La Siria e la necessità del riconoscimento della storia

Shady Hamadi

Homs è ancora lì, assediata e inerme. Era il febbraio del 2012 quando l’esercito regolare siriano, dopo aver raggruppato un numero consistente di mezzi e uomini, cominciò l’assedio alla città, un assedio che dura ancora oggi. Sì, Homs è sotto assedio: lo è da un anno e mezzo. Molti quartieri della città sono stati riconquistati dalle forze del regime, mentre alcuni, quelli del centro storico, sono ancora sotto il controllo delle forze ribelli, dei ragazzi di Homs. Quei giovani che imbracciano le armi e che vivono sotto assedio, tagliati fuori dal resto della Siria, sono di Homs. Abdelbast, Omar, Ali e Mohamed sono solo alcuni dei nomi di questi ragazzi che erano scesi in piazza nel 2011 a manifestare pacificamente. Con loro, tutta Homs. Credevano di vincere con il pacifismo. Credevano che il mondo li vedesse, riconoscendo la loro lotta, i loro diritti: l’anelito di libertà. Una repressione feroce di regime, l’immobilismo della Comunità internazionale, rimasta a guardare, hanno consegnato il Paese alla guerra.
Oggi parliamo di tutto. Si dice tutto e il contrario di tutto della Siria e non si parla più del perché quei ragazzi erano scesi in piazza. Si parla dello Jihadismo senza cogliere che quei Siriani che hanno domandato libertà combattono contro di esso e contro il regime.
Homs. Homs è il cuore di ciò che resta della Siria, della speranza. Quando quei ragazzi di Homs si sono messi a girare una telenovela con i telefonini per rappresentare la loro condizione di assediati, e riuscivano a trovare la forza per scherzarci su – sulla mancanza di acqua e di cibo – quella è speranza. C’è una tenue possibilità per la Siria: il riconoscimento. Intendo che quei 100.000 morti e i 6 milioni di Siriani scappati all’esterno del Paese, o che fuggono da una parte all’altra della Nazione, vi domandano di riconoscere la loro storia, il loro sacrificio. Assad è un dittatore che non ha usato mezze misure per massacrare il suo stesso popolo. Ciononostante, da qualcuno, in Europa, in Italia, Assad è visto come un governante illuminato in un Medio Oriente destinato alle tenebre. Perché? Perché Assad è laico e la sua laicità rappresenta un valore importante di fronte ad un Islam politico dilagante. Per questo motivo, i 100.000 morti ammazzati da un laico sono giustificabili. L’importante è che preservi lo status quo tra le fedi (anche con la repressione).
Mi viene in mente Mustafa Khalifa, uno scrittore siriano. Nel 1982 partì dalla Francia per la Siria. Quando atterrò all’aeroporto di Damasco, fu arrestato dalla polizia senza motivo. Venne messo in carcere. Solo qualche mese dopo gli venne detto che era accusato di fondamentalismo islamico. Lui replicò che non era possibile: era di famiglia cristiana e, in più, non aveva neanche abbracciato il Cristianesimo. Era ateo. Nulla. Per dieci anni rimase imprigionato senza processo – cosa consueta in Siria – nella prigione di Tadmur, Palmira. Venne torturato, come tutti i detenuti. Solo dopo dieci anni le autorità capirono di aver sbagliato: era vero che lui era di famiglia cristiana, quindi non poteva essere un fondamentalista islamico. Khalifa tornò in Francia, distrutto. Scrisse un libro nel quale raccontava le atrocità da lui viste e vissute – questo è l’unico termine idoneo per fornire una minima idea di cosa si è vissuto e si vive nelle carceri siriane. Avere in mente la storia, conoscerla, è l’unico mezzo in nostro possesso per comprendere la realtà e non dimenticarci chi sono i colpevoli.

di Shady Hamadi
Scrittore e attivista per i diritti umani in Siria

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