Verso il Regolamento di Dublino IV: il diritto d’asilo è un privilegio?

Quando sentiamo dai telegiornali notizie riguardo ai migranti, in particolar modo rifugiati, e alle questioni riguardanti la regolamentazione a livello europeo del loro status giuridico, si fa spesso riferimento al Regolamento di Dublino, la legge europea che fa testo in materia. In cosa consiste? Il Regolamento di Dublino individua lo stato membro responsabile della domanda di protezione internazionale che un rifugiato o richiedente asilo decidono di avanzare. La Convenzione internazionale è stata, per la prima volta, firmata nel 1990 ed entrata in vigore sette anni dopo. Attualmente vige la versione del 2013 e si applica a tutti gli Stati membri ad eccezione della Danimarca.

Quanto essa sia efficiente e sortisca esiti positivi per i paesi dell’Unione Europea e i richiedenti asilo, è difficile da dire. Più chiare sono invece le lacune e le criticità che mostra. L’opinione in merito dei richiedenti asilo, è deludente. Nello studio di Migrant Voice sull’impatto del regolamento, si legge come tanti di essi affermino che sia più una fonte di stress, confusione e ingiustizie. Da parte loro, il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli insieme all’UNHCR, L’Agenzia della Nazioni Unite specializzata nell’assistenza ai rifugiati, affermano che il sistema non assicura una protezione reale a queste persone.

In linea di massima, le questioni critiche su cui ci si dovrebbe soffermare di più sono l’individuazione dello stato membro responsabile dell’esame della domanda di asilo, il trasferimento dei richiedenti asilo (nel caso in cui abbiano dei parenti che risiedano in altri paesi membri dell’Ue) e di conseguenza il non rispetto dei criteri familiari. A queste si aggiungono la scarsa collaborazione che vi è tra gli Stati membri, troppo concentrati a difendere i propri confini, e il fortissimo squilibrio, riguardante il carico di lavoro rappresentato dagli arrivi delle persone, che c’è tra paesi come la Germania e l’Italia.

La proposta di un nuovo regolamento, che dovrebbe risolvere tra le altre proprio le criticità appena descritte, è stata assegnata al vaglio della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del Parlamento Europeo. Nello specifico si fa riferimento al progetto di relazione dell’eurodeputata Cecilia Wikström, in vista dell’adozione da parte del PE e del Consiglio.

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Le tappe della riforma del diritto d’asilo

Le tappe sono state comunicate il 6 aprile 2016 attraverso un documento intitolato “Riformare il sistema europeo comune di asilo e potenziare le vie di accesso legale all’Europa”. Si cerca di mettere in risalto il problema dei movimenti secondari dei richiedenti asilo, ovvero gli spostamenti tra i vari stati della Ue, e il cosiddetto “asylum shopping” – definizione che sta ad indicare la prassi di chiedere asilo in differenti stati, dando vita ad un meccanismo per il quale i richiedenti asilo vengono paragonati ad una sorta di consumatore che può liberamente scegliere dove dirigersi, mentre dovrebbe essere chiaro che non è così, visto che i migranti sono obbligati ad avviare la domanda di asilo nel primo paese d’ingresso.

Le proposte di riforma si suddividono in due pacchetti diversi presentati ad un breve intervallo di tempo l’uno dall’altro. Il primo pacchetto di proposte di riforma è stato presentato il 4 maggio 2016 e riguarda l’istituzione di un nuovo regolamento Dublino con i seguenti obiettivi:

         Impedire i movimenti secondari e istituire una procedura identificativa dello stato competente più rapida ed efficiente, suddividendo equamente i carichi e le responsabilità.

       Rafforzare il sistema Eurodac, di raccolta delle impronte digitali che permettono di monitorare gli spostamenti dei richiedenti asilo

   Istituire  una vera e propria Agenzia dell’Unione europea per l’asilo finalizzata ad un miglior funzionamento del sistema europeo comune di asilo, attraverso la trasformazione dell’Easo, agenzia specializzata in materia di asilo con l’obiettivo di agevolare, coordinare e rafforzare la collaborazione tra gli Stati membri aiutandoli a rispettare gli impegni assunti al livello internazionale ed europeo  in materia di protezione delle persone.

 

Il secondo pacchetto di proposte legislative, del 13 luglio 2016, aggiunge:

       La proposta di un regolamento nuovo che fissi norme uniformi per il riconoscimento delle persone bisognose di protezione e i diritti da concedere loro andando a sostituire la Direttiva qualifiche 95/2011, la quale definisce le circostanze rispetto alle quali, gli stranieri o gli apolidi, rientrano nelle categorie della protezione internazionale;

    L’idea di creare una procedura comune tra gli stati membri e sostituire la direttiva procedure n. 32/2013, la quale è finalizzata a sviluppare le norme relative alle procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale. Le definizioni di “Paese di origine sicuro” e “Paese terzo sicuro” rendono ancora più difficile la possibilità che un richiedente asilo proveniente da paesi come la Turchia, ritenuto “Paese terzo sicuro”, possano ottenere la protezione internazionale in Europa;

     Una nuova direttiva accoglienza che sostituisce la 33/2013 e si pone l’obiettivo di armonizzare le condizioni di accoglienza a livello europeo.

