Le politiche delle UE

Abbiamo appena celebrato la festa dell’Europa (9 maggio in onore al discorso pronunciato da Schuman nel 1950 che diede il via al processo di integrazione) e alcune settimane fa il 62esimo anniversario dalla firma dei trattati di Roma.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del processo di integrazione. Certo che non possiamo affermare che l’idea dei padri fondatori ha vissuto in tutti i 62 anni momenti felici, è certo però che il progetto europeo sta vivendo momenti di luci e ombre e mai come ora i cittadini si sono espressi in modo critico come in questo momento.

Ce lo confermano i dati del nuovo sondaggio di Eurobarometro che mostrano un basso livello di fiducia dei cittadini, forse il più basso dalla firma dei Trattati istitutivi, ma anche notevoli differenze tra un Paese membro e l’altro. Ad esempio, solo per il 68% dei cittadini europei l’appartenenza all’Ue del proprio Paese è visto come un elemento positivo.

Concentrando l’attenzione sulle risposte del campione di italiani intervistati possiamo evidenziare alcune specificità. Per gli italiani il dato è leggermente inferiore in quanto il 64% vede l’appartenenza all’Unione europea come elemento positivo, al contrario il 15% si esprime in modo sfavorevole. Alla richiesta di Eurobarometro se gli intervistati hanno sentito di recente parlare delle attività del Parlamento europeo tramite i media: il 60% degli europei dice di sì, in Polonia si arriva al 75%, in Finlandia e Svezia al 73%; in Italia la percentuale è al 56%, tra le più basse nell’Ue. Eurobarometro ha anche chiesto se di recentemente hanno sentito parlare di elezioni europee in tv, radio o internet o sulla stampa: a livello Ue la risposta affermativa è stata del 47%, in Italia il dato è 46%, profondamente diversa la conoscenza in paesi come la Finlandia (60%), Austria (59) e Ungheria (57%).

Se analizzassimo i dati relativi al gradimento dell’Euro le percentuali si abbasserebbero drasticamente ai livelli delle temperature di questi giorni.

La riflessione che va fatta in questi giorni antecedenti alle elezioni del Parlamento europeo ma che devono continuare anche nei mesi successivi riguardano le ragioni di tanta disafezione nei confronti delle istituzioni dell’Unione. Un compito che spetta ai nuovi rappresentanti del Parlamento. Quello che voglio fare in questa breve disamina è cercare di evidenziare gli effetti delle dinamiche socio-economiche e gli errori commessi nel dare risposte alle sfide lanciate dal nuovo millennnio.

Il processo di integrazione, di globalizzazione, la messa in discussione a partire da fine anni ottanta del secolo scorso degli stati nazionali e della loro capacità direttiva su economia e società e,per finire, l’evoluzione tecnologica digitale hanno determinato grossi cambiamenti con conseguenti ripercussioni su ogni sfera della vita dei cittadini europei. Le trasformazioni economiche, politiche e sociali che si sono avvicendate, hanno inciso profondamente sulla morfologia fisica e sulla struttura sociale del mosaico di comunità che compongono l’Unione europea.

Le dinamiche di cambiamento, hanno condotto i territori verso un’evoluzione che, paradossalmente, ha dato più forza alle politiche regionali. Il processo di urbanizzazione, l’invecchiamento demografico, le differenze territoriali nello sviluppo, gli effetti della quarta rivoluzione industriale che si ripercuote su territori sempre più estesi rendono difficile la definizione di una policy, per cui se da un lato le regioni tendono a perdere di significato dal punto di vista geografico, dall’altro esse acquistano una maggiore autonomia rispetto allo Stato. Ciò consente ai territori di adottare forme di mobilitazione politica e sociale a livello locale. Da questo punto di vista le regioni assumono il ruolo di unici attori in grado di ricucire gli stappi sociali e di ristabilire la coesione su un territorio oltre che generare conseguenze positive sullo sviluppo economico.

La deriva del processo di integrazione può dunque essere evitata solo se gli Stati membri sono in grado di comprendere la portata delle sfide indotte dai cambiamenti. In questa prospettiva, inoltre, la nuova dimensione del processo di integrazione non può sottovalutare la metamorfosi che stanno vivendo i tradizionali assetti dei sistemi politico-produttivi-sociali europei, così come i più generali mutamenti negli orientamenti dei valori e dei comportamenti dei singoli cittadini. Il clima è portatore di cambiamenti culturali e istituzionali, pertanto diviene essenziale affrontare l’attuale dimensione critica aggiornando i contenuti dell’agenda politica europea. Il voto di ciascun cittadino il 26 maggio potrà influire in modo concreto sul futuro dell’Unione: o disgregandola come vorrebbero i governi sovranisti o trasformandola, salvaguardando i principi di base che sono la sussidiarietà, la solidarietà e la coesione sociale, economia e territoriale. A prescindere da come la si pensa: buon voto a tutti.

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