Omosessualità e adolescenti in ‘Tuo Simon’. Intervista allo psicologo D’Alberton

“Non ci sono ipotesi scientifiche unanimemente condivise sulla genesi dell’orientamento sessuale. Spesso accade quello che Simon risponde al padre alla domanda: da quanto lo sai?  La risposta è: ho iniziato ad intuirlo verso i 13 anni”: così sostiene Franco D’Alberton,  psicologo, psicoanalista all’interno della Società Psicoanalitica Italiana, intervistato in occasione del primo incontro de gli adolescenti nel cinema, tenutosi lo scorso 12 febbraio, presso il cinema Antoniano di Bologna. Il primo appuntamento della rassegna, che ha come intento quello di sviscerare alcune problematiche di impatto sulla vita degli adolescenti, infatti, è stato dedicato alla visione di “Tuo Simon” di Greg Berlanti, film che si sofferma sul tema dell’omosessualità.

In particolare, il film in questione racconta la storia di Simon, un ragazzo di 13 anni che, come molti suoi coetanei, sta prendendo coscienza della propria sessualità. Tuttavia, egli sa di non provare pulsioni per le donne e di essere attratto dagli uomini, ma non si sente pronto a rivelarlo, neppure agli amici più stretti. Da qui è quasi spontaneo chiedersi “perché talvolta si tende a reprimere il proprio reale orientamento?”

Così come il protagonista del film “Tuo Simon” sono infatti molti oggi gli adolescenti che hanno paura di fare coming out. Non solo esteriormente, quindi alla famiglia e agli amici. Ma anche interiormente. “Il motivo di tanto terrore – risponde Franco D’Alberton – potrebbe essere determinato dalla difficoltà di intraprendere una scelta contro corrente. Se è vero infatti che l’omosessualità è oggi molto più accettata che in passato, in moltissimi paesi fino a non molto tempo fa questa era considerata reato”.

In Italia, ad esempio, essere omosessuali non è più un crimine dal 1890. Mentre in Irlanda le leggi omofobe sono state abolite solo nel 1993. Si spiega da sé perché, nonostante siano diversi oggi gli stati dell’Unione Europea e non solo (si veda India e l’Angola), che hanno legittimato i matrimoni omosessuali, essere completamente onesti circa il proprio orientamento sia ancora difficile.

Il pregiudizio infatti è ancora oggi fortemente radicato nelle singole persone, che in alcuni casi utilizzano l’omosessualità come uno strumento per deridere. In altri, considerano questa scelta una malattia e ne cercano una cura (per porre un limite a ciò nello stato di New York è stata introdotta da poco una legge che vieta le terapie di conversione degli omosessuali minorenni).

Inoltre, così come riferisce Franco D’Alberton, a proposito dell’esperienza di Simon, è chiaro come “anche persone potenzialmente aperte portano dentro di sé pregiudizi. Lo si evidenzia in particolare in una scena del film in cui il padre di Simon inconsciamente fa alcune battute circa l’omosessualità di un personaggio tv. Questi commenti, seppur senza cattiveria, diventano causa di inibizione per il protagonista che trova il suo unico rifugio in uno scambio di mail con un ragazzo che è esattamente come lui.

Interpretando la qustione in un’ottica costruttiva in questi casi per superare il pregiudizio – afferma Franco D’Alberton – il migliore antidoto è sicuramente la conoscenza della persona. Solo così si può realmente eliminare un atteggiamento quasi spontaneo di chiusura.

Intervista a Franco D’Alberton

Partiamo dalle origini. Ci sono segnali o momenti particolari della vita di una persona in cui si può fissare la genesi di un orientamento omosessuale anziché eterosessuale? O si tratta di un’evoluzione che può avvenire in qualsiasi momento?

Non ci sono ipotesi scientifiche unanimemente condivise sulla genesi dell’orientamento sessuale. I sostenitori delle varie ipotesi, che loro considerano assolutamente esplicative, risentono dei propri condizionamenti sociali e culturali. Frequentemente si assiste ad un confronto che contrappone ipotesi psicologico-relazionali a quelle che enfatizzano l’influenza di possibili fattori biologici. E’ probabile che entrambe le ipotesi svolgano un qualche ruolo nella definizione dell’orientamento sessuale che si definisce in una persona nel corso del suo percorso evolutivo a partire dalle prime relazioni e identificazioni con le figure genitoriali e le componenti sociali e biologiche che caratterizzano la vita di ogni individuo. Ad esse si aggiungono le vicende del percorso successivo attraverso le dinamiche edipiche e l’approdo all’adolescenza quando, con la spinta puberale e l’aumento iperbolico delle potenzialità cognitivo-relazionali, i ragazzi divengono sempre più consapevoli della propria sessualità e del proprio orientamento. Spesso accade quello che Simon risponde al padre alla domanda: da quanto lo sai?  La risposta è: ho iniziato ad intuirlo verso i 13 anni.

Sin dall’inizio del film il protagonista si interroga sul perché per gli etero non sia necessario affermare la propria sessualità. Quanto questo sentirsi in dovere di dichiararsi può influire nel modo in cui gli adolescenti vivono la propria sessualità e si rapportano col mondo esterno, talvolta allungando questa prigionia mentale?

