Le sfide che attendono l’Europa

Che il mondo sia sottosopra lo dicono tutti, ma ci sono molti modi di raccontare un’era, la nostra, sempre più turbolenta.

C’è chi ritiene che le crisi che attirano l’attenzione mediatica e consumano le energie dei leader mondiali, saranno viste nel corso della storia come qualcosa di marginale, una specie di trama secondaria che alla fine sarà completamente oscurata dall’ascesa della Cina. C’è chi ritiene invece che l’ascesa della Cina, il possibile degrado della democrazia liberale e il ritorno alla competizione tra le grandi potenze, non contino veramente. Perché il mondo è alla vigilia di una nuova rivoluzione industriale, stavolta una rivoluzione digitale, il cui impatto sarà più grande di quello della prima: la prima rivoluzione industriale ha cambiato il mondo rimpiazzando i muscoli umani, ma stavolta la rivoluzione industriale si accinge a rimpiazzare il cervello umano. Inoltre, c’è chi pensa che la minaccia che più di ogni altra è destinata a definire il nostro secolo sia quella del cambiamento climatico.; e c’è anche chi ci ricorda che, se si considera il benessere complessivo dell’umanità, l’anno appena trascorso è stato il migliore anno della storia dell’uomo. Le persone non sono mai vissute così a lungo, così bene e così liberamente e ogni giorno che passa qualcosa come 18.000 bambini che in passato sarebbero morti a causa di malattie comuni riusciranno a sopravvivere, circa 300.000 persone avranno l’elettricità e altre 250.000 usciranno dalla povertà estrema.

Ovviamente, c’è del vero in ognuno di questi racconti.

Viviamo, insomma, in un mondo di cambiamenti (secondo Thomas L. Friedman dobbiamo fare i conti con tre potenti forze che stanno accelerando simultaneamente: la tecnologia, la globalizzazione e Madre Natura; il che mette alla prova le nostre capacità adattative e aiuta a comprendere perché l’oggi sia così ingestibile) che insieme stanno rimodellando il lavoro, l’istruzione, la geopolitica, l’etica e le comunità con modalità tali che i partiti tradizionali, costruiti sulle vecchie scelte binarie destra-sinistra (capitale-lavoro, big government e small government, ecc.) non sono in grado di arginare e domare facilmente. Non per caso i grandi partiti tradizionali in tutto il mondo industrializzato stanno saltando in aria uno dopo l’altro: dal Partito repubblicano americano, che di suo ha conservato solo il nome, al Partito laburista olandese ridotto ormai al 6%.

Viviamo in un mondo in cui le persone sentono che delle forze e degli interessi che sfuggono al loro controllo stanno cambiando le loro vite. Da qui la rabbia per le disuguaglianze crescenti e il divario crescente tra le persone istruite e quelle meno istruite; lo scontento per la cattiva gestione dell’immigrazione di massa; il disagio crescente per il processo di integrazione europea, la «faccia visibile» della competizione. Tutte cose che alimentano il potenziale politico ed elettorale dei movimenti populisti di destra, che sfruttano l’inquietudine, la paura e il risentimento, mentre costruiscono una narrazione di declino sociale e morale. E non c’è dubbio che, nel processo di adattamento al nuovo mondo globalizzato, ci sia stata una crisi decisiva di fiducia e di comunicazione tra le élite e la popolazione nel suo complesso. Al punto che i paragoni con gli anni Trenta non sono più così inverosimili.

Per parlare dell’Europa bisogna partire da qui. L’ordine mondiale liberale in cui viviamo dal 1945 oggi, si sa, non sta tanto bene. Ma non sarebbe male tenere a mente che, come sostiene Bob Kagan, quell’ordine, il principale pilastro dell’edificio riformista, è una deviazione, un’anomalia storica (lui l’ha definita una «historical aberration»).

Il nostro è un periodo completamente diverso dal passato. Prima la maggior parte delle persone ha vissuto in condizioni di estrema povertà, ha conosciuto la dittatura; ha vissuto in epoche durante le quali le grandi potenze, gli imperi, erano in una condizione di guerra permanente. Eppure, proprio a causa degli incredibili successi di questo periodo, siamo arrivati a considerare tutte queste cose come se fossero normali. E abbiamo perso di vista quanto sia costato questo ordine internazionale e «quale atto di sfida alla storia e persino alla natura umana» abbia rappresentato.

