Guerra alle fake news: come sconfiggere il falso in rete?

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.»  Umberto Eco.

Sono passati ormai quasi tre anni dalla dichiarazione di Umberto Eco all’Università di Torino, eppure sembra essere cambiato poco nel mondo della rete. Certamente a Internet va il merito di aver messo in comunicazione miliardi di persone in tutto il mondo, d’altra parte, come sottolineato da Eco, anche chi “parlava solo al bar dopo un bicchiere di vino” ora dispone della stessa cassa di risonanza di un premio Nobel. Il web, quindi, gli offre la possibilità di divulgare le proprie opinioni – senza alcuna forma o qualità giornalistica/scientifica – spacciandole per verità assolute e comprovate.

Il web, ha trasformato tutto il settore dell’informazione, e non solo il modo attraverso il quale ci informiamo. Non a caso uno degli ambiti che ha maggiormente risentito di questa crisi è stato quello dell’editoria, il cui giro d’affari ha subito un crollo degli introiti sia per quanto riguarda le entrate pubblicitarie sia per quelle provenienti dalla vendita dei prodotti cartacei (libri, giornali, riviste).

Se la carta stampata è fatta per l’approfondimento, la riflessione, la lettura comoda e quindi spesso richiede un tempo maggiore, gli utenti di Internet generalmente non hanno molto tempo da dedicare a un singolo argomento, e hanno l’obiettivo di apprendere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile. Il paradosso contemporaneo, però, è che una maggiore quantità di possibili (e sedicenti) fonti di informazione non significa maggiore qualità, anzi, in larga parte i contenuti in cui ci imbattiamo in rete sono soggetti alle sole verifiche (o asserzioni) da parte degli autori che li hanno realizzati, mancando qualcuno in una posizione di terzietà che possa assicurare la veridicità dell’informazione.

Anche le occasioni attraverso le quali possiamo entrare in contatto con questi contenuti sono aumentate ulteriormente in seguito alla moltiplicazione dei dispositivi utili per connettersi ad Internet e ad un uso sempre maggiore dei social media: rispetto al passato (2015), le ore passate dagli Italiani su Facebook sono raddoppiate (da circa 12/settimana a oltre 24), come evidenziato da Agcom nel suo Osservatorio sulle comunicazioni. Durante una giornata, spendiamo più tempo sulla rete di quanto facessimo una volta tra Tv e giornali.

Click bait e propaganda: perché il virale paga

fake news click baiting

Bufale, troll, truffe e contenuti virali fanno parte della nostra quotidianità già da tempo, ben prima che nascesse Internet. Come ad esempio nel 1995, quando il mondo intero parlò del video autopsia dell’alieno: un filmato in bianco e nero di 17 minuti che mostrerebbe l’autopsia effettuata sul cadavere di un extraterrestre precipitato in New Mexico negli anni ‘50. Oggi sappiamo che quel video era una bufala, ma all’epoca molte emittenti televisive pagarono fior di quattrini per avere il privilegio di presentarlo ai telespettatori, che arrivarono a milioni, generando lauti incassi per le emittenti.

Si muove sugli stessi principi – più è visibile, più vale – l’economia legata agli avvisi pubblicitari in rete. Il termine che viene utilizzato per definire l’e-content, la cui principale funzione è quella di attirare il maggior numero possibile di internauti: è “clickbait”, letteralmente “Esca da click” o “Acchiappa click”. Il guadagno in questo caso parte dall’attirare l’attenzione dell’utente facendo leva essenzialmente sull’aspetto emozionale, incoraggiandolo poi a condividere il contenuto, aumentando quindi in maniera esponenziale la visibilità del contenuto in oggetto e, dunque, i proventi pubblicitari collegati alla visione dello stesso.

Nel contesto di Internet troviamo da una parte gli investitori pubblicitari che, trattando con i concessionari di pubblicità (società che svolge l’attività di vendita degli spazi pubblicitari per conto degli editori) , pagano un quantum ogni 1000 visualizzazioni del contenuto (cifra chiamata CPM – costo per mille – che va dall’uno ai quattro euro circa); dall’altra troviamo i produttori di contenuti (chi crea il contenuto vero e proprio) in cerca della sostenibilità economica del proprio lavoro, che hanno come primo obiettivo l’aumentare il più possibile la visibilità di tali contenuti sulle proprie pagine. Ovviamente non è il sistema di guadagno ad essere di per sé fraudolento, ma lo diventa nel momento in cui qualcuno sacrifica la veridicità per qualche views in più.  Non a caso, la maggior parte di ciò che rientra nella definizione di “fake” ha semplice scopo di lucro, mentre la parte che persegue fini politici è minoritaria sul totale.

L’utilizzo di notizie false viene impiegato anche a scopi propagandistici, in questo caso l’obiettivo non è tanto quello di un ritorno economico, quanto piuttosto screditare chi viene preso di mira: Istituzioni, personaggi pubblici e partiti. Per descrivere questo fenomeno, è stata recentemente coniata l’espressione “post–verità”. La propaganda è sempre stata usata dai governi di tutto il mondo come arma nazionale ed internazionale, ma nessuno strumento aveva la possibilità di arrivare fino allo schermo di ognuno di noi.

Anche se minori nel numero, i contenuti a fine propagandistico hanno già manifestato i loro possibili effetti durante le presidenziali Statunitensi e quelle Tedesche, venendo utilizzati soprattutto dai partiti “populisti”, poiché l’elemento virale sussurra alla “pancia” delle persone per farsi notare.

Una informazione parziale o falsa, se non riconosciuta come tale, non permette di innescare in noi un ragionamento, lasciandoci restare nella filter-bubble delle nostre convinzioni e dunque rischiare di sprofondare sempre più in una visione distorta della realtà.

