Un museo per ricordare la fragilità della condizione umana

di Rubén Chababo

Gli spazi espositivi e l’espressione artistica si confermano uno strumento per tramandare ricordi ed esperienze passate. Il Museo della Memoria di Rosario, in particolare, si pone l’obiettivo di evitare che cause ed effetti del terrorismo di Stato sulla società civile vadano perduti

Museo della Memoria - Rosario (Argentina)

Museo della Memoria – Rosario (Argentina)

Come trasformare la volontà di un settore coinvolto direttamente in una necessità della società? Come fare perché quel racconto possa occupare un posto, se non centrale, quanto meno visibile e alla portata di tutti? Costruire un museo della Memoria, che ricordi le cause e gli effetti del terrorismo di Stato sulla società civile, implica poter rispondere a queste domande. Però, al di là dell’imperativo del raccontare una storia, questo museo dovrebbe essere visto come lo sforzo di ricordare qualcosa di minacciato, come tanti altri episodi della storia, dall’oblio. Il museo è un veicolo della memoria, non è la memoria stessa. Nessun museo di asserita proiezione storica può aspirare a raccontare tutto. Naturalmente, molto meno di tutto l’accaduto nel passato può essere custodito tra le sue mura. Inoltre, il racconto o l’evocazione non possono nemmeno accontentare allo stesso modo tutti gli appartenenti ad una società. Una società, qualunque comunità umana, possiede memorie differenti, le quali, a loro volta, esprimono intensità differenti. Quello che alcuni ricordano con strida, altri l’hanno già dimenticato per sempre; quello che alcuni scelgono di ricordare, altri lo rifiutano, facendo accomodare nomi, geografie, capitoli interi nel dimenticatoio.

Interno del Museo della Memoria (Rosario - Argentina)

Interno del Museo della Memoria (Rosario – Argentina)