Il 25 aprile non è un derby tra fascisti e comunisti; basterebbe ricordare che l’antifascismo non ha riguardato solo la storia d’Italia, ma, appunto, i caratteri del nuovo ordine mondiale generato dalla guerra. Ciò che rese possibile la formazione della coalizione antifascista – con l’iniziativa di Roosevelt di gettare tutto il peso degli USA nel conflitto, di allacciare una alleanza con l’URSS, di tracciare nella Carta Atlantica una prospettiva nuova, una volta eliminati nazismo e fascismo, per i paesi europei e per il mondo nel dopoguerra – non fu solo la minaccia del dominio hitleriano, ma anche la convinzione che, con la sconfitta del fascismo, si potesse instaurare un ordine internazionale fondato sull’interdipendenza economica e su relazioni politiche multilaterali; la convinzione che questo avrebbe consentito di diffondere la crescita economica e favorito, a livello nazionale, la combinazione di sviluppo e democrazia. Quel programma ha ridefinito l’idea stessa di nazione, che oggi non è separabile dall’idea di cittadinanza, favorì l’intreccio fra sviluppo dei consumi e crescita della democrazia e generò la costruzione dell’Unione europea. Un disegno e di una strategia alternativi rispetto a quella di Versailles. Lo spirito del progetto di integrazione europea, infatti, non è più quello di mettere di mettere il nemico di ieri – i tedeschi o i paesi ex comunisti – ai nostri piedi, ma quello di stringerlo a noi con tanto calore che ogni guerra diventi non solo impensabile, ma di fatto impossibile a causa del livello di interdipendenza che si sarebbe creato tra gli stati della comunità.

Se guardiamo all’Europa di oggi, ciò che si vede è «il ritorno della storia e della natura umana». Sono in molti oggi, ad esempio, a sottovalutare il significato e le conseguenze dell’intervento militare russo in Ucraina. Ad un cambio di regime causato da un movimento di protesta dal basso, la Russia ha risposto annettendo la Crimea e fomentando un movimento separatista nelle regioni orientali del paese. La crisi ha evidenziato non solo la scarsa capacità di previsione da parte della Ue e la sua incapacità di agire come interlocutore unitario, ma anche che la Ue e la Russia rappresentano modelli di integrazione politica ed economica – di più: due universi – che collidono. E dobbiamo sapere che se il principio che ha mosso Putin – la necessità di proteggere i diritti e l’incolumità della popolazione russofona – dovesse affermarsi come «normale», la giostra è destinata a ripartire: Kalinigrad si chiamava Königsberg, Pola è italiana. Tornare alla normalità significa tornare alla guerra.

Non è un caso neppure che i cambiamenti nelle politiche economiche interne ed internazionali di questi anni abbiano messo sotto pressione in particolare i partiti di centrosinistra. L’ordine costruito, dopo il 1945, in Europa occidentale ha rappresentato una rottura decisiva con il passato. Dopo il 1945 lo stato è diventato il guardiano della società anziché quello dell’economia, e gli imperativi economici hanno dovuto a volte cedere il passo a quelli sociali: è stato un ordine social-democratico. E poiché il centrosinistra è stato identificato (più di ogni altro) con quest’ordine, è stato anche quello che ha subito di più i contraccolpi generati dal suo deterioramento.

Le pressioni poste fin dagli anni ’70 dalla globalizzazione, dai crescenti deficit pubblici hanno costretto il centrosinistra a definire nuove strategie in grado di rimettere in moto le economie e proteggere i cittadini dai cambiamenti indotti dal capitalismo in continua evoluzione. Ma non c’è modo di tornare indietro. E come si affanna a ripetere Enrico Morando, oggi «che il governo delle sofferenze e contraddizioni sociali create dal capitalismo non è più possibile alla dimensione nazionale, è venuto meno lo strumento fondamentale usato dalle socialdemocrazie per fornire una organizzazione al capitalismo». E il compito del presente è proprio quello di «costruire il nuovo sovrano europeo» in grado di prevenire e mitigare le sofferenze sociali generate dalla «distruzione creatrice». Altrimenti non riusciremo a proteggere i più deboli, perché la sovranità non abita più negli stati. Sulle questioni che davvero contano infatti la sovranità non si esprime più nella dimensione nazionale.

Da un anno l’Italia ha un governo che ritiene invece che il nostro interesse nazionale corrisponda alla messa in discussione dell’Eurozona nella sua attuale forma, ritenuta impropriamente espressione del dominio tedesco; un governo che, più in profondità, si batte per il ritorno della competizione geopolitica, della storia e della natura umana.

