In viaggio in alto mare per salvare vite umane

Da anni sulle navi della guardia costiera, il personale medico del CISOM racconta tutte le sfide sanitarie del soccorso ai migranti

Letizia Di Tommaso

Nel buio della notte, o durante le lunghe traversate per raggiungere il target, l’unico pensiero è sempre lo stesso: arrivare in tempo e portarli tutti in salvo.
Immersi nella storia contemporanea, cerchiamo di essere d’aiuto. Per i volontari del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, ogni giorno si rinnova la tradizione operando nei sacri principi dell’Ordine di Malta: testimonianza della fede e ossequio ai poveri. Per fede ci si rivolge ad un più alto e puro sentimento del Dio misericordioso vicino agli ultimi.

Abbiamo incrociato gli sguardi e teso le mani a più di 150.000 migranti dal maggio del 2008, quando, al largo di Lampedusa, per primi, a bordo delle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, i nostri team sanitari hanno iniziato questa straordinaria esperienza di salvaguardia della vita umana in mare. Medici e infermieri non esitano a salire sulle navi anche se non hanno mai navigato e si prodigano nell’assistenza di chi cerca fortuna trovando, troppo spesso, soltanto il buio del Mar Mediterraneo. Le squadre lavorano sostenute soprattutto dalla profonda convinzione di dover aiutare chi, in questi anni, ha sentito la necessità di imbarcarsi senza alcuna certezza per cercare una nuova vita in Europa.


Donne e uomini preparati fisicamente e professionalmente per affrontare qualsiasi difficoltà. Nove anni in cui hanno maturato una specifica formazione nell’ambito dell’attività sanitaria di soccorso in mare, una figura medica sotto molti aspetti innovativa. La storia contemporanea ci ha consegnato un cospicuo numero di persone tratte in salvo. Nel solo 2016 sono state 31.198, di cui 25.205 soccorse a bordo di unità navali maggiori della Guardia Costiera. Il progetto SAR OPERATION nasce da protocolli d’intesa attivati dal Corpo con la Capitaneria di Porto e implementati dal Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Quest’ultimo ha inserito il progetto nell’ambito delle Community Actions 2013 del Fondo Europeo per le Frontiere Esterne. Vi è stato, operativi un medico al nucleo aereo del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera di Catania, un medico e un infermiere sulle due unità navali maggiori della Guardia Costiera, tre medici, tre infermieri e un logista a Lampedusa operativi sulle motovedette della Guardia Costiera.

Nel buio della notte

La testimonianza del dottor Giuseppe Pomilla. Nella notte del 18 aprile 2015 si trovava a bordo della nave Gregoretti in soccorso ad un barcone rovesciato carico di migranti. Con il team sanitario del CISOM ha assistito i 27 superstiti del naufragio costato la vita a più di 800 persone.

“Erano ancora vivi, ma non ne ero certo. Li ho trovati fra i corpi che galleggiavano con gli occhi aperti rivolti al cielo. Giovani di età compresa fra i 17 e i 25 anni in cerca di una vita migliore, accolti soltanto da acqua gelida e indifferenza. Buio totale e nero indistinto tra cielo e mare, mentre galleggiavano tenendosi ai cadaveri. Li ho avvicinati. Il battito del polso quasi inesistente. Ho sentito afferrarmi il polso nel buio della notte mentre cercavo, in quella massa indistinta di corpi, un segno di vita. Era Sahif, 27 anni, del Ghana. Senza fiato. Con l’ultima forza rimasta mi ha stretto così forte da farmi trasalire. Poco distante, due occhi bianchi riversi fissavano il cielo nella speranza di essere riconosciuti. Un leggero e impercettibile movimento delle palpebre illuminate dalla torcia ha permesso a Mustafa di salvarsi. A bordo sono stati visitati. Erano ancora vivi. Due dei 27 superstiti di una mattanza costata la vita ad 800 persone. Quando sono partito, quel giorno, pensavo al significato del nostro lavoro, ai motivi che mi spingono ad intraprendere questo tipo di professione. Giunti al target, nella concitazione del momento, non c’è più da farsi domande, soltanto salvare tuoi coetanei, dar loro sostegno. Le coperte sono rimaste piegate a bordo della nave, così come le avevo lasciate. Sono rimaste lì, nessuno le ha toccate, non sono servite. Ogni missione, ogni volta, ti rimangono gli abbracci e i contatti. Messaggi di speranza che raccontano il resto del loro viaggio a terra. Da domani ritorneremo a lavorare nell’indifferenza di molti”.

Letizia Di Tommaso, Ufficio stampa CISOM





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