Le guerre dei mercenari

Nagorno-Karabakh

Quella del mercenario – il soldato di professione che per denaro combatte al servizio di uno stato straniero, o anche di gruppi politici o economici – è forse “la seconda professione più antica al mondo”. Il fenomeno non è mai scomparso del tutto e i mercenari, chiamati spesso contractors, sono attivi ancora oggi in diversi scenari bellici.

Come ha riportato la CNN, sembra che parecchi cittadini siriani siano stati reclutati per combattere nel recente conflitto tra Armenia e Azerbaijan: un combattente di una fazione siriana sostenuta dalla Turchia ha descritto minuziosamente all’emittente televisiva statunitense i termini del contratto di tre mesi proposto ai siriani disposti a combattere nella regione contesa del Nagorno-Karabakh (secondo il ministro degli esteri turco si tratta, ovviamente, di accuse senza fondamento).

Sulla New York Review of Books, Elizabeth Tsurkov ha fornito ulteriori dettagli sul fenomeno (citando “dozzine” di interviste con siriani) ed ha descritto una situazione in cui, considerato che l’economia collassata della Siria rende la prospettiva di posti di lavoro regolari un miraggio, sia la Turchia che la Russia hanno avuto gioco facile nell’ingaggiare (ovviamente, in modo non ufficiale) i combattenti delle fazioni siriane per poi esportarli. Come racconta Tsurkov, la guerra siriana è ormai in una situazione di stallo, ma il paese è diventato una fonte inesauribile di mercenari reclutati per fare la guerra in Libia e poi in Nagorno-Karabakh, con un certo sostegno da parte delle maggiori potenze regionali e di quanti sono allineati con esse. 

Anche altri, compreso Der Spiegel, hanno documentato la crescita del rilievo dei mercenari nei conflitti, in particolare nel Medioriente, puntando il dito, analogamente, sulla Turchia e sulla Russia, che utilizzano sempre più spesso mercenari per combattere guerre al posto loro (Tsurkov ha situato, infatti, il conflitto tra Armenia e Azerbaijan all’interno della stessa tendenza). 

Ciò, ovviamente, complica gli sforzi per porre fine a tali conflitti e, per alcune persone, trasforma la guerra in una scelta (e in uno stile) di vita. Il governo libico, racconta lo Spiegel, ha imprigionato, nella città portuale di Misurata, circa 400 mercenari ostili, per lo più provenienti dal Sudan e dal Ciad. Uno dei prigionieri si è presentato agli inviati del settimanale tedesco, che stavano visitando la struttura, come Mohamed Idriss

“Viene dal Darfur – racconta Der Spiegel – la regione del Sudan occidentale sconvolta dalla guerra civile dal 2003. Prima di unirsi, tre anni fa, alle truppe che combattono per il signore della guerra libico Haftar, Idriss ha combattuto con l’esercito di liberazione del Sudan contro il dittatore del paese, Omar al-Bashir. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto da tramite. 

I mercenari sudanesi hanno aiutato Haftar a conquistare ampie zone del paese, e Idriss è diventato colonnello, con 450 combattenti mercenari al suo comando. L’operazione per lui è stata redditizia, racconta, ed ha guadagnato tra i mille e i tremila dollari al mese. Tutto ciò che lui e le sue truppe sono riusciti a saccheggiare durante le loro campagne è stato inviato con dei camion nel Darfur. Tuttavia, quando negli ultimi mesi, dopo il coinvolgimento della Turchia, le sorti della guerra hanno cominciato a cambiare, è diventato chiaro, dice Idriss, che Haftar e i russi consideravano lui e i suoi uomini come combattenti di seconda classe. Mentre il Gruppo Wagner ha ritirato rapidamente i suoi mercenari dal fronte nei dintorni di Tripoli, i sudanesi sono stati abbandonati sul campo di battaglia. Molti sono morti, mentre altri, come Idriss, sono stati fatti prigionieri.

Il colonnello è convinto che prima o poi uscirà di prigione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso, dice, di fare il possibile per lui. Cosa farebbe se fosse rilasciato? Continuare a combattere. In Libia. In Sudan. Ovunque. E per chiunque. Non può più neppure immaginare di fare una qualsiasi altra cosa”.

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