Considero quella scena una provocazione “surreale”, un paradosso che mostra la precarietà delle costruzioni sociali. Un po’ come in un film di tanti anni fa di Luis Buñuel, “Il fantasma della libertà”, in cui, ad esempio, l’andare al gabinetto era un evento socializzante che si compiva tutti assieme attorno ad una tavola, mentre bisognava ritirarsi in un luogo separato e chiuso per mangiare. L’integrazione della propria sessualità e del proprio corpo con le proprie caratteristiche e orientamenti sessuali è un compito complesso che ogni persona porta più o meno a compimento al termine del proprio percorso adolescenziale. Quando una persona sente il bisogno di aprirsi agli altri ciò deve avvenire nel rispetto dei tempi della persona, senza dimenticare che viviamo in una società dove l’eterosessualità è sostanzialmente più accettata dell’omosessualità.

Nel film “Tuo Simon”, i genitori di Simon si dimostrano piuttosto aperti quando scoprono che il figlio è gay, tuttavia lo stesso non avviene quando ne sono ancora ignari.  Quali sono i principali errori che non solo i genitori ma anche gli amici inconsapevolmente possono compiere, rendendo più difficile per una persona comunicare la propria reale preferenza sessuale?

Questo è un esempio di come anche persone potenzialmente aperte portano dentro di sé pregiudizi che si esprimono attraverso scherzi e battute pesanti. Alcuni errori sono inevitabili, non potendo controllare tutti i nostri pregiudizi; tuttavia saranno utili le maggiori consapevolezze raggiunte nel tempo confrontandosi su questi temi e una particolare attenzione da parte dei genitori ai momenti critici dell’evoluzione dei figli.

In che modo i genitori e la famiglia possono agevolare un adolescente che non riesce a parlare della propria sessualità, soprattutto in una fase delicata come quella dell’adolescenza? 

Rispettando i suoi tempi e rimanendo aperti alle comunicazioni che il figlio, o la figlia, vorranno fare quando si sentiranno pronti. Non certo mostrandosi “progressisti” e “aperti” con interventi intempestivi che costringono il figlio a prendere decisioni anticipate sul delicato tema della sessualità, sia essa etero o omosessuale.

Perché talvolta si tende a reprimere il proprio reale orientamento?  Magari continuando ad avere delle fidanzate (per i ragazzi) e dei fidanzati (per le ragazze)

Anche se le cose attualmente stanno cambiando, probabilmente si tratta della difficoltà di compiere una scelta contro corrente, ammettere anche a sé stessi di avere un orientamento sessuale differente da quello ritenuto dominante. Chi ha visto il film di Rupert Everett su Oscar Wilde, ricorderà che nel secolo scorso l’omosessualità costituiva un reato e anche uno dei più famosi scrittori di fine ottocento è andato incontro a due anni di lavori forzati e ad ogni sorta di umiliazione e vessazione. Ora le cose sono cambiate: neppure i manuali diagnostici dagli anni ‘90 del secolo scorso considerano più l’omosessualità come una espressione di patologia. Ma anche se il livello di accettazione è aumentato, per ogni persona accedere alla propria individuale dimensione della sessualità, diritto inalienabile, non questionabile o discutibile, rappresenta un percorso non privo di ostacoli.

Nel film Tuo Simon, Internet ha un ruolo sia positivo che negativo, in quanto può aiutare a liberarsi di un peso ma allo stesso tempo creare una situazione di umiliazione; le tecnologie oggi possono essere un toccasana per chi non riesce ad aprirsi col mondo esterno circa la propria sessualità?

In effetti, i social media rischiano di essere criticati sottolineando solo i loro aspetti negativi e non considerando le opportunità che questi strumenti offrono. La possibilità di aprirsi con un potenziale “altro” relativamente ad aspetti problematici o riservati di sé stessi è certamente un fatto positivo. D’altra parte il mezzo si presta ad operazioni di cyberbullismo le cui conseguenze sono talvolta drammatiche. Inoltre, la comunicazione virtuale “disincarnata” può favorire idealizzazioni, cioè l’immaginare l’altro come si vorrebbe che fosse. A Simon è andata bene, ma non sempre, quando la comunicazione virtuale si confronta con quella “in carne ed ossa”, le cose vanno in quel modo.

“Tuo Simon” descrive una storia che, nonostante le difficoltà e i momenti di tensione, finisce bene. La visione di un modello felice e positivo può avere un ruolo nell’abbattere i pregiudizi e dare coraggio a chi si sente come i protagonisti?

Le soluzioni positive che le famiglie trovano in queste situazioni, consentendo ai figli di uscire da un’area di dolorosi segreti e non accettazione, contribuiscono certamente ad abbattere i pregiudizi. Devo dire che la reazione della famiglia di Simon a mio parere ha rappresentato la parte meno credibile del film. Non tanto perché queste faccende non finiscano bene, anzi sempre più spesso nelle famiglie l’accettazione e il confronto prendono il posto della chiusura e del rifiuto più frequenti nel passato. Ma perché mi sembra che sia stato troppo semplificato il problema di riconoscere il figlio diverso da quello che si immaginava e saltano il faticoso lavoro di lutto, necessario per essere in grado di relazionarsi, accettare ed amare il figlio nella sua individualità.

Quali possono essere altri eventuali metodi utili per eliminare i pregiudizi e rendere meno difficoltoso vivere la propria sessualità per chi non è etero?

Tenere in considerazione la persona e non il problema. Tutte le cose che non si conoscono fanno paura ed espongono alla facile scappatoia del pregiudizio. La conoscenza delle persone e la fatica del pensare costruttivo mi sembrano il miglior antidoto al pregiudizio e alla chiusura. 

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Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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