Orbàn o la democrazia illiberale

Il premier ungherese fa di testa sua tra referendum sui migranti e riforme costituzionali. Ma cosa accade se il populista perde il consenso?

Gian Marco Moisè

La Democrazia liberale

La Democrazia rappresenta la cifra identitaria dei Paesi che costituiscono ciò che è universalmente riconosciuto come Occidente. Dalle monarchie costituzionali nord europee alle repubbliche parlamentari continentali, dal presidenzialismo americano al semi-presidenzialismo francese, si parla comunemente di Democrazia. Il termine viene utilizzato in questa maniera per semplicità. Durante la guerra fredda, però, entrambi gli schieramenti si autodefinivano Democrazie, attribuendo alla parola sfumature diverse. Quella a cui ci riferiamo oggi è la Democrazia liberale, un sistema politico che garantisce, da un lato, l’esercizio del potere popolare attraverso un sistema rappresentativo, dall