Eurozona: quali i rischi di una politica monetaria espansiva di lungo periodo

Molti osservatori ritengono che il Quantitative Easing (QE), fortemente voluto dal presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ed il correlato abbassamento del tasso di interesse, siano state due manovre efficaci, seppur tardive, nel limitare l’impatto negativo della Grande Recessione (2008-2009) e della crisi dell’Eurozona (2010-11).

Tuttavia, i rischi del perdurare di manovre monetarie espansive che spingono il tasso di interesse in prossimità dello zero sono molteplici. Si può, infatti, giungere a perdere l’efficacia della politica monetaria stessa, come esemplifica il caso del Giappone, da anni in una cosiddetta trappola di liquidità. Questa situazione si definisce trappola poiché per quanto la Banca Centrale Giapponese cerchi di aumentare la base monetaria, ciò non riesce ad avere alcun effetto sulla crescita economica. Osserviamo come si potrebbe evitare di incorrere in questa insidia macroeconomica, attraverso un maggior impiego di politiche fiscali armoniche fra gli Stati membri dell’Eurozona, obiettivo raggiungibile solo con un chiaro intento politico da parte dei Governi dell’UE.

È dello scorso aprile la notizia che il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha annunciato che il tasso di interesse rimarrà invariato in prossimità dello 0%. L’intento è di continuare a iniettare liquidità nel sistema economico dell’Eurozona, alle prese con un clima di sfiducia generalizzato, dovuto, in particolar modo, alla Brexit ed alla guerra dei dazi fra USA e Cina. Tuttavia, seppur ormai lontana dai periodi più grigi del recente passato per la propria economia (2009-2013), l’Unione Europea potrebbe oggi avere meno strumenti rispetto al passato per poter fronteggiare una recessione. Se, infatti, la politica fiscale appare disomogenea fra i vari Stati membri, e quindi non del tutto efficace nel produrre risultati, la politica monetaria voluta da Draghi, composta da allentamento quantitativo (QE) e tassi di interesse bassi, e risultata di estrema utilità per avvicinare l’UE al proprio potenziale di crescita economica, potrebbe anch’essa non sortire più gli effetti sperati. La motivazione è da ricercarsi nella cosiddetta trappola di liquidità. Sembra, dunque, necessario ripensare a come affrontare il rallentamento dell’economia, senza fare affidamento sulla sola politica monetaria. Una possibile soluzione potrebbe essere l’impiego maggiore di politiche fiscali coordinate fra i Governi dell’Eurozona.

Spiegandola in maniera semplice, la trappola di liquidità è un meccanismo che si mette in moto quando il tasso di interesse rimane troppo a lungo in prossimità dello zero anche in periodi di espansione economica, quali sono stati, ad esempio, gli anni fra il 2014 ed il 2018: quando ciò avviene, nel momento in cui una recessione prende piede, la Banca Centrale non può abbassare oltre il tasso di interesse per iniettare liquidità nel sistema, ed influenzare quindi inflazione e tasso di cambio per stimolare l’economia. Si può, quindi, definire come la soglia oltre la quale la politica monetaria perde di efficacia. Secondo molti economisti, l’economia giapponese è in questa difficile situazione, costituita da tassi di interesse nulli, bassa crescita e deflazione, ormai da decenni. Numerosi sono stati i tentativi di uscirne, ma mai del tutto fruttuosi, poiché la trappola si basa sull’aspettativa diffusa che la Banca Centrale Giapponese non sia in grado di accrescere la base monetaria: se infatti banche ed investitori non ripongono fiducia nell’istituto di credito centrale, ogni sua azione tende a risultare vana.

Fortunatamente l’Eurozona non è ancora in questa situazione. Tuttavia, secondo vari osservatori economici, non bisogna sottovalutare il rischio di continuare ad avere una politica monetaria espansiva nel lungo periodo. Più si protrae nel tempo, meno gli investitori riterranno che possa avere effetti pervasivi e, di conseguenza, meno questi effetti si materializzano. L’allentamento quantitativo fu una manovra efficace nel dimostrare al mondo della finanza che la BCE sarebbe stata “disposta a tutto” pur di espandere la moneta circolante. Tuttavia, esso non risolve alla radice la questione fondamentale, ossia l’impossibilità di utilizzare solamente la politica monetaria per affrontare cicli economici negativi.

Di conseguenza, sorge inevitabile il quesito sul come evitare di ritrovarsi intrappolati in un continuo abbassamento del tasso di interesse, che presto o tardi non potrà più influenzare l’economia reale. La teoria economica propone una ricetta semplice ed efficace da attuarsi in casi di recessione, ma che mal si addice all’economia dell’Eurozona: utilizzare un mix di politiche fiscali dal lato della domanda, taglio delle tasse e aumento della spesa pubblica; e dal lato dell’offerta, investimenti pubblici. In particolar modo, dovrebbero essere gli Stati più virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, ovvero quelli con un minor rapporto debito/PIL, ad aumentare la propria domanda aggregata. Così facendo, l’intera economia dell’Eurozona riuscirebbe ad affrontare periodi di recessione, senza debilitare ulteriormente il bilancio degli Stati più indebitati e senza indebolire gli strumenti della Banca Centrale Europea, ormai, come detto, sempre meno efficaci nello stimolare l’economia reale.

Purtroppo, il problema fondamentale dell’Eurozona è la mancanza di volontà politica nel coordinare le proprie politiche fiscali. Molti economisti, incluso il premio Nobel Stiglitz, ritengono che questa mancanza di coesione sia alla base dell’inefficienza della moneta unica. Infatti, è sotto gli occhi di tutti come i vari tentativi di creare strumenti fiscali centralizzati o quantomeno gestiti di comune accordo, siano puntualmente vanificati da scontri politici all’interno del Consiglio Europeo. Un esempio ne è il “Budget” dell’Eurozona voluto dal Presidente Francese Macron: sorto come una riforma di ampio respiro volta, per l’appunto, ad annullare le asimmetrie fra i vari Stati dell’Eurozona, si sta rivelando oggi come una manovra monca che difficilmente verrà attuata nel suo progetto originale. Ciò a causa delle resistenze di alcuni Governi del Nord-Europa, in particolar modo quello dei Paesi Bassi guidato da Mark Rutte.

Tirando le somme, si potrebbe dire che la politica monetaria di Mario Draghi continui ad essere l’unica arma contro un’economia con tendenze recessive. Seppur risulti evidente ai più che non si possa continuare col fare affidamento solo su di essa, per non cadere, presto o tardi, nella trappola di liquidità, non sembrano esserci tentativi politici efficaci per dare corso a modifiche sostanziali dell’assetto di politica fiscale dell’Eurozona. Certamente, la disomogeneità di intenti fra i Governi europei non aiuta; come anche risulta a detrimento di una qualsiasi soluzione di lungo periodo l’egoismo e la miopia dei Leader dell’Eurozona. La soluzione, come spesso in questi casi, non è economica, ma squisitamente politica.La mancanza di una visione politica comune è, infatti, la questione primaria e basilare da risolvere per l’Eurozona e per l’intera Unione.







Piero Lorenzini

Piero Lorenzini

Laureato con Lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2017, sono ora studente magistrale pressola Johns Hopkins University, dove mi sto concentrando in Studi Europei ed Economia Internazionale. Sono inoltre Assistente Professore in Macroeconomia Intermedia presso la stessa Johns Hopkins University. Appassionato di politica, economia, giornalismo e di sport; nel tempo libero sono infatti un ciclista agonista che compete a livello nazionale ed internazionale. 

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