L’INEVITABILITÀ DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI E GLI EFFETTI DELL’ANTROPIZZAZIONE SUL RISCALDAMENTO GLOBALE

NEGLI ULTIMI 100 ANNI, LE TEMPERATURE A TERRA E A MARE SONO AUMENTATE DI 0,8 GRADI A CAUSA DELLA COMBUSTIONE DI COMBUSTIBILI FOSSILI, DELLA DEFORESTAZIONE, DEL CAMBIAMENTO DIUTILIZZODEISUOLIEDELL’AGRICOLTURAINDUSTRIALE. LACAPACITÀDELL’UOMODIMODELLARE IL PIANETA PER LE PROPRIE ESIGENZE DI CRESCITA E SVILUPPO STA “CUOCENDO” LA TERRA

Cambiamenti climatici, effetto serra, antropizzazione, tropicalizzazione dell’area mediterranea sono termini che troviamo facilmente sulle pagine dei giornali o in numerosi servizi televisivi. Spesso, ottengono il risultato di confondere il cittadino medio.

Alcune indicazioni di merito per fare chiarezza: per “clima” si intende l’insieme delle condizioni medie atmosferiche (temperatura, umidità, vento, pressione, precipitazioni) calcolate in una determinata area geografica per un periodo di tempo di almeno trent’anni; dipende dalle condizioni geografiche come, ad esempio, altitudine, latitudine, presenza di mari o laghi; non va confuso con i termini “tempo” o “meteo”, i quali, comunemente, indicano lo stato atmosferico di una zona in un preciso mo- mento. Le ricerche volte a comprendere i cambiamenti climatici del passato sono complesse e interessano un numero elevato di ricercatori (geologi, biologi, fisici dell’atmosfera, oceanografi, modellisti…) che collaborano, ognuno per la sua sfera di competenza, ad individuare le diverse tessere che compongono il puzzle della paleoclimatologia.

I cambiamenti climatici, eventi “normali” per il nostro pianeta, coprono finestre temporali molto ampie: milioni di anni (modifiche dell’aspetto del nostro pianeta a causa della deriva continentale), decine di migliaia di anni (modifiche legate a fattori astronomici, come eccentricità orbitale, inclinazione assiale e precessione dell’orbita terrestre), mille anni (variazioni nella circolazione termoalina globale, con variazioni importanti nei tenori dei gas serra anidride carbonica e metano – in grado di determinare fasi di drastico abbassamento delle temperature – vedi teoria della Snow Ball Earth – o ere geologiche caratterizzate da temperature più elevate rispetto ad oggi, come il Mesozoico). Lo studio delle carote di ghiaccio estratte dalle calotte groenlandesi ed antartiche e dalle serie sedimentarie campionate nei diversi oceani del mondo ha, inoltre, evidenziato come, durante il Quaternario (ultimi 2,5 milioni di anni), il clima sia variato ciclicamente te, dando luogo a periodi più freddi dell’attuale, detti glaciali, e periodi con temperature simili a quelle attuali, detti interglaciali.

Vista la suddetta “normalità” della variabilità climatica, quali sono, dunque, le ragioni che oggi spingono la comunità scientifica e, a caduta, l’opinione pubblica ad interrogarsi sui possibili rischi del “global warming”?

La risposta si deve far risalire a circa 300.000 anni fa. Nella culla africana, compì i suoi primi passi una specie a suo modo “eccezionale” nella sua diversità rispetto a tutti gli altri esseri viventi che lo avevano preceduto: l’homo sapiens. Come ci ricorda Ian Tattersall “[…] se vi è una sola cosa che distingue l’uomo da tutte le altre forme di vita, attuali o estinte, è la capacità di pensie- ro simbolico: saper generare complessi simboli mentali ed elaborarli in nuove combinazioni. È proprio questo il fondamento dell’immaginazione e della creatività: la capacità, solo umana, di creare un mondo nella propria mente e ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno. Altre specie possono sfruttare il mondo esterno con grande efficienza, […] ma tutte mantengono, sostanzialmente, il ruolo di soggetti passivi e meri osservatori”. Probabilmente, tale diversità spinse l’uomo, circa 100.000 anni fa, a migrare dall’Africa per colonizzare e insediarsi nelle restanti parti del pianeta, nello stesso tempo contribuendo a modificare le aree che invadeva. In Australia, a titolo esemplificativo, 40-50.000 anni fa, gli uomini, liberando vaste aree di foresta con gli incendi, potevano coordinare efficacemente le tecniche di caccia e controllare gli spostamenti degli animali. In tal modo, causavano un impatto ecologico sulla flora e sulla fauna. Da allora, gli eucalipti divennero la flora dominante e si estinsero le ultime specie della megafauna au- straliana.