Il Fact Checking, dati contro la disinformazione

Esistono delle agenzie che si prefiggono il compito di controllare la veridicità delle affermazioni o delle notizie in rete. Negli Stati Uniti è attiva la cooperativa PolitiFact, fondata da Bill Adair nel 2007, mentre non sono ancora molte le piattaforme Italiane.

fake news fact checking

Un esempio, però, è Pagella Politica: avendo come focus le asserzioni dei politici nostrani, le analizza e infine pubblica un voto a seconda dell’esattezza. Il sito parte dalla raccolta delle dichiarazioni, tramite segnalazioni degli utenti e passando in costante rassegna le principali testate giornalistiche italiane, siti web dei partiti e i profili dei politici sui social. Successivamente vengono scelte quelle basate su fatti o numeri verificabili, citando e linkando eventuali articoli o video in modo da permettere a chiunque di verificare cosa sia stato detto. Inizia poi la verifica dei dati, citando le fonti sulle quali vengono basate le valutazioni e correggendo, in caso di errore, le parti “fake” della dichiarazione. Infine viene dato un voto a seconda della veridicità dell’affermazione presa in esame.

Come si muovono le istituzioni?

Il parlamento Tedesco ha legiferato in materia di comunicazione con l’approvazione del “Netwerkdurchsetzungsgesetz”, comunemente  “legge Facebook”, secondo cui entro dicembre 2017 i social network con più di 2 milioni di iscritti (Fb, Twitter, Youtube,…) dovranno adeguarsi alle regole per cancellare hate speech, pagine finte e offensive, minacce o fake da querela. Rispetto alla prima versione proposta, nella quale i social network erano considerati direttamente responsabili dei contenuti presenti al proprio interno, viene però loro meno il compito di cancellare anche tutte le copie della pagina o del post offensivo che circolano in Rete.

Il Ministro della Giustizia Orlando ha scritto in merito alla proposta della Germania, portando il discorso a livello Europeo: «la Commissione Ue ha stipulato, su impulso nostro e della Germania, un accordo per la rimozione dei contenuti e l’eliminazione dei profili. E ciò significa affermare la responsabilizzazione dei gestori della rete, che non sono solo dei veicoli e devono assumere il controllo di ciò che mettono in circolazione. Ad integrazione e non in sostituzione della giustizia. Nessun patto sociale si regge solo sulla paura delle sanzioni. I comportamenti, non sono solo determinati dai codici, sono la conseguenza del senso comune e del sistema di convenienze che connotano la società. E queste, a loro volta, sono il frutto di azioni sociali, politiche e culturali. Se è vero che la rete riflette ed è parte della realtà, allora non sfugge a questo dato.»

In Italia la politica si avvicina al problema, con il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin che commenta «Posso anticipare che stiamo lavorando in collaborazione con Google per indicizzare le notizie certificate scientificamente. Stiamo anche cercando con Google e polizia postale la via per rimuovere le false notizie che circolano in Rete e che sono pericolose per la salute pubblica».

La Presidentessa della Camera Laura Boldrini, già da tempo schierata nella battaglia contro l’hate speech, il sessismo e la diffusione del fake, rispondendo alla madre di Tiziana Cantone che le chiedeva giustizia dopo il suicidio della figlia, ha dichiarato «Uno sforzo per il quale sentirci mobilitati tutti: istituzioni e cittadini, polizia postale, magistratura. Dobbiamo riuscirci, se non vogliamo far passare il messaggio devastante che il web sia una terra di nessuno dove qualsiasi abuso è concesso – prosegue Boldrini – In uno Stato di diritto il cittadino che viene aggredito non può essere lasciato solo e senza difese».

(L’attrice Krysten Ritter – Jane in Breaking Bad – spacciata per la sorella di Laura Boldrini)

Anche il Vaticano mostra interesse per l’argomento, sottolineandone l’importanza in un momento come questo: Papa Francesco intitolerà la prossima giornata mondiale della comunicazioni sociali, che si terrà il 24 Gennaio,  a “La verità vi farà liberi. Notizie false e giornalismo di pace”, .

Chi può realmente arginare il problema

Oramai l’idea illuminista secondo cui Internet sarebbe stato la panacea per tutti i mali del nostro tempo si è via via affievolita fino a rendere evidente che molti problemi del passato non possono essere risolti semplicemente da un algoritmo. È la formazione di uno “spirito critico 2.0” negli utenti l’unica soluzione non palliativa al problema, poiché ogni nuovo livello di controllo porta con sé anche nuovi metodi per aggirarlo. Se da un lato l’obiettivo è ripulire la rete da quei contenuti ritenuti dannosi, dall’altro il miglior metodo per farlo non è agire direttamente sulla rete, quanto piuttosto portare avanti un discorso di “educazione alla rete”, in modo che siano gli utenti i primi ad evitare la diffusione dei contenuti ingannevoli. La tecnologia continua inesorabile la sua avanzata e mantenere il passo è fondamentale per non restare indietro, ma in un Paese la cui l’età media è di 45 anni, lo sforzo necessario è enorme.

Per ora la cosa più semplice e sicura rimane scegliere le frasi o gli articoli sospetti, copiarne il contenuto su un motore di ricerca e infine controllare tra i risultati se la notizia abbia altri riscontri o se si tratti di una bufala già mascherata. Anche questo fa parte di una buona “alfabetizzazione digitale”, ovvero l’insieme di quegli strumenti utili a sviluppare un “pensiero critico” nel mondo digitale, dove gli input che ci arrivano formano un labirinto nella quale è facile perdersi.

 

Niccolò Caden

Rispondi