Medici siriani da tutto il mondo per affrontare la tragedia del loro Paese

L’Associazione Medica Espatriati Siriani opera da sei anni per supportare i colleghi rimasti nel paese dilaniato dalla guerra

Nabil Al Mureden

Una sera come le altre, a cena con la mia famiglia. La testa è sempre in Siria, dove sono nato, nel Paese dilaniato da sette anni orribili. Sebbene la vita possa sembrare sempre la stessa, da quell’inverno del 2011 tutto è cambiato. Anche quella sera stavo ripercorrendo le strade della memoria quando una telefonata improvvisa ha cambiato tutto. Una telefonata da Madaya, città del sud della Siria, assediata dalle truppe di Assad. Uno dei due dentisti della città ha bisogno di aiuto: deve far partorire una donna, c’è bisogno di un cesareo, non sa come si fa e non c’è nessun altro medico in tutta la città.

La tragedia ci stimola a sostenere i medici rimasti
che si prodigano a favore delle migliaia di sfollati.

Questa è la Siria oggi e questo è il contesto nel quale SEMA, l’Associazione Medica Espatriati Siriani, di cui faccio parte, opera. Siamo un gruppo internazionale di medici di origine siriana, un gruppo di connazionali sparsi divenuto, in qualche modo, anche un gruppo di amici. Già nel 2011 abbiamo avuto l’intuizione di aggregarci per poter offrire assistenza umanitaria e sanitaria ai Siriani rimasti là perché conoscevamo la nostra terra e gli Assad. Da allora molte cose sono cambiate.
Molti ospedali sono stati danneggiati o distrutti, molti medici, infermieri, ostetrici non ci sono più. Qualcuno è partito, qualcuno è stato meno fortunato.


Uno zoccolo duro non smette nemmeno per un istante di lavorare, visitare, operare. SEMA sostiene proprio questo gruppo di operatori sanitari che continuano a prestare i propri servizi sul territorio, sotto le bombe. Grazie alle donazioni raccolte forniamo loro uno stipendio, strumenti medici, materiali sanitari.
Molti centri hanno subito danni. Durante l’offensiva delle truppe di Assad, supportate dalla Russia, per riconquistare la città di Aleppo, è stato bombardato anche l’ultimo ospedale ancora operativo in città. In questa situazione bisogna scappare, improvvisare ospedali da campo o strutture mobili oppure costruire degli ospedali protetti dentro le grotte o ricoperti da strati di cemento armato in località non segnalate. Spesso, nemmeno questi accorgimenti si rivelano sufficienti a proteggere i malati e i feriti. In collaborazione con altri osservatori e ONG presenti sul territorio, dall’inizio della guerra la nostra associazione monitora gli attacchi contro gli ospedali.

Spesso, troppo spesso, è stato utilizzato anche il gas. Si insinua nelle grotte e in ogni anfratto causando danni irreversibili, soprattutto nei siti in cui è difficile far arrivare i medicinali anti-gas.
Restano gli ospedali da campo, i centri protetti e poco altro. Anziché scoraggiarci, la tragedia ci stimola a cercare nuovi finanziamenti ed a sostenere i medici rimasti che si prodigano a favore delle migliaia di sfollati. Ricordiamo che molti Siriani non ha avuto modo di fuggire alla volta della Turchia e dell’Europa. Molti Siriani, soprattutto coloro i quali hanno bisogno di cure, hanno subito una mutilazione, sono stati feriti da un cecchino, è ancora là. Ed sono là che dobbiamo essere presenti per poterli supportare.
Abbiamo aperto un ospedale anche in Turchia, a circa 30 km dalla frontiera, protetti dalle autorità di Ankara. Lì abbiamo allestito cinque reparti fissi: Chirurgia generale, Ortopedia, Neurochirurgia, Urologia e Oculistica. Ciclicamente, poi, invitiamo e ospitiamo professionisti provenienti da tutto il mondo per poter svolgere operazioni altamente specialistiche. Organizziamo il viaggio, spargiamo la voce nella zona in cui vivono migliaia di Siriani e poi procediamo con le operazioni.

Ogni giorno, nell’ospedale, vengono eseguiti almeno 10 interventi chirurgici. Tale numero cresce quando riusciamo ad ospitare un chirurgo specializzato in interventi alla colonna vertebrale e in chirurgia maxillo-facciale ricostruttiva. Sono queste, infatti, le problematiche più diffuse, gli effetti principali delle pallottole dei cecchini che colpiscono civili, passanti, persone normali. Siamo piuttosto fieri degli interventi realizzati, in particolare per quanto riguarda proprio le delicatissime operazioni sulla colonna vertebrale e la ricostruzione di occhi, nasi e altre parti del viso.
Questi interventi esercitano un forte impatto psicologico sul paziente: grazie all’operazione, questi può sentirsi lievemente più normale. La normalità è la sensazione che manca più di tutte quando intervieni in qualità di medico in un teatro operativo.
Terre minate, spesso letteralmente, in cui anche le cose più semplici diventano complesse. Nel 2012, ad esempio, il Ministero degli Esteri italiano aveva garantito la sua disponibilità a trasferire alcuni feriti in Italia a scopo terapeutico.

 

Il tempo passava e non accadeva niente. Allora abbiamo pensato: perché non chiedere al Ministero di investire quegli stessi soldi nell’allestimento di una sala operatoria neurochirurgica in loco, a due passi dal confine, là dove serve davvero? Abbiamo ottenuto una risposta positiva. Soltanto nel primo anno di attività, questo piccolissimo ospedale da campo ha completato
300 operazioni.
Questa è la dimensione della crisi siriana. Le persone hanno bisogno, un bisogno assoluto e urgente, di sostegno sanitario.

Per rispondere a questa esigenza, nel 2015 SEMA ha deciso di aprire una vera e propria Accademia delle urgenze nella zona
di Idlib. Qui vengono formati decine di studenti e giovani medici siriani. Nel primo anno di attività, ai corsi hanno partecipato 60 studenti. Ad essi è stato offerto vitto, alloggio ed una formazione specifica sulla medicina d’urgenza. Abbiamo predisposto una strategia per cui molte lezioni vengono svolte anche a distanza, spesso dall’Italia, coinvolgendo l’intera rete dell’associazione ed anche strutture sul territorio.

Ad esempio, insieme all’ospedale di Udine stiamo progettando un corso di chirurgia maxillo-facciale a distanza. L’esperienza ci insegna che questa modalità di lavoro è molto utile e ci permette di interagire direttamente con i medici, mettendo i nostri saperi in comune.
Così, anche nell’emergenza, il medico sa quale numero chiamare, con chi collegarsi, a chi chiedere una mano. Immaginiamo la situazione di Madava, una città di 40.000 abitanti nella quale sono rimasti due soli medici, entrambi dentisti. Sono loro a doversi occupare di tutto e non possono uscire dall’assedio.

Ogni giorno vedono i propri concittadini morire di fame. A che risorse possono attingere? Per questo non vogliamo mollare, non ci distraiamo e offriamo il nostro sostegno a titolo di volontariato. Desideriamo sia fatto tutto il possibile. E desideriamo che, anche tra le macerie, possa nascere qualcosa di buono.

Nabil Al Mureden, responsabile dell’ospedale Al Amal e referente per l’Italia dell’Associazione
Medica Espatriati Siriani





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