Che la posta in gioco sia la concreta distruzione di un profilo nazionale affermatosi in settant’anni, e generatore di crescita sociale e civile, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. Come ha detto il presidente Mattarella, «numerosi concittadini europei hanno smesso di pensare che l’Europa possa risolvere – nell’immediato o in prospettiva – i loro problemi. Vedono sempre meno nelle istituzioni di Bruxelles un interlocutore vantaggioso, rifugiandosi in un orizzonte puramente domestico, nutrito di una illusione: pensare che i fenomeni globali che più colpiscono possano essere affrontati al livello nazionale (…) pensare di farcela da soli è pura illusione o, peggio, inganno consapevole delle opinioni pubbliche».

Ma non c’è un piano B. La Repubblica italiana nata dopo la sconfitta del fascismo non è immaginabile al di fuori dell’alleanza Atlantica e del mercato comune europeo. Il ritorno della giungla non farebbe che approfondire la frattura tra il Nord e il Sud del Paese, fino a metterne in discussione la stessa unità nazionale. O qualcuno crede che la Lombardia possa davvero uscire dall’euro e dal mercato comune europeo? La tenuta del quadro europeo è condizione indispensabile per l’unità politico-territoriale dell’Italia. Senza l’Europa e l’alleanza Atlantica, che sono il fondamento del nostro sistema di valori e del nostro modo di vivere, l’Italia non sopravviverebbe come nazione.

Anche per questo, l’ascesa delle forze e dei leader illiberali è preoccupante. Ma le istituzioni che abbiamo creato dopo la Seconda guerra mondiale sono molto resistenti; e la visione liberale che presuppone stati nazione che cooperano tra loro per garantirsi a vicenda sicurezza e prosperità resta oggi fondamentale così come lo è stata in ogni periodo dell’età moderna.

Dalla frantumazione sovranista del sistema europeo (sia economico che politico) non avremo niente da guadagnare e buona parte delle nostre difficoltà derivano, piuttosto, dal fatto che l’integrazione stenta a darsi una compiuta dimensione politica (fino a prevedere l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea). Ma il nostro futuro è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. E quel che occorre non è solo una politica monetaria comune, ma una politica fiscale, di bilancio e macroeconomica (per non parlare dell’immigrazione, della politica estera, ecc.) effettivamente europea. Insomma, è verso un’Europa più federale, più integrata e più forte nella sua capacità di parlare e agire all’unisono che è inevitabile e indispensabile muoversi. E la proposta di riforma di Macron per rilanciare la «macchina europea» è un punto di partenza che meriterebbe di essere discusso.

Quando l’Europa era il centro dell’universo, più di centocinquant’anni fa, gli europei non parlavano dell’Europa, ma delle rispettive nazioni. Ma adesso che ogni nazione europea, perfino la Francia, perfino la Gran Bretagna, perfino la Germania, appartiene alla periferia del mondo, è ora di darsi una mossa. Se, come sembra, il mondo sta andando verso la formazione di blocchi regionali che svolgeranno il ruolo degli Stati nel sistema vestafaliano, se strutture continentali come l’America, la Cina e forse l’India e il Brasile hanno già raggiunto la massa critica, non è venuto il momento, per l’Europa, di provare davvero a realizzare un’unità significativa?

Le difficoltà non mancano (il Regno Unito è allo sbando, incapace di risolvere il guaio in cui si è cacciato con la Brexit e l’Europa è più disunita che mai; e tutto questo nel momento in cui il mondo deve fare i conti con Donald Trump), ma il rifiuto di progredire verso l’unità politica (o addirittura il distacco dell’Italia dall interdipendenza con l’Europa integrata) non ci porterà in una terra dove scorrono il latte e miele e meno che mai restituirà «sovranità». Abbandonare la prospettiva dell’unità politica europea implica, al contrario, la rinuncia ad essere soggetto e non solo oggetto della storia.

L’Europa, è stato detto, è come una grandiosa cattedrale ancora incompiuta e perciò a rischio. Bisogna costruire il tetto (e cioè bisogna dotarsi un governo europeo efficace e dotato dei mezzi necessari) e dunque bisogna darsi da fare e cambiare diverse cose. Ma come ha scritto Yoda in uno dei suoi divertenti tweet, «l’Europa così com’è è già una figata per un milione di motivi. Diciamolo forte. E a nove su dieci tra quelli che la vorrebbero stravolgere non farei neppure cambiare la sabbia al gatto».














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Alessandro Maran

Alessandro Maran, senatore eletto nel Friuli Venezia Giulia. Vicepresidente dei senatori del Pd. Fa parte della 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali), della 14ª Commissione permanente (Politiche dell’Unione europea) e della Delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’Iniziativa Centro Europea. 

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