Ragazzini con la pistola: nessuno si autoassolva

Bambini soldato solo all’estero? Un errore cullarsi in questa errata convinzione. Anche da noi, grazie alle mafie, il fenomeno assume proporzioni preoccupanti. Non è facile agire per contrastarlo, ma è inaccettabile restare inerti

Davide Giacalone

Su “Il piccolo scrivano fiorentino”, uno degli episodi di “Cuore” di Edmondo de Amicis, abbiamo pianto. Era il tempo in cui i genitori consideravano utile trasmettere ai figli l’idea che la vita può essere dolore, che a quello ci si deve attrezzare, nel mentre la fortuna di non provarlo era da apprezzare. Piangevamo su quel piccolo che, per sollevare il padre, cui la vista scemava a causa del duro lavoro, passava la notte compitando indirizzi, sicché gli capitava d’appisolarsi durante le ore di scuola. Se piangevamo allora, cosa dovremmo fare oggi nel vedere bambini delle nostre città arruolati negli eserciti dello spaccio e del malaffare? Urlare, dovremmo: di dolore e di rabbia.
Giulio, il piccolo scrivano, aiutava il padre di nascosto, curando che lui non se ne accorgesse.
Per amore filiale e perché non ne fosse umiliato. Siamo sicuri che avviene altrettanto fra le schiere di quegli eserciti immondi?


Il padre di Giulio lo rimproverò severamente quando apprese che scendeva il suo rendimento scolastico, prima alto. Solo dopo ne capì la ragione. I padri e le madri di quei militi del crimine sembrano non accorgersi di nulla o non dar troppo peso alla cosa. Ma che si vuole? Sono persone emarginate, che non hanno avuto fortuna, non hanno privilegi o rendite. Così recita la giulebbosa e velenosa litania di certo sociologismo d’accatto. Anche la famiglia di Giulio era povera, ma non disonorata.
Una poesia di Renzino Barbera racconta che, in Sicilia, “pure la fame, pure la miseria hanno l’orgoglio, che ave la natura”. Molti lo conservano, ma altri lo hanno perso. E, si badi, per evitare altri giustificazionismi d’intellettualismo straccione: non è la maggiore ricchezza, o il consumismo, ad avere umiliato l’onore e l’orgoglio, ma l’idea che si possa agguantarli senza merito e senza qualità personali.
Nessuno di noi, però, può essere assolto. Quando sentiamo le storie dei bambini soldato in giro per il mondo, possiamo provare ad agire con organizzazioni come Auxilia, attivando i canali diplomatici, anche solo studiando e raccontando le cause di quei conflitti. Ma, per quanto ci si voglia sentire tutti concittadini, sono pur sempre storie di un altro mondo. Questo no, è il nostro mondo. Sono terre e terreni d’Italia. Non possiamo concedere nulla alla tolleranza, se non disonorandoci tutti. Non è facile agire, ma è inaccettabile restare inerti.


La scuola deve essere il primo sensore. Una cosa è un somaro (esistono anche quelli cui non piace studiare, senza che questo intacchi la loro vita e la loro vivacità), altra un prigioniero della deriva criminale. Una scuola in cui chi ci lavora non ci vada solo per lo stipendio, sperando di non andarci neanche, se ne accorge in fretta. L’abbandono scolastico va contrastato a scuola, ma segnalato ove irreversibile: meglio prenderli subito per piccoli reati che lasciarli crescere nella distruzione delle vite loro e di quelle altrui. Non concediamo scuse a loro, non inventiamole per noi stessi: tollerare, in questi casi, è sinonimo di abbandonare. Truce quel che ho scritto e ridicolo avere cominciato con “Cuore”?
Non credo. Ho l’impressione che, per quanto buona sia l’intenzione di quanti cercano di cancellare il dolore dall’orizzonte dei figli, rimane pur sempre una follia. Così come buonismo fa terribilmente rima con menefreghismo. Quei ragazzini arruolati dal crimine sono tutti nostri figli.
Supporre che siano affare d’altri comporta un degradante giudizio su noi stessi.

Davide Giacalone, Editorialista di RTL 102.5 e Libero

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