La giustizia riparativa

È un modello di ispirazione anglosassone che trova nelle attività socialmente utili e, soprattutto, nella mediazione tra vittima ed autore del reato le sue espressioni concrete. Se la ricomposizione della frattura sociale causata dal reato avviane attraverso una partecipazione attiva dell’autore alla vita della comunità, è con la mediazione tra vittima ed autore del reato che si sviluppa il percorso più profondo di riparazione

Il bisogno dell’uomo di dare ordine alla propria esistenza ed alla convivenza ha portato alla costruzione di un sistema normativo e, parallelamente, di un sistema di controllo e punizione. Così come il sistema normativo si è evoluto nel corso dei secoli, anche il sistema punitivo ha conosciuto importanti cambiamenti, che, nel loro complesso, si inscrivono all’interno di un percorso di progressiva umanizzazione delle pene. In particolare alla logica retributiva, che prevede di infliggere un male commisurato al male commesso, è subentrata una prospettiva di tipo rieducativo, che subordina le istanze afflittive ad esigenze di recupero e di reinserimento sociale. Accanto a queste prospettive, tuttora presenti, si è fatto gradualmente strada un nuovo modello di giustizia, quello riparativo, che si pre-occupa degli effetti del reato, promuovendo percorsi di riparazione e riconciliazione tra reo e vittima. Sottende a questa prospettiva una visione relazionale del reato: non più mera violazione dell’ordine giuridico, il reato viene concepito come “un conflitto che provoca la rottura di aspettative sociali simbolicamente condivise” (Ceretti, 2001) e contestualizzato all’interno di dinamiche relazionali che generalmente privano i soggetti coinvolti – autore e vittima – della loro dignità, della possibilità di essere riconosciuti come persone.

Nata intorno agli anni ’50 nei Paesi anglosassoni, la giustizia riparativa giunge più tardi nel contesto italiano e, nel primo periodo, rimane relegata al sistema minorile, tradizionalmente più incline alle sperimentazioni. Probabilmente le ragioni di questo ritardo sono da ricercare in un sistema giuridico in cui l’obbligatorietà dell’azione penale non permette, a differenza di quanto accade in altri Paesi europei, una definizione stragiudiziale delle cause ed in un modello culturale in cui l’orientamento al compromesso piuttosto che alla mediazione induce ad intraprendere azioni risarcitorie a mezzo della difesa anziché affidare alle parti la responsabilità di ricercare una soluzione al conflitto che le oppone.

Sviluppate, inizialmente (metà anni ’90), negli interstizi procedurali, le esperienze di matrice riparativa trovano nelle attività socialmente utili e, soprattutto, nella mediazione tra vittima ed autore del reato le loro espressioni concrete. Se le prime consentono una ricomposizione della frattura sociale causata dal reato attraverso una partecipazione attiva dell’autore alla vita della comunità, è con la mediazione tra vittima ed autore del reato che si sviluppa il percorso più profondo di riparazione.

Nella definizione di Bonafè-Schmitt la mediazione è “un processo, il più delle volte formale, attraverso il quale una terza persona neutrale tenta, attraverso l’organizzazione di scambi tra le parti, di permettere ad esse di confrontare i loro punti di vista e di cercare con l’aiuto del mediatore una soluzione al conflitto che li oppone”. Il dialogo che si sviluppa in mediazione permette alle parti di attribuire nuovi significati agli eventi, di riconoscersi reciprocamente e restituirsi “quote di identità”, negate dal fatto reato (Ceretti, 2001).

Nell’esperienza italiana il percorso di mediazione si sviluppa a latere del procedimento giudiziario ed è caratterizzato dalla volontarietà, che esclude consensi strumentali (in termini di diminuzione della pena o di maggiori opportunità risarcitorie), e dalla confidenzialità, che garantisce la riservatezza dei contenuti emersi nell’incontro di mediazione, anche rispetto al procedimento penale.

Anche senza volersi addentrare oltre nella realtà della mediazione si comprende come il suo sviluppo sia condizionato dalla presenza di mediatori adeguatamente formati e dalla diffusione di una sensibilità collettiva rispetto alla filosofia della mediazione Sono intuibili, pertanto, i motivi per cui, tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, le attività socialmente utili, di più agevole realizzazione, abbiano trovato maggior spazio rispetto alla mediazione. Tuttavia le iniziative di sensibilizzazione su questa tematica, sviluppate in diverse aree della regione, ed il percorso di formazione intrapreso da alcuni operatori inducono a pensare alla possibilità di offrire alla popolazione regionale luoghi in cui, attraverso i percorsi di mediazione, sia possibile ri-attivare il dialogo e ri-costruire il legame sociale.

 

Elisabetta Kolar
assistente sociale, vicepresidente ordine assistenti sociali FVG


Bibliografia
Bonafè-Schmitt in Pisapia G., Antonucci D. (a cura di), “La sfida della mediazione”, CEDAM, Padova, 1997.
Ceretti A. in Scaparro F. (a cura di), “Il coraggio di mediare”, Guerini e Associati, Milano, 2001.

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