituita, inizialmente, da Provincia di Gorizia, Servizi sociali dei Comuni, Azienda per l’assistenza sanitaria, Centri antiviolenza, si è poi ampliata includendo Consigliera e Commissione provinciale Pari opportunità, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Prefettura, Questura e Forze dell’Ordine.

di Cristina Giuressi

giuressiLa violenza contro le donne non è un problema delle donne. E’ un problema di donne e uomini, dell’intera comunità. Costituisce, infatti, un fenomeno che impatta fortemente sulla salute e sulla sicurezza della collettività, anche dal punto di vista economico per le ripercussioni che tale fenomeno esercita sulla spesa pubblica sostenuta dai servizi sociali, sanitari e socio-assistenziali che attivano percorsi mirati all’uscita dal disagio.

Per questo motivo, è importante che il contrasto alla violenza sia attuato costantemente tramite azioni e interventi specifici realizzati all’interno del Sistema integrato di Welfare, nel quale diversi soggetti concorrono allo stesso obiettivo per costruire una Rete di collaborazione, ciascuno con il proprio mandato istituzionale, la propria competenza, le proprie risorse, all’interno di un Sistema che funziona esclusivamente se tutte le parti forniscono il proprio contributo, arricchendo, così, l’insieme.

LA CREAZIONE DI UNA RETE DI COLLABORAZIONE

La Rete Provinciale Isontina Antiviolenza nasce formalmente nel 2003 con la sottoscrizione di un Protocollo d’Intesa per il coordinamento delle azioni a contrasto della violenza. Costituita, inizialmente, da Provincia di Gorizia, Servizi sociali dei Comuni, Azienda per l’assistenza sanitaria, Centri antiviolenza, si è poi ampliata includendo Consigliera e Commissione provinciale Pari opportunità, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Prefettura, Questura e Forze dell’Ordine. Recentemente, la Rete si è ulteriormente allargata, includendo anche Università degli Studi di Trieste e di Udine, Ufficio scolastico provinciale, Tribunale e Procura per i Minorenni, Tribunale di Gorizia, ATER, Sindacati e altri soggetti, quali Confartigianato e Ordini professionali di avvocati, psicologi, assistenti sociali, medici e farmacisti, oltre a numerose associazioni di volontariato.

I partecipanti alla Rete sono, dunque, molteplici e di differente natura, istituzionali e non, con diverse modalità organizzative e diversi livelli di intervento per contrastare la violenza. Ragionando proprio in quest’ottica, recentemente la Rete si è ampliata con l’inclusione di ulteriori soggetti che non hanno prioritariamente tra i loro obiettivi operativi il contrasto alla violenza, ma possono ben fungere da “sentinelle” del territorio, al fine di rilevare il fenomeno e, parallelamente, diffondere capillarmente l’attenzione verso tematiche quali non violenza, tolleranza e rispetto.

Il Protocollo costituisce, quindi, il presupposto teorico e formale attraverso il quale la Rete realizza numerose azioni e interventi che si concretizzano in quattro aree: realizzazione di progetti, intervento, osservazione e rilevazione del fenomeno, formazione degli operatori e informazione alla popolazione.

I PROGETTI-INTERVENTO

“Una casa per ricominciare”, servizio di residenzialità temporanea per le donne e i figli minori vittime di violenza e in condizione di pericolo costituisce un esempio di “progetto-intervento”.

Oltre ad una risposta abitativa d’emergenza, con eventuale assistenza economica, viene intrapreso con la donna un percorso di uscita dalla violenza che può comprendere consulenze psicologiche e legali. Il delicato “accompagnamento” della donna e dei figli minori è il risultato del lavoro fondamentale dei Centri antiviolenza SOS Rosa e Da donna a DONNA, in rete con i servizi sociali e sanitari del territorio.

Dal 2008 ad oggi, 18 donne e 18 minori hanno potuto beneficiare di questo servizio (Fonte: Osservatorio provinciale contro la violenza).

Vista la complessità del fenomeno della violenza, intesa in tutte le sue dimensioni, la sua intensità e le sue sfaccettature, risulta opportuno agire non solo sulla presa in carico delle persone che la subiscono, ma ampliare la visione e il raggio di azione e considerare, innanzitutto, il quadro epidemiologico territoriale di riferimento.

OSSERVAZIONE E RILEVAZIONE DEL FENOMENO

Nell’ambito dell’area di osservazione e rilevazione del fenomeno, l’Osservatorio provinciale Antiviolenza, in raccordo con i soggetti facenti parte della Rete Antiviolenza, raccoglie, elabora e pubblica sistematicamente i dati provinciali sul fenomeno. Ciò permette di “fotografare” il fenomeno nelle specifiche caratteristiche del territorio isontino e risulta strumento utile di consultazione nella definizione degli interventi futuri che si intendono attivare, in termini anche di emergenza e priorità d’azione.

Dallo studio dei dati emerge un’interessante riflessione: nel 2014, più di 300 donne si sono rivolte agli spazi d’ascolto presenti sul territorio dedicati alle vittime di violenza (Centri antiviolenza, Servizio sociale del Comune, Consultori familiari). Nel 2010, cinque anni prima, le donne rivoltesi agli stessi spazi d’ascolto erano meno di 250 (Fonte: Osservatorio provinciale contro la violenza).

Cosa significa il costante aumento degli accessi rilevato in cinque anni nella misura di circa una cinquantina di donne? In prima battuta, tale dato potrebbe venir interpretato come un incremento della violenza presente sul territorio isontino.

