Non inganniamo i bambini!

La partecipazione dei bambini e degli adolescenti alla vita sociale non dev’essere una benevola concessione, ma integra il valore e il peso di un vero e proprio diritto.

La partecipazione come diritto

Essere partecipi, essere protagonisti. Nelle domande poste – spesso inconsapevolmente – da bambini e ragazzi all’adulto genitore, all’adulto insegnante, all’adulto allenatore, ecc., essi chiedono di non rappresentare più un mondo ai margini e, ancor peggio, di trovarsi in una situazione di scacco per l’impossibilità di disporre di spazi, opportunità, momenti in cui il loro punto di vista viene veramente ascoltato e di esso si tiene effettivamente conto.

La partecipazione non rappresenta una benevola concessione (quando c’è…) da parte del mondo adulto, ma integra il valore e il peso di un vero e proprio diritto, sancito da un documento importante qual è la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989), divenuta legge nel nostro Paese nel 1991 (legge n. 176). In essa si afferma una nuova visione del minore, che acquista un ruolo dinamico, passando da oggetto di tutela a soggetto attivo e protagonista nell’attuazione dei propri diritti. Questo cambio epocale di prospettiva, assunto nelle sue più complete conseguenze, determina una vera e propria rivoluzione culturale, spostando l’attenzione dai doveri degli adulti ai diritti esercitati dai minori, secondo le loro possibilità, vale a dire in base all’età ed al grado di maturità.

Il riconoscimento del diritto dei minori di partecipare attraversa tutta la Convenzione, anche se, in alcuni articoli, appare in modo più evidente, ad esempio laddove si parla di libertà di espressione (art. 13) e di associazione (art. 15). In alcuni casi, il concetto di partecipazione è esplicitamente richiamato, ad esempio con riferimento alla vita culturale e alle arti (art. 31), ai bambini disabili (art. 23), ai bambini appartenenti a minoranze o popolazioni indigene (art. 30), ai minori coinvolti in procedimenti giudiziari (art. 40).

Ma è senza dubbio l’art. 12 quello che meglio riassume il diritto di partecipazione riconosciuto al minore, tanto da essere considerato uno dei cardini interpretativi dell’intero trattato. La norma, in realtà, non parla di partecipazione, ma di diritto del bambino/ragazzo, capace di discernimento, di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessi e di vederla presa in considerazione, alla luce – come detto – della sua età e del suo grado di maturità. Si tratta di due aspetti che non possono che andare insieme, poiché, se le opinioni dei soggetti non venissero accolte e seriamente prese in considerazione, la libertà di espressione verrebbe immediatamente svuotata del suo significato e il diritto riconosciuto si dissolverebbe nella dimensione della pura retorica.

Per questo è corretto ritenere tale articolo il più rappresentativo del principio di partecipazione, intesa come possibilità concessa dall’adulto al bambino di interagire, essere coinvolto, svolgere un ruolo da protagonista, che non si esaurisce nell’espressione del proprio sentire o del proprio pensiero, ma che rivendica che l’opinione espressa produca degli effetti.

Altro elemento che caratterizza l’art. 12 – e ne rappresenta l’aspetto peculiare rispetto alla più generale libertà di espressione e di associazione (artt. 13 e 15) – è il ruolo attivo definito anche per l’adulto. Questi, infatti, è chiamato sia a prendere in considerazione l’opinione espressa dal minore ed a tenerne conto nel processo decisionale, che rimane di sua responsabilità, sia ad attivarsi per creare le condizioni che consentano l’effettivo ascolto del minore, con riferimento, in particolare, alle procedure giudiziarie ed amministrative (art. 12, comma 2).

Quella del minore è, dunque, una partecipazione che si configura come processo circolare: vi è un’azione di input del minore alla quale deve corrispondere un’azione di output dell’adulto, tenuto a dare un riscontro, una restituzione al parere espresso dal minore. In sostanza, il minore partecipa con l’intenzione di produrre degli effetti; questi possono essere anche diversi da quelli attesi, ma è compito dell’adulto darne motivazione, accompagnare il minore a comprendere come la sua opinione sia stata considerata e, quindi, come abbia influito sulla decisione adottata. Il vero esito del processo partecipativo è questo riconoscimento al minore di una sua autonomia e di un ruolo nei processi decisionali sulle questioni di suo interesse.

