Chiusi i negoziati: l’ONU mette al bando le armi nucleari

“Questo Trattato non riuscirà ad eliminare istantaneamente e con la bacchetta magica tutte le armi nucleari. Ma con esso si stabilirà un nuovo standard giuridico internazionale potente, che andrà a stigmatizzare le armi nucleari spingendo le nazioni ad intervenire con positiva urgenza nei processi di disarmo”. Sono queste le parole di Beatrice Fihn, direttore esecutivo di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), nell’ottobre 2016, alba del percorso della messa al bando delle armi nucleari che solo in queste settimane vediamo giungere a conclusione. Prezioso infatti, è stato il lavoro di mobilitazione di questa Campagna che è riuscita a rilanciare il tema a livello di movimento popolare, non fermandosi ai pochi “addetti ai lavori”.

L’energia nucleare, insieme alle fonti rinnovabili e alle fonti fossili, è una fonte di energia primaria, ovvero è presente in natura e non deriva dalla trasformazione di un’altra forma di energia. È il 1934 l’anno in cui a seguito degli esperimenti condotti da un gruppo di scienziati italiani, chiamato “I ragazzi di via Panisperna” sotto la guida del fisico Enrico Fermi, si iniziò a pensare al modo migliore per produrre la radioattività in maniera artificiale. Gli studi furono poi portati avanti dal chimico tedesco Otto Hahn che, per la prima volta, riuscì a dimostrare il principio della fissione nucleare, cioè della reazione nucleare comunemente utilizzata nei reattori nucleari e nei tipi più semplici di arma nucleare, quali le bombe atomiche. Furono proprio queste ultime che attorno al 1947 con la contrapposizione politica, ideologica e militare della Guerra Fredda, raggiunsero l’acme del loro arsenale: Stati Uniti ed Unione Sovietica, le due superpotenze che in quegli anni dominavano la scena mondiale, erano (e sono) entrambe dotate di tecnologie nucleari ed entrambe consapevoli che il loro impiego avrebbe provocato solamente e nuovamente distruzione del territorio nemico, ma anche del proprio.

Da Hiroshima e Nagasaki, e ritorno

Di macchie nere nella storia dell’uomo ce ne sono molte e sicuramente la vicenda delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki è una delle più tristemente ricordate. Le prime bombe nucleari vennero sganciate proprio su questi due centri nell’agosto del 1945 dall’aeronautica militare statunitense, provocando oltre 150.000 morti e costringendo il Giappone alla resa. La Seconda Guerra Mondiale aveva sì avuto fine, ma le conseguenze erano mestamente sotto gli occhi di tutti. Di fronte alle macerie causate dalla forza d’urto delle esplosioni, dal fuoco divampato a causa del forte calore e dalle radiazioni che penetrando profondamente nel corpo umano danneggiano cellule, polmoni, fegato ed altri organi alterando il sangue, l’uomo non ha potuto (e non avrebbe comunque dovuto) rimanere inerme: altre bombe atomiche quindi, non vennero mai più utilizzate in guerra e di “Hiroshima e Nagasaki” non ci furono secondi episodi.

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Vent’anni più tardi dell’utilizzo della prima bomba atomica, Usa, Regno Unito ed Unione Sovietica in primis (fino a toccare i 189 stati membri nel 2010) arrivano dunque a sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare: questo è composto di 11 articoli e proibisce agli stati firmatari “non-nucleari” di procurarsi tali armamenti e agli stati “nucleari” di trasferirli in altri siti fuori dal proprio territorio.

Dopo la fine della Guerra Fredda però, questo Trattato cominciò a mostrare i suoi limiti: il numero in relativa riduzione degli ordigni nucleari si è associato a un crescente numero di Paesi che oggi si stima siano in grado di produrre la bomba atomica; secondo Mohamed El Baradei, direttore dello AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), sono più di 40.

 

L’alba del pianeta degli uomini

È paradossale, o probabilmente sconcertante, dover tenere a mente che fino a qualche settimana fa le armi nucleari erano le sole armi di distruzione di massa non messe al bando. Pensiamo alle armi biologiche ad esempio, vietate a partire dai primi anni ’70, o a quelle chimiche, interdette poco più di un ventennio dopo fino ad arrivare alle bombe a grappolo, inibite a partire dal 2008.

Dobbiamo così aspettare dicembre 2016 per poter avere una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la convocazione, nel 2017, dei negoziati per un trattato che vieti le armi nucleari.

Finalmente, meri interessi politici, economici e strategici accompagnati da logiche lobbistiche sono passati in secondo piano? Ce lo auguriamo. È possibile un mondo senza armi nucleari? Doveroso ed imprescindibile.

È grazie soprattutto al lavoro di ICAN (The International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) che i grandi della terra si sono seduti al tavolo delle trattative e, il 7 luglio, con 122 voti favorevoli hanno approvato il testo del documento.

“Ogni Stato parte si impegna a non sviluppare, testare, produrre, fabbricare, acquisire, possedere o immagazzinare armi nucleari o altri ordigni atomici esplosivi in nessuna circostanza”, o a “usare o minacciare l’uso di armi nucleari o altri ordigni atomici esplosivi”, recita l’articolo 1.

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Solamente Olanda, con voto contrario, e Singapore, con l’astensione, non si sono allineati alla volontà degli stati votanti all’Assemblea Generale. Ma il riflettore deve essere puntato anche su Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna che si sono opposti, deve essere puntato su India, Corea del Nord, Israele ed Italia che non hanno preso parte né alla discussione né al voto.

 

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