Nel caso dei musei costruiti sul ricordo di fatti traumatici o dolorosi patiti da una comunità, ciò che qui si racconta si rafforza. A Lione, per esempio, dove sorge il Museo della Resistenza, la metà della popolazione preferisce non guardare il luogo in cui si trova questa istituzione: la sua sola esistenza ricorda loro un passato nel quale la città, o parte importante di essa, ha collaborato alla deportazione di migliaia dei suoi cittadini. Questo si ripete, allo stesso modo, sulla scena latinoamericana, dove memoriali e siti del ricordo puntano a risvegliare la coscienza di cittadini che preferiscono possedere dei passati senza il peso che implica portare il ricordo di fatti così dolorosi.
Stiamo costruendo un museo a partire dalle domande e dagli interrogativi che si assestano su indiscutibili certezze. Queste certezze sono l’evidenza storica che non si può, né si potrà mai, negare: l’esistenza di un regime assolutista, la sparizione forzata di persone come prassi sistematica, l’incognita sul destino di centinaia di bambini nati in cattività, il calvario dei familiari alla ricerca di una risposta che mai è stata data. Queste certezze bastano come orizzonte perché, a partire da loro stesse, si possa formulare un percorso attraverso una storia che travalica gli anni specifici, dal 1976 al 1983, e che ci fa sprofondare nella triste notte di tanti massacri. Una storia, o un racconto, che comprende uomini e donne inghiottiti dalla mano omicida dello Stato negli scioperi del 1919, le decine di persone bruciate nei bombardamenti di Plaza de Mayo nel 1955, le anime violentate nelle latrine costruite dall’Alianza Anticomunista Argentina negli anni precedenti all’ultimo colpo di stato militare. Tutti questi fatti compongono capitoli diversi da quello che stiamo cercando di evocare: un racconto oscuro che deve essere portato al presente. Sintassi macabra che svela quante volte, nel nostro Paese, la condizione umana è stata violata e quante volte l’indifferenza ha vinto la partita davanti al dolore delle vittime.
Stiamo costruendo un museo che possa essere capace di risvegliare il ricordo di quei fatti. Che possa, però, anche insegnare alle generazioni più giovani l’importanza del rispetto e della cura della vita e della dignità umana. Non stiamo costruendo un museo chiuso nelle sue letture, ma un’istituzione che, a partire dall’evocazione del più triste passato, ci inviti a considerare e ad apprezzare l’importanza della vita in Libertà e in Democrazia. Che esprima la diffidenza verso i dogmi, che insegni, a partire dalle sue proposte educative, a non credere alla promessa del benessere che si annida nei discorsi autoritari, che raccolga il meglio della tradizione di questa e altre comunità nei momenti in cui hanno saputo rispondere “no” alla chiamata ad essere complici di una barbarie.
Non costruiamo un museo che depositi una fede cieca nella Memoria. Popoli e comunità che si riconoscono come custodi del dovere della Memoria hanno commesso simili, o ancora più feroci, atrocità, sebbene una volta avessero giurato di impedirle.
Testimonianza di ciò si trova sulle strade algerine catturate dall’obiettivo di Gillo Pontecorvo (La Battaglia di Algeri, 1965), negli ulivi e nelle case distrutte della millenaria Cisgiordania, nelle carceri clandestine peruviane e boliviane costruite dagli stessi figli di quelli che sono stati umiliati nel passato, nell’alt intimato dalle guardie di frontiera nel deserto che separa il Messico dagli Stati Uniti, quando, forse, le stesse guardie, o i loro padri, vecchi immigranti, si salvarono per miracolo dall’occhio attento della pattuglia di controllo qualche anno prima. Breve mostra del potere dell’oblio o della fiducia vuota nella parola “Memoria”.
Non si tratta di paragonare o equiparare fatti storici – ogni avvenimento è unico – ma di evitare la loro riapparizione, nascosta sotto nuove maschere, con altri vestiti o con altri costumi. Per questo costruiamo un museo cosciente della labilità del ricordo, consapevole che la condizione umana è fragile e che è potente la tentazione di distruggere e danneggiare ogni resto, incluso quello più amato in nostro possesso.
Per questo il nostro sguardo e la nostra fiducia scommettono sull’educazione come pilastro per la costruzione di qualunque sogno sociale presente o futuro, nei documenti della storia come segni ineluttabili dell’ora di ricostruire il passato. Investiamo anche sull’arte contemporanea quale strumento sottile capace di esprimere ciò che la parola non riesce a descrivere. Per caso, non esiste nell’opera di Carlos Gorrianera – nei visi trasformati dalla smorfia, nei corpi contorti come insetti o larve – quella metastasi che ha corroso il corpo e l’anima della Nazione per più di un decennio? Non esiste nell’opera di Oscar Bony il peso del vuoto
che dovevamo portare? Non è insita nell’opera di Graciela Sacco l’impronta indelebile di ciò che la condizione umana lascia sulla pelle invisibile di questo mondo, sia questo un segno o un registro, un’evocazione di quanto di più bello o di più atroce portiamo con la nostra esistenza?
L’arte contemporanea può realizzare una dimensione pedagogica senza la necessità di trasformarsi in pezzo testimoniale o mero riflesso. Così come Fusilamientos en la montaña del Príncipe Pío, di Francisco Goya, parla, due secoli più tardi, tanto della crudeltà napoleonica come dozzine di capitoli scritti per raccontare quella storia di occupazione e resistenza. Il rosario di preghiera fatto da Claudia Contreras con pagine del Nunca más, Mai più, forse concentra, nello spazio limitato della sua breve e delicata materialità, tanto quanto mille racconti di attesa, umiliazioni e crolli.
Annunci o evocazioni, albe o tramonti di quello che siamo o di quello che siamo stati. Molte opere e molti autori hanno raggiunto il loro obiettivo di aiutarci a capire la dimensione che hanno avuto i nostri stessi crolli, la nostra indifferenza o il nostro compromesso, la nostra responsabilità perché la luce o l’oscurità potessero realizzarsi. Di qualcosa di simile ci parlava Walter Benjamin quando ci invitava a leggere lo spessore del tempo storico alla luce della forza o dell’incantesimo dei lampi che risplendono negli istanti di pericolo, saggio messaggio del creato capace di spezzare la nostra indifferenza o il nostro naturale impulso a considerare altrui quello che succede due passi più in là dello stretto spazio che occupano i nostri piedi su una piastrella.
Non stiamo costruendo un museo del quale si possa dire che la semplicità è il marchio che lo differenzia. Cosa significherà la parola dittatura per chi nascerà nel 2020? Chi può dirlo? Chi può assicurarlo? Oggi la parola Reich suona, da qualche anno, strana alle nuove generazioni tedesche. Lo stesso vale per il termine Gulag all’orecchio dei giovani russi nati dopo la fine del secolo. Su questo dobbiamo riflettere, su questo dobbiamo metterci il nostro impegno, questo deve essere il centro della nostra sfida riflessiva al momento di disegnare le nostre istituzioni, non solo quelle della Memoria, ma tutte quelle che attraversano il nostro orizzonte culturale.
Stiamo costruendo un museo situato nel centro stesso della città, a pochi metri da una delle piazze più belle, che scommette nel ricordare a tutti i cittadini che c’è stato un tempo nel quale il cielo di questo Paese si è oscurato per sette lunghi anni e che quella bellezza ha potutoconvivere con l’inferno più buio nel cuore della nostra vita quotidiana.
Questo solo dato giustifica ogni sfida della Memoria. In questa sottile e potente evidenza si assesta la missione e lo sforzo del museo che, da più di dieci anni, stiamo costruendo.

di Rubén Chababo

Direttore del Museo della Memoria di Rosario, Istituzione governativa dalla forte impronta educativa dedicata alla Memoria degli anni del terrorismo di Stato in Argentina. Professore di Lettere all’Universidad Nacional de Rosario (1987). Coordinatore del Progetto di Osservazione nel raggiungere gli Obiettivi del Millennio sostenuto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD- 2007/2008). Ha tenuto corsi e conferenze dedicate al tema specifico della Memoria e dei Diritti Umani in Argentina e all’estero: Vassar Collage (New York), Asumption University, Holly Cross University, Bowleen Green University, Università di Colonia (Germania), Istituto Cervantes di Chicago (USA), ecc. Creatore e primo direttore dell’Ufficio per i Diritti Umani del Municipio di Rosario, Argentina. Docente nel Seminario dedicato all’Olocausto nell’evento educativo organizzato annualmente dal Ministero dell’Educazione della Provincia di Santa Fe, Argentina. Assessore e membro delle Commissioni di lavoro che affrontano – in Argentina e nel resto dell’America latina – il tema dell’insegnamento degli orrori del passato e della Memoria. Membro del Comitato Accademico del Master in Studi Culturali e Direttore dell’Editoriale della Facoltà di Humanidades e Arte dell’Universidad Nacional di Rosario.

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