Chiarito, per quanto possibile, il significato di partecipazione, occorre chiedersi in che modo essa possa diventare una concreta esperienza per bambini e ragazzi. E’ necessario essere sempre vigilanti poiché i rischi e i possibili inganni (o autoinganni) non mancano.

Percorsi di partecipazione

E’ possibile immaginare 5 livelli di partecipazione dei bambini e degli adolescenti.

La partecipazione come falsa partecipazione

Il primo livello di partecipazione è, in realtà, la sua negazione. Purtroppo, ciò è alquanto diffuso. La mancata partecipazione si crea quando vengono organizzate situazioni di apparente coinvolgimento dei fanciulli che si rivelano, in realtà, occasioni di sfruttamento, di utilizzo in chiave demagogica, finalizzato a interessi di parte e non ad un reale servizio educativo offerto loro.

Questo può accadere, molto semplicemente, quando, ad esempio, bambini e ragazzi vengono invitati a partecipare ad una manifestazione pubblica, ad un corteo, ad aderire alla denuncia pubblica di un problema senza che ne siano stati adeguatamente informati, che abbiano potuto discuterne e, infine, che abbiano potuto decidere di partecipare con cognizione di causa.

Il rischio della falsa partecipazione si traduce in una vigilanza da mantenere alta poiché tale pericolo è sempre presente, senza che bambini ed adolescenti ne abbiano adeguata consapevolezza.

La partecipazione come informazione

Tale interpretazione è posta in primo piano per importanza dalla Carta Europea (riveduta) della partecipazione (altro importante documento indirizzato ad adolescenti e giovani). Va, quindi, garantito il diritto all’accesso alle informazioni che riguardano le opportunità offerte loro fornendo mezzi e assistenza per i loro progetti. La partecipazione delle giovani generazioni deve essere favorita dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, anche avvicinandole ai media tradizionali (quotidiani, riviste, radio e televisione), garantendo ai minori la possibilità di produrre essi stessi le informazioni da divulgare, acquisendo, così, una maggiore capacità critica.

Le indicazioni provenienti dall’Unione Europea confermano un’esigenza molto sentita, quella di essere informati. Disporre delle informazioni necessarie non rappresenta un dato scontato poiché diversi soggetti non ottengono le informazioni necessarie e, soprattutto, non sanno dove cercarle o come orientarsi nell’attuale babele informativa. Questo primo livello di partecipazione richiede una cura adeguata poiché costituisce una vera e propria soglia di accesso ai livelli successivi di partecipazione. Detto questo, va osservato che l’acquisizione di informazioni rappresenta una formula molto “leggera” di partecipazione: il passaggio delle informazioni, pur essenziale, non esaurisce e non esaudisce, in particolare, le domande degli adolescenti, che associano all’informazione l’esigenza di orientamento e di consulenza, nonché quella di essere parte di percorsi partecipativi di elevato significato. È, però, indubbio che, se oltre ad essere destinatari di informazioni, i giovani avessero la possibilità di sperimentarsi come coloro i quali elaborano e divulgano le notizie in prima persona, ciò rappresenterebbe un livello di partecipazione ben diverso.

La partecipazione come consultazione

Essere consultati rappresenta una modalità di partecipazione diversa da essere informati. In questo caso, infatti, i ragazzi non sono meri destinatari o fruitori passivi di informazioni in quanto possono esprimere le loro opinioni sulle tematiche considerate. Come ricordato, la Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 afferma, all’art. 12, che gli adolescenti e i bambini hanno diritto di essere consultati su ogni questione che li riguardi e che la loro opinione va tenuta in debito conto nelle decisioni successive. Vogliamo sottolineare questo articolo poiché, se preso sul serio (come, ovviamente, si dovrebbe fare), significa che non c’è argomento o questione che non riguardi le giovani generazioni e sul quale, quindi, esse non possano esprimersi. Lasciando da parte l’ambito familiare, pensiamo alla scuola (attività didattiche comprese), alle scelte di un Comune che riguardano viabilità, verde, trasporti, piano urbanistico, ecc. Il documento delle Nazioni Unite chiede che si organizzino forme permanenti di consultazione su tutti i temi che toccano la vita dei ragazzi e che, di conseguenza, toccano la vita di tutta la comunità locale. Una bella sfida!