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“Nuovo” diritto d’asilo in Europa: come funzionerebbe?

La proposta di riformare il Regolamento Dublino III ha come obiettivo quello di migliorare la situazione attuale, in particolare, rassicurando gli Stati membri dell’Ue, ma ciò a spese di quei paesi, che si trovano ad affrontare in prima linea l’arrivo di tanti rifugiati e richiedenti asilo. L’approccio quindi che l’Unione europea adotta è meramente difensivo e cerca di rendere quello che dovrebbe essere un diritto, ovvero l’asilo, un privilegio. Le proposte di riforma si fondano prevalentemente sulla necessità di proteggere le frontiere rendendo la nostra Europa una fortezza non solo di fatto, ma anche di diritto. In questo modo, la condizione dei paesi di primo arrivo, ovvero dei paesi di frontiera subirà un carico eccessivo mentre al pari, il richiedente asilo verrà privato totalmente della possibilità di influenzare in qualche modo la decisione dello Stato membro competente sulla domanda inoltrata.

Rimanendo nell’ottica del ridimensionamento dei movimenti secondari, il secondo obiettivo che si propone è quello di limitarli per mezzo di sanzioni nel caso in cui il richiedente asilo si sposti verso altri stati membri dell’Unione europea. Egli non ha la possibilità di spostarsi qualora lo decida, è obbligato a presentare la domanda nello Stato di primo ingresso irregolare.

Il terzo obiettivo della riforma è quello di creare un sistema comune d’asilo che si fondi su un’equa ripartizione delle responsabilità tra gli stati membri. Anche in questo caso, uno stato membro che non desideri accogliere la persona, può mancare a questa responsabilità versando un cosiddetto contributo di solidarietà di 250 mila euro per ogni rifugiato o richiedente asilo “respinto”.

 

Scontri e divergenze a Bruxelles

Con il progetto di lavorazione, l’eurodeputata Cecilia Wilkström cerca di dare un rilievo umanitario alle riforme insistendo su un maggior coinvolgimento da parte degli stati membri, facendo leva su una sorta di ottica della co-responsabilità. L’eurodeputata ha proposto la cancellazione delle sanzioni qualora i richiedenti asilo decidano di spostarsi in altri paesi e ritiene importante il diritto di informazione, ovvero il diritto/dovere per cui ogni rifugiato o richiedente asilo dovrebbe essere informato di quello che dovrebbe fare per poter presentare domanda di asilo.

Come Cecilia Wilkstroem, altri europarlamentari, come l’italiana Elly Schlein si battono per riformare il sistema dell’asilo europeo. Quest’ultima insiste sul fatto che la riforma del sistema di asilo dovrebbe basarsi su una fiducia reciproca tra gli stati membri e i richiedenti asilo, non sulla coercizione. L’armonizzazione delle procedure e degli intenti dei singoli Stati membri sono fondamentali. In questo caso, lo sforzo che viene equamente condiviso tra tutti non è solo sostenibile, ma può anche portare dei benefici. Ridimensionare il carico di lavoro che i  singoli Stati membri affrontano, permette di gestire in maniera rapida ed efficiente l’afflusso delle domande di protezione internazionale, aiuta ad acquisire maggiore fiducia  nelle istituzioni europee e rafforza il concetto di aiuto alla persona, in quanto essere umano portatore di diritti e non di una minaccia ai valori dell’Unione europea e dell’occidente in generale.

 

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Ala Jalba

Ala Jalba, nata a Balti, città nel nord della Moldavia, il 29.07.93. Attualmente studentessa di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l'Università degli Studi di Padova. Lettrice instancabile con la passione per la storia ed il Sud-est Europa, colleziono lingue da imparare e posti da scoprire. Su SocialNews coltivo la passione per la scrittura e il giornalismo cogliendo l'occasione per mettere in rilievo ciò che mi sta più a cuore: combattere le discriminazioni e promuovere il rispetto della vita di ogni persona. Cosa sono per me i diritti umani? Mi piace paragonarli a dei corsi d'acqua in quanto elemento indispensabile per la vita di tutti noi. Come questi, essi dovrebbero innervare la nostra società, cultura ed esperienza politica e giuridica senza alcuna eccezione o proroga. Ma prima di tutto, dovrebbero essere il pilastro portante di tutti noi. 

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