Partiamo, invece, dal presupposto che non tutte le donne che subiscono violenza si rivolgono ai servizi preposti, ma rimangono, purtroppo, in silenzio.

La violenza rappresenta sempre meno un tabù o un qualcosa da tenere nascosto dentro le mura domestiche. Ciò grazie alla maggiore conoscenza, da parte delle persone, dell’esistenza di spazi d’ascolto presenti sul territorio, al cui interno operano professionisti che hanno intrapreso percorsi formativi specifici per riconoscere e trattare la violenza. Ulteriormente, negli ultimi anni si rileva, da parte dei media (televisione, giornali, etc.) nazionali e locali, un maggiore interesse alla diffusione – più o meno puntuale – di queste tematiche.

Fatte queste premesse, l’aumento delle donne che segnalano violenza rilevato nel territorio isontino potrebbe, verosimilmente, rappresentare non un incremento effettivo del fenomeno, ma un “sommerso che viene a galla”.

Attualmente, le donne che si trovano in questa condizione di disagio possiedono gli strumenti per maturare maggiore consapevolezza del fenomeno e della possibilità di uscirne, grazie anche al semplice fatto di sapere che esistono strutture di sostegno a ciò preposte.

Fondamentale risulta la rilevazione del problema nel delicato momento in cui la donna si presenta ad un servizio per esplicitare la sua condizione.

Molto spesso, la struttura in grado di operare una prima rilevazione del bisogno e garantire un corretto indirizzo è il Pronto Soccorso. Proprio per questo motivo, dal 2014 è stato attivato, nei servizi di Pronto Soccorso degli Ospedali di Monfalcone e Gorizia – dall’esperienza mutuata dall’ASL di Grosseto – il Codice Rosa Isontino, un percorso di prima accoglienza dedicato alle vittime di violenza (donne, anziani, disabili o altre categorie fragili ritenute a rischio). Concretamente, il progetto si realizza tramite l’allestimento di un ambiente adeguato dedicato all’interno degli spazi del reparto (Stanza Rosa, nella quale la vittima può colloquiare in tranquillità e nel rispetto della privacy), il coinvolgimento degli operatori sanitari adeguatamente formati sul tema che rilevano e trattano la violenza segnalata nella sua primissima esternazione, nonché l’istituzione di un iter di attivazione tempestiva delle risorse della rete del territorio che possono venire in aiuto della donna, ovvero i Centri antiviolenza, le Forze dell’Ordine, i Servizi Sociali e Sanitari.

FORMAZIONE E INFORMAZIONE

Come già specificato, la buona riuscita degli interventi e l’impatto generale sulla popolazione – in sintesi, la diminuzione della violenza – dipende da più fattori.

Sicuramente, è funzionale che la Rete di collaborazione per il contrasto alla violenza si concretizzi nella formazione di un Gruppo di lavoro multidisciplinare e multiprofessionale capace di intessere relazioni e comunicazioni efficaci tra tutti i membri del Gruppo, condividendo, chiaramente, i medesimi obiettivi e pianificando operativamente le risorse messe in campo per realizzarli, nonché le modalità specifiche di attuazione delle azioni. Per fare ciò è necessario prevedere, per i referenti del Gruppo di lavoro, un percorso di formazione condiviso.

La formazione è funzionale a creare un linguaggio condiviso, un bagaglio di competenze utili all’operatività quotidiana, una modalità comune di intervento, conosciuta e riconosciuta da tutte le diverse professionalità che gravitano attorno al fenomeno della violenza: avvocati, psicologi, assistenti sociali, educatori, medici, infermieri, ostetriche e ginecologi, pediatri, operatori della riabilitazione, ecc.

Per questo motivo, la formazione costituisce un investimento e non può essere sottovalutata, in quanto rappresenta un presupposto trasversale per tutte le azioni. È utile, quindi, prevedere periodicamente dei corsi di formazione e aggiornamento dedicati agli operatori dei servizi che lavorano quotidianamente per contrastare la violenza.

In conclusione, riflettiamo sull’azione di informazione alla popolazione. Ampliamo la visione e il raggio d’azione e consideriamo il fatto che il fenomeno della violenza è collegato ad un discorso culturale influenzato dal complesso sistema di valori e comportamenti insiti nelle persone. Il contrasto alla violenza si realizza anche mediante azioni mirate alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica che portino ad un cambiamento culturale per la promozione dei concetti di rispetto, tolleranza e pace.

L’informazione rappresenta la formazione rivolta alla collettività, realizzata in maniera capillare e veicolata agli uomini e alle donne di tutte le generazioni, ai giovani, prioritariamente, come promozione di modelli positivi e prevenzione. Gli eventi di sensibilizzazione vengono organizzati nelle piazze, nei giardini e nei luoghi di maggiore affluenza della popolazione, veicolati anche attraverso i sistemi di comunicazione attualmente più diffusi, quali televisione, radio, giornali, web e social network.

Troppo spesso la platea è formata quasi esclusivamente da donne. Il fenomeno della violenza sembra non riguardi tutta la fascia maschile della popolazione, che appare non particolarmente coinvolta dall’argomento. Il messaggio corretto deve, quindi, sempre tener conto di ciò e includere il più possibile tutta la popolazione.

Perché, come citato all’inizio, la violenza contro le donne non è un problema delle donne. E’ un problema di donne e uomini, dell’intera comunità. Teniamone conto.

Cristina Giuressi

Assistente sociale

Coordinamento Rete provinciale antiviolenza

Referente Progetti antiviolenza

Servizio Welfare

Direzione Lavoro e Welfare

Provincia di Gorizia

Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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