Ma anche la Carta della partecipazione muove esplicitamente in questa direzione, citando diversi strumenti istituzionali atti a favorire la partecipazione dei giovani (l’età di riferimento di tale documento comprende anche l’adolescenza). Si parla, così, dei Consigli dei giovani, dei Parlamenti dei giovani, dei Forum dei giovani. Questi strumenti sono proposti dalla Carta come forme permanenti di espressione di rappresentanza del mondo giovanile, frutto di elezioni e di nomine ad personam. Rappresentano luoghi in cui:

– esprimere le proprie opinioni;

– formulare proposte;

– assumere direttamente la responsabilità dei progetti e della loro valutazione;

– svolgere una parte attiva nelle politiche del Comune e della Regione.

Queste strutture partecipative hanno anche il compito, non certo secondario, di formare i giovani alla vita democratica e alla cittadinanza attiva.

La partecipazione come gestione diretta di iniziative

Gestire direttamente un progetto, un intervento concreto costituisce un modo di partecipare basato sulla sperimentazione diretta e sull’assunzione di responsabilità. I luoghi in cui tale esperienza può avvenire sono quelli citati, come la scuola, l’oratorio, il centro di aggregazione, ecc.

Al di là del fatto, ovviamente, che bisogna garantire ai ragazzi tempi e percorsi almeno in parte tutelati, il limite che si vuole segnalare è che va loro riconosciuto il diritto di commettere errori, riprovare, sperimentarsi, senza che ciò significhi essere valutati negativamente. Il rischio è che tale approccio alla partecipazione lasci gli adolescenti a se stessi, non incentivi quel dialogo intergenerazionale e quel protagonismo nella società posto a fondamento della mission degli interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza.

La partecipazione come partnership

Rappresenta la forma di partecipazione più “evoluta”. Prevede una condivisione di responsabilità, vale a dire una co-responsabilità fra bambini/adolescenti-adulti-istituzioni. Tale collaborazione si basa sulla stipula di accordi, patti finalizzati al raggiungimento di obiettivi comuni. Il significato della partecipazione come partnership è molto sofisticato a livello metodologico perché significa che ragazzi, adulti e istituzioni collaborino alla pari alla ricerca di soluzioni efficaci che riguardano le giovani generazioni e l’intera collettività. Se le regole sono chiare, se il tema è coinvolgente, la partnership può rivelarsi un metodo di enorme rilevanza in ordine alla formazione di soggetti capaci di assumere responsabilità, lavorare in gruppo, mettere a disposizione idee e intuizioni, imparare a progettare e a valutare il proprio lavoro e tanti altri apprendimenti.

Le resistenza al riconoscimento della partecipazione dei minori

La tutela del diritto alla partecipazione dei minori passa, innanzitutto, attraverso il riconoscimento della società civile, che deve essere disponibile – non solo a parole – a far loro spazio, riconoscerne il ruolo, interagire con loro e coinvolgerli a vari livelli.

Non potrebbe esserci maggiore danno del tradimento delle giovani generazioni, coinvolte in esperienze di (apparente) partecipazione sulla base non di reali convincimenti, di un maturato e consapevole cambiamento culturale, ma di una retorica dei diritti.

Il primo rischio è, quindi, quello di una resistenza da parte della società, spaventata dal troppo “potere” che potrebbero avere bambini e adolescenti se messi nelle condizioni di partecipare. Questa è la logica della contrapposizione tra adulti e minori, come se rivendicassero interessi opposti. E’ la logica dell’adulto che teme la ribellione alla sua autorità e la messa in discussione del suo ruolo di guida.

Sul fronte opposto, vi è un rischio altrettanto insidioso: un’eccessiva responsabilizzazione dei bambini e dei ragazzi, chiamati ad assumersi compiti per i quali non sono ancora adeguatamente preparati. Se l’adulto, confondendo l’autonomia del minore-persona con una sua prematura indipendenza, lo abbandona, abdicando, di fatto, al suo ruolo di accompagnatore e facilitatore, anche per incapacità, il bambino/ragazzo potrà sperimentare solo la propria inadeguatezza, rischiando di rimanere schiacciato dall’insostenibilità della situazione o delle sue conseguenze.

Il solo antidoto possibile è la messa in campo di un forte investimento formativo, a cominciare dagli educatori e dagli insegnanti, per promuovere la diffusione di una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza rispettosa dei bisogni e dei diritti delle nuove generazioni e di nuove figure di adulti: autorevoli, credibili, esempio dei valori che si propongono di trasmettere, disponibili all’ascolto. A farsi piccoli per trattare le cose dei piccoli in modo grande.

Franco Santamaria, professore a contratto di Scienze dell’Educazione presso l’Università di Trieste

Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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