Il populismo minaccia i diritti umani?

Secondo il rapporto annuale di Human Rights Watch, l’affermazione del populismo e della demagogia mette a repentaglio i valori fondanti della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

Angela Caporale

Inutile girarci attorno: la diffusione di demagogia e populismo, unita al successo sempre maggiore in termini elettorali, rappresenta una minaccia concreta ai diritti umani. Ciò accade perché il populismo va a negare ed intaccare i valori che soggiacciono al concetto stesso di diritto dell’uomo.
Il pericolo è stato evidenziato dal World Report 2017 dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch che, come ogni anno, ha analizzato lo stato di salute dei diritti umani in 90 Paesi distribuiti su tutti i continenti.
Il quadro emerso non è rassicurante: ovunque vi sia al potere, o abbia rilevanza nell’arena politica, un soggetto che fa ricorso al populismo, ci troviamo di fronte ad un attacco frontale ai principi tutelati dalla Dichiarazione Universale del 1948.
La globalità dell’attacco è riconducibile al fatto che non ci sono muri né frontiere che reggono per frenare questa tendenza. Al contrario, essa attecchisce in Europa, nel Medio Oriente, negli Stati Uniti, in Africa. Il meccanismo è semplice: le persone che difendono i diritti umani e chi ne è tutelato vengono additati come responsabili della sfortuna di qualcun altro che si auto-definisce come più meritevole di un beneficio. L’insoddisfazione per la propria condizione e l’insofferenza per una situazione di crisi che non evolve costituiscono micce che demagogia e populismo sfruttano per manipolare gli stessi diritti e giustificarne la mancata applicazione.

Kenneth Roth, di Human Rights Watch, mette in guardia: “Non dovremmo mai sottostimare la tendenza demagogica
di chi oggi sacrifica il diritto degli altri affermando di tutelarci, ma che, quando vedrà il proprio potere in pericolo, non esiterà a fare lo stesso con i nostri stessi diritti”. Il riferimento è a quei leader che detengono già il potere politico, per sua natura liquido e oscillante.
Pensiamo a Tayyip Erdoğan in Turchia o a Vladimir Putin in Russia: si tratta di due leader che hanno fatto dell’accentramento e della personalizzazione del potere la propria cifra stilistica. Cambiano le leggi ed aggirano le norme pur di mantenere quella posizione di prestigio che permette loro di perseguire il proprio interesse, non sempre coincidente con quello della popolazione che dovrebbero rappresentare.
Non si differenzia di molto il neoeletto 45° Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La sua retorica è densa di stereotipi sui migranti, misoginia, attacchi a personaggi pubblici basati sulla loro provenienza o, peggio, sulla loro “razza”, prese in giro di persone disabili: in poche parole, Trump ripropone tutto il menù di discriminazioni contro le quali la società civile si batte da anni. È come se, nel giro di poche frasi, decenni di battaglie, lente e faticose, fossero state spazzate via. È proprio una caratteristica del leader populista di successo godere di un’eccellente reputazione tra i propri seguaci, che si sentono presto legittimati a replicare determinati atteggiamenti.
A poco vale lo sforzo di giornalisti, filosofi ed intellettuali per spiegare che “post-verità” non significa che tutto è vero. Di maggior successo godono i progetti di debunking, che hanno fatto dello smascheramento di fake news e bufale la propria missione. Tuttavia, quando ogni singola proposizione del discorso populista va a sradicare la fondatezza dei diritti umani, essi si trasformano presto in un’opinione un po’ naive, “una cosa da buonisti che non capiscono come va il mondo”.
Opporsi a questa deriva è possibile. Sempre secondo Roth, la risposta dev’essere “…una vigorosa riaffermazione e difesa dei valori fondanti, attraverso i media, la società civile e gli sforzi governativi”. Da questa prospettiva, il rispetto ed il rafforzamento dei diritti umani rappresentano lo strumento più adatto per contrastare le menzogne populiste e demagogiche. Un esempio è la decisione del Premier canadese, Justin Trudeau, di nominare come Ministro dell’Immigrazione un rifugiato di origine somala. Non c’è bisogno, in questo caso, di aggiungere altro: sono i fatti a parlare da soli e a dare sostanza a cosa significa, oggi, rispettare ed implementare i diritti umani.

Angela Caporale, caporedattrice di SocialNews

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Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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