LA STRAORDINARIA FILOSOFIA DEL RIUSO

“RI-USARE": UNA TRASMISSIONE CHE NON AVVIENE IN MODO PASSIVO, MA ATTIVO,SELEZIONA COSA E SOPRATTUTTO COME TRACCIARE UN FILO ROSSO TRA PASSATO E PRESENTE. LA CULTURA NON È UNA ESSENZA, MA QUALCOSA CHE FACCIAMO E VIVE NELLE PRATICHE E NEGLI SCAMBI RELAZIONALI QUOTIDIANI

Usare e riusare. Le abilità marginali femminili e la trasmissione culturale. Rattoppare, rammendare, cucire, rivoltare un abito, salvare per nuovi usi quanto altrimenti è consumato, liso, a pezzi: la ricerca figurativa di alcuni degli autori in questa rassegna richiama il tema dell’uso e del riuso, che esprime le abilità femminili considerate marginali. Abilità marginali perché minori rispetto al cucito e al ricamo: uguali nel richiedere apprendimento e apprendistato, difficilmente travalicavano le soglie della piccola borghesia, perché indicavano necessità e povertà, scarsissime capacità di acquisto e di ricambio di abiti, biancheria personale e per la casa.

Quella del riuso non era una attività solo femminile: gli attrezzi di lavoro, i contenitori, le mura e pareti di casa, i materiali di recupero, financo le stoviglie di casa erano oggetto di riparazione, manutenzione, rattoppo, riuso. Lo scarto era minimo, considerato spreco, a denotare un surplus sottratto al valore d’uso, morto per la rigenerazione e la continuità.

Nell’etimo di tradizione troviamo il senso dello trasmettere, da una persona all’altra, da una generazione all’altra. Una trasmissione che non avviene in modo passivo, ma attivamente seleziona cosa e soprattutto come tracciare un filo rosso tra il passato e il presente. Infatti, la cultura non è una essenza, che vive immutata dentro di noi, non è qualcosa che siamo, ma qualcosa che facciamo, quindi vive nelle pratiche e negli scambi relazionali e simbolici quotidiani.

La riflessione a questo punto è duplice: rimanda da un lato all’inevitabilità di quanto si perde perché non più ha significato nell’attualità, e dall’altro a quanto ci si attiva a conservare e riusare. Come patrimonio, memoria, luogo dell’anima, senso di appartenenza.

Le abilità marginali femminili, così inappropriate in una epoca dominata dal consumo e dall’obsolescenza, e così connotate dalla povertà e dalla necessità, da attività pratica possono trasformarsi in segno di cura femminile, sapere dimenticato che porta con sé altri saperi, oppure vengono trasfigurate dall’attività artistica. Di nuovo un fare, un proporre in nuovi contesti di uso (estetico).

“Abbiamo una eredità ma non abbiamo un testamento”, ha scritto il poeta Réné Char. Poche parole si prestano così bene a descrivere la relazione provvisoria, arbitraria, a mezza parete tra individuale e collettivo che intratteniamo con quanto amiamo ossificare come tradizione, che solo quando è creativamente riappropriato gode della possibilità di prolungare nel tempo la sua vita.

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