Palazzo Selam, il ghetto dei rifugiati

Livia Salvatori, Milena Molozzu e Raffaella De Felice

Sono in 2.000 con 55 servizi igienici a disposizione. Famiglie, giovani e minori vivono nella Capitale in condizioni peggiori dei campi profughi. Tutto sotto gli occhi delle Istituzioni che li hanno incoraggiati a stabilirsi lì salvo, poi, ritirare la mano caritatevole

A Sud di Roma, appena fuori dall’uscita del raccordo anulare e a pochi passi dal frequentatissimo centro commerciale La Romanina si trova il Palazzo Selam. Un edificio enorme a vetri di 8 piani. Al suo interno vivono circa 1.200 persone provenienti dal Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Sudan ed Etiopia le principali nazionalità).
Selam Palace rappresenta l’occupazione di rifugiati politici più grande di Roma. L’ex facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata venne occupata nel 2006 da un gruppo di 300 titolari di protezione internazionale e richiedenti asilo africani. Grazie all’intervento delle associazioni locali, inizialmente le istituzioni facilitarono l’occupazione e agli abitanti furono garantite le utenze. Nel 2007, però, dopo incomprensioni tra gli abitanti di Selam e le istituzioni, l’occupazione divenne definitivamente illegale. Questo fu l’inizio del progressivo degrado delle condizioni di vita all’interno dell’edificio. Le strutture cominciarono a deteriorarsi e le conseguenze furono allagamenti, due incendi e mancanza di elettricità anche per mesi interi.
Attualmente le istituzioni hanno completamente abbandonato il palazzo e quando, in situazioni di emergenza, viene richiesto un loro intervento, rimangono immobili a causa dell’insormontabile problema dell’illegalità dell’occupazione.
Problema che le istituzioni stesse spesso alimentano, come nel caso dell’assegnazione della residenza, fondamentale per l’accesso ai servizi territoriali locali: l’assegnazione della residenza in via Arrigo Cavaglieri 8 (Palazzo Selam) agli abitanti è da anni oggetto di controversie e di politiche municipali altalenanti. Attualmente è messa a rischio dal Piano Casa 2, la cosiddetta “legge Lupi”.
I 1.200 abitanti abituali, provenienti dal Corno d’Africa, vivono in condizioni degradanti: locali angusti, sovraffollati, malaereati, con scarsissimi servizi igienici. Giornalisti e politici hanno visitato l’edificio facendo le consuete promesse di cambiamento. Ad oggi, però, tutto rimane uguale.
Negli ultimi mesi, inoltre, le condizioni già precarie dello stabile sono state messe a dura prova dall’arrivo di centinaia di giovanissimi connazionali stanchi, spaventati, al limite delle forze. Dopo il pericoloso viaggio in mare, queste persone arrivano direttamente a Selam. Sono potenziali titolari di protezione internazionale che preferiscono non essere identificati alla frontiera per poter proseguire il loro viaggio verso l’Europa del Nord. Spesso aspettano che li raggiunga qualche altro familiare, rimasto in Libia perchè il denaro era sufficiente per un solo biglietto o per non tentare un viaggio così rischioso nella stessa precaria imbarcazione. Nel frattempo si trovano in un Paese che non conoscono, senza cibo, vestiti, denaro, alloggio, e soprattutto senza documenti. In base a quanto viene riferito da loro stessi, spesso il “biglietto” che pagano ai trafficanti in Libia comprende, oltre al fortunoso viaggio in mare, anche un autobus che li porti fino a Selam, l’unica occupazione romana che sta aprendo le porte ai nuovi arrivati.
Tale generosità viene pagata a duro prezzo dagli abitanti: in questo momento il palazzo è al collasso, sovraccarico di vite umane, ad oggi circa 2.000. Il numero di servizi igienici, 55 wc, non soddisfa neanche lontanamente gli standard minimi di un campo profughi.
Le condizioni fisiche e psichiche dei nuovi arrivati sono estremamente precarie. Sono perlopiù ragazzi molto giovani, spesso minori che hanno il terrore di essere identificati. Si rifiutano, pertanto, di uscire dal palazzo anche solo per andare in ospedale o in farmacia. Rimangono quindi sospesi nel limbo del Palazzo Selam in attesa di trovare i mezzi per proseguire il viaggio, accontentandosi del palliativo offerto dallo sportello sanitario organizzato da Cittadini del Mondo.
Lo sportello, attivo ogni giovedì sera, cerca di portare all’interno del Palazzo cure mediche e sostegno. Negli ultimi due mesi, però, le scorte settimanali di farmaci, vesiti, saponi e biancheria vengono costantemente a mancare.
Solo negli ultimi due mesi, infatti, l’associazione ha assistito 330 persone, quasi tutte provenienti dall’Eritrea. Le condizioni sanitarie dei nuovi arrivati sono disperate: tutti riportano malattie cutanee, anche a stadi avanzati, causate dalla scarsa igiene. Il 75% è fisicamente debilitato, il 40% riporta lesioni dovute al viaggio (fratture, lesioni ulcerate, esiti traumatici).
I nuovi ospiti dormono nel garage dell’edificio insieme a cumuli di spazzatura ammucchiata lì negli anni e alle macchine.
Tra i nuovi arrivati non vi sono solo giovani uomini ma anche donne e bambini. Cittadini del Mondo ha visitato 17 bambini minori di 4 anni con le rispettive madri.
Anche di fronte a questa emergenza le istituzioni non hanno risposto e il palazzo per loro continua ad essere invisibile. Le uniche risposte efficaci sono arrivate dalle associazioni che si sono impegnate a fornire farmaci e vestiti.
L’emergenza in atto a Selam Palace è un chiaro messaggio per l’Europa contro la legislazione in materia di asilo politico: dopo l’arrivo in Europa, i migranti forzati dovrebbero essere messi in condizioni tali da non rischiare la propria incolumità fisica per raggiungere la propria destinazione.
Tale messaggio viene però pagato dai migranti stessi al duro prezzo della propria salute e della propria sicurezza.

Livia Salvatori, Milena Molozzu e Raffaella De Felice
Operatori volontari presso Palazzo Selam per l’associazione Cittadini del Mondo

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