Dai “muschilli” ai “baby boss”: così è cambiato lo scenario in Italia

Profondi mutamenti nei meccanismi e negli assetti della criminalità organizzata hanno rivoluzionato il ruolo dei giovanissimi nel panorama criminale.

Giovanni Taranto

C’è stato un tempo in cui il “codice d’onore” della camorra campana prevedeva che donne e bambini fossero intoccabili. Un tempo in cui i “piccoli” erano solo “piezzi ‘e core” e, secondo la spietata logica dei boss, andavano tutelati prima di ogni altra cosa. C’è stato un tempo in cui interi commando di killer si fermavano nel bel mezzo di una missione di morte pur di evitare di coinvolgere nel loro raid un minorenne che si trovasse sulla linea di tiro.
Non sono questi quei tempi. Le leggi della criminalità organizzata sono profondamente mutate. Le influenze di mafia, cartelli stranieri, altre organizzazioni italiane, i mutamenti abissali dello stesso tessuto sociale e quelli fondamentali dei grandi business illeciti internazionali hanno provocato un sovvertimento totale nel rapporto fra minori e camorra. Una volta, al massimo, un ragazzino poteva essere “usato” come “fodero” per nascondere su di sé l’arma di un camorrista in fuga da una perquisizione, o come portatore di “imbasciate” (ordini o messaggi più o meno in codice). Questo, invece, è il tempo in cui i clan più spietati reclutano killer minorenni, in cui i boss educano i propri figli ed i propri nipoti alle regole del comando per lasciare loro in eredità la guida della “famiglia”, in cui, addirittura, sorgono interi gruppi di baby-criminali convinti di poter guadagnare potere e facili introiti col traffico di droga o imponendo il pizzo, spesso pagando, poi, duramente il loro peccato di “hybris”, e vedendo punire col sangue la presunzione di aver osato pensare di poter sottrarre spazi ed entrate alle organizzazioni storiche.


È questo il tempo in cui il ruolo di un certo numero di minorenni in alcuni clan è diventato così radicato, “naturale” e profondo da aver costretto perfino ad una differente gestione degli istituti di pena (o centri di prima accoglienza) minorili, con l’esigenza inderogabile di tener rigorosamente divisi i giovanissimi esponenti legati o contigui a diverse organizzazioni criminali per evitare pestaggi, aggressioni o peggio.
In un universo criminale nel quale hanno ormai trovato il proprio spazio anche esempi (per ora isolati) di gruppi a guida femminile e con vertici a composizione quasi esclusivamente “rosa”, non mancano gli esempi di “arruolamento” anche di giovanissime, seppur sporadicamente e con ruoli e incarichi minori. Oggi, dunque, ci troviamo di fronte ad un fenomeno diffuso di reclutamento vero e proprio dei minori all’interno delle fila di molti clan. Anche se – come gli operatori del settore sottolineano – il “reclutamento” è solo una parte marginale dei foschi scenari che vedono i minorenni intersecare le proprie vite col crimine.
Per chi, invece, entri davvero nel vortice camorristico, la strada verso la “carriera militare” all’interno delle organizzazioni è ben delineata.
Si comincia spesso come vedette o come corrieri. Come “pali” o avvistatori delle forze dell’ordine per tenere al sicuro dai blitz di polizia e carabinieri interi quartieri divenuti roccaforti dello spaccio di stupefacenti. E ci sono stati momenti in cui una semplice vedetta minorenne guadagnava stipendi da capogiro. Lavoro vero e proprio. Con tanto di assunzione, orari e turni stabiliti, ferie, postazione fissa da controllare. E “bonus” di diverso tipo: la moto, il telefonino, l’assistenza legale garantita dal clan in caso di guai con la giustizia. Ogni giorno, un ragazzino strappato agli obblighi scolastici e messo a fare la sentinella in sella ad un costoso scooterone all’angolo di una strada poteva riscuotere una paga di centinaia di euro. Infinitamente di più rispetto – ad esempio – allo stipendio mensile di un eventuale padre operaio. Eradicando totalmente dalla mente del ragazzo la necessità o la logica di dedicarsi allo studio o ad una onesta carriera professionale. In alcune zone, capita ancora.
Un’evoluzione mostruosa e aberrante perfino rispetto alla vecchia e “tradizionale” figura dei “muschilli” che, un tempo, correvano in calzoni corti tra i vicoli trasportando dosi di stupefacenti, certi di sfuggire a posti di blocco e arresti, e che oggi appare quasi folkloristica rispetto agli scenari attuali.