Certamente, nella sua storia recente, l’umanità ha subito l’effetto dei cambiamenti climatici. Lo testimoniano le migrazioni o le crisi di numero- se civiltà a causa di periodi di prolungata siccità. Esemplificativi, in tale senso, sono il collasso della civiltà accadica 2.200 anni prima di Cristo o dei Maya nell’anno 1000. L’umanità è ugualmente prosperata raggiungendo livelli elevati di civilizzazione testimoniati da una costante crescita demografica e anagrafica. Oggi l’umanità ha superato i sette miliardi di individui, i quali, per vivere, hanno bisogno di circa 28 miliardi di animali d’allevamento. 50.000 anni fa, l’homo sapiens fu in grado di modificare l’ecosistema australiano. L’uomo moderno, invece, fino a che punto ha modificato e può modificare l’ambiente e il clima del nostro pianeta?

Una risposta in tal senso ci arriva da un team costituito da più di 5.000 scienziati inseriti nel network scientifico Past Global Changes (Pages)finalizzato alla comprensione dell’ambiente e del clima della Terra del passato. Dal 2006 Pa- ges ha deciso di ricostruire il clima degli ulti- mi 2.000 anni attraverso un’iniziativa chiamata Pages 2k Network, una rete costituita da nove working group, in grado di offrire un contributo importante al progetto globale di ricostruzione del clima del passato. Nel 2013, 2K Network ha pubblicato una ricerca su “Nature Geoscience”: confrontando i dati ottenuti da anelli di cresci- ta degli alberi, pollini, coralli, sedimenti lacustri e marini, carote di ghiaccio, stalagmiti e docu- menti storici provenienti da 511 siti, ha permes- so di ricostruire i cambiamenti della tempera- tura sulla superficie terrestre negli ultimi 2.000 anni.

I due principali risultati hanno confermato che l’attuale temperatura della superficie globale è la più elevata degli ultimi 1.400 anni (confermando il grafico a forma di bastone da hockey, previsto da molti scienziati del clima e negato dagli eco-scettici). Lo studio ha, inoltre, fornito la migliore ricostruzione complessiva delle temperature locali e dei cambiamenti globali negli ultimi 1.000-2.000 anni, evidenziando come, nel corso degli ultimi 2.000 anni fino a 100 anni fa, il nostro pianeta presentava una tendenza a lungo termine al raffreddamento, ad eccezione del periodo caldo medioevale avvenuto in tempi diversi nelle diverse aree del pianeta e con temperature comunque inferiori rispetto alle attuali. Il riscaldamento globale, verificatosi a partire dal- la fine del XIX secolo e tuttora in corso, causato dalle attività antropiche, ha invertito la suddet- ta persistente tendenza ad un raffreddamento globale a lungo termine.

I ricercatori hanno, inoltre, evidenziato che, secondo “l’instrumental temperature record”, le temperature superficiali medie nel periodo 1982-2012 sono risultate superiori di circa 0,2°C rispetto alla media del periodo compreso tra il 1970 ed il 2000. Negli ultimi 100 anni, le temperature a terra e a mare sono aumentate di circa 0,8 gradi a causa della combustione di combustibili fossili, della deforestazione, del cambiamento di utilizzo dei suoli e dell’agricoltura industriale. In pratica, a causa dell’incredibile capacità dell’uomo di modellare il pianeta per le proprie esigenze di crescita e sviluppo a “propria imma- gine e somiglianza”.

Il puzzle climatico del passato, grazie alla capacità della scienza di confrontare dati provenienti da diversi record del passato, si sta completan- do, mentre il futuro è ancora tutto da disegnare. In definitiva, dipende dall’uomo comprendere che il pianeta meraviglioso su cui viviamo ha una storia molto antica e precedente alla nostra specie, comparsa nell’ultimo minuto dell’orologio della vita che data quasi quattro miliardi di anni e che è possibile prevedere uno sviluppo ecosostenibile che lo preservi anche per le generazioni future.

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