Ma il reclutamento dei minorenni nei clan camorristici prevede spesso, per chi mostri attitudine e “talento”, un veloce avanzamento di carriera. E le cancellerie dei Tribunali per i minori traboccano di faldoni su giovanissimi passati in fretta a fare da esattori del pizzo, da corrieri di ingenti quantitativi di droga o, addirittura, arrivati ad impugnare le armi per spedizioni punitive o omicidi commissionati dai clan.

Un elemento “di valore”, benché minorenne, viene spesso educato e addestrato ai suoi futuri incarichi.
Coltivandone inclinazioni e abilità. Con sessioni più o meno regolari di allenamento all’uso delle armi, ad esempio (alcuni clan possiedono veri e propri poligoni di tiro clandestini). Né più, né meno che per i bambini soldato di tante parti del mondo che, evidentemente a torto, ingenuamente consideriamo realtà tanto lontane da noi.
Specie se il minore è figlio o parente di esponenti di spicco dell’organizzazione malavitosa, in molti ambienti deviati dalla cultura del clan quasi si “pretende” da lui una sorta di predisposizione naturale al comando e all’azione, e se ne coltivano e affinano le abilità. Senza lasciargli scampo, né alcuna via di fuga verso la possibilità di una vita normale. Di questo mostruoso “modello educativo” esistono anche precise testimonianze scritte. E di altissimo rango. E’ il caso, ad esempio, della “catena di successione” del clan Gionta, forse poco nota ai più, ma tra le “famiglie” più potenti della criminalità organizzata del nostro Paese, con agganci a livello internazionale, e che già decenni fa fece il grande salto affiliandosi direttamente a Cosa Nostra e diventando, di fatto, l’avamposto della mafia nel Vesuviano. In cella da lustri in regime di massima sicurezza e segregazione, il boss storico – don Valentino – passò le redini al figlio Aldo. Quando anche questi finì dietro le sbarre, in carcere fu intercettata una sua lettera al figlio, Valentino jr., fin troppo chiaramente esplicativa dell’addestramento militare impartito al rampollo che, all’epoca, seppur minorenne, rimaneva l’unico esponente maschio della famiglia in libertà.


«Caro figlio – scriveva Aldo dal carcere di Opera nel 2008 – non permetterti più di fare qualcosa senza il mio permesso. Poi giura su tuo figlio. Per adesso pensa a fare i soldi. Anzi, digli a Tatore che io avanzo 26.000 euro per gli avvocati. Fai 13.000 tu e 13.000 lui e li dai a tua madre. Perciò diglielo a Tatore. Poi ti voglio dire: state attenti dove parlate, tu, Tatore e tuo cognato. Ci sono microspie dappertutto. Poi, tutti e tre imparate a sparare.
Mitra, fucili e kalashnikov. Imparatevi in posti dove non vengano sbirri, cioè le guardie. Poi, quando sapete usarli bene, vi dirò io cosa fare (secondo gli inquirenti, probabilmente si preparava il battesimo del fuoco per Valentino junior – ndr).
Fatti furbo, non parlare con nessuno. Ci sono microspie e poi la gente se la canta.
Ascoltami, non fare nulla per adesso. Ti bacio forte a te, Gaetano e Tatore».

Il paradigma di una filosofia di vita, di un modello educativo e del destino segnato di intere generazioni di giovani cresciuti in determinati ambienti, ben pochi dei quali, purtroppo, riescono a sottrarsi coi propri mezzi all’irreggimentazione in questo tipo di percorso obbligato.
Che conduce quasi sempre ad una vita di guerra.
Il cui “fronte” è quello della lotta con gli altri clan, della lotta con lo “Stato sbirro”, della contrapposizione ostile al modello sociale “normale”, considerato anomalo: perdente e oppressivo.
Uno stato di guerra che, spesso, ha esiti tragici.
Dall’evasione scolastica all’evasione dagli arresti domiciliari appena diventati maggiorenni, il passo è, purtroppo, fin troppo spesso, breve.
Tentativi di recupero sono stati spesso attuati con metodi inefficaci o inadatti e non sempre hanno garantito risultati apprezzabili. E mai, purtroppo, su larga scala. Oggi si tentano altre strade: quelle della concretezza e dell’inserimento in programmi di formazione-lavoro operativi. Nel frattempo, però, occorre prendere atto del reclutamento massiccio dei minorenni nelle fila delle “truppe” della criminalità campana: quella organizzata vera e propria e quella delle nuove “paranze degli scemi” (come, dispregiativamente, i clan etichettano i gruppi di giovanissimi). Con ragazzi e ragazzini sempre più spesso “mandati in prima linea” perché, in quanto minorenni, rischiano meno. O poco. O nulla, a seconda dell’età. Il fenomeno ha già dato vita a importanti evoluzioni, ovviamente in negativo.
Favorendo, come si accennava, la nascita di gruppi con ambizioni da “mini clan” composti anche prevalentemente da minori o da giovanissimi.
L’ascesa dei “baby boss” (dalla vita e dall’autonomia più o meno limitate, anche per l’intervento di eradicazione spesso messo in atto dai clan storici) è una realtà con cui fare i conti e con cui gli inquirenti si sono già dovuti confrontare da tempo.


Occorre ben comprendere il profondo mutamento verificatosi. Il riferimento non è ai minori in quanto “sfruttati” come merce (ad esempio, nella prostituzione minorile, gestita perlopiù da gruppi stranieri) o come strumento (come per i “foderi”, o i “muschilli” degli anni ’70-’80, ricompensati per piccoli incarichi con una pacca sulla spalla, una strizzata d’occhio e una manciata di sigarette).
Non si parla più di mero utilizzo spregiudicato dei minori come manovalanza della camorra ed è in via di superamento anche lo stadio avanzato del reclutamento dei minori come “soldati” dei clan.
Qui lo stadio evolutivo è successivo. Il riferimento è rappresentato da gruppi di minori, o appena maggiorenni, dotati di una propria leadership anch’essa “baby”, con ambizioni, pretese, metodi e “filosofia criminale” propri. Addirittura in contrasto – per esasperazione – con gli stessi metodi camorristici. Crudo, ma vero. Impietoso rispetto alla considerazione che sempre di giovanissimi si tratta. Indubbiamente capaci, però, di gestire traffici e scontri, strategie di elusione delle indagini, di pianificare e portare a termine crimini di diversa natura. Anche con implicazioni associative complesse.
E quasi sempre legati, almeno in origine, o tangenzialmente, a strutture camorristiche “adulte e storiche” dalle quali mutuare o scimmiottare potere intimidatorio, metodi, operatività e mezzi.
Certo, il sogno di tanti baby boss di poter fare soldi e potere facili con il traffico di poche partite “importanti” di droga si infrange quasi sempre contro la canna di un’arma rivale o le mura di un centro di prima accoglienza. Ma questa è altra questione.
Il quadro complessivo che emerge dall’analisi dei dati, dai faldoni processuali, dalle inchieste dell’antimafia, purtroppo, parla chiaro. L’arruolamento vero e proprio dei minorenni nelle fila dei clan camorristici, per fortuna non ancora giunto a livello di massa, è comunque ormai pratica che non ha più carattere di “eccezione” in grado di stupire o di risultare elemento di novità. Si tratta di un fenomeno che va combattuto con strumenti pensati ad hoc, in grado di penetrare molto profondamente in maniera preventiva il tessuto sociale, neutralizzando gli effetti persuasivi e “culturali” di tutta una serie di elementi condizionanti: l’esempio familiare distorto, i modelli di “carriera criminale”, il mito del boss o del killer rispettato e temuto, l’”epica” veicolata perfino da un certo tipo di musica apertamente inneggiante al camorrista, fino all’istituto – endemico in certe zone – dell’omertà intesa come valore identificativo e fondante dell’”uomo d’onore”. Con un’osmosi perversa che trasferisce il carattere omertoso ad intere popolazioni e, in molti casi, perfino alle stesse vittime della camorra. Una battaglia durissima da combattere e difficilissima da vincere, quella per strappare i minorenni al reclutamento da parte della criminalità organizzata (storica o di nuova, giovanile concezione) considerato che, in molti quartieri, aree, zone, lo Stato pare non riuscire ad affermare con piena volontà e mezzi adeguati la propria presenza e valenza. E dove c’è camorra non esiste “terra di nessuno”: ovunque Stato e legalità abdichino anche solo per scarsa presenza o insufficiente vitalità, i clan regnano e vige la legge dell’antistato.

 

Giovanni Taranto, giornalista professionista, esperto di cronaca nera e giudiziaria e collaboratore di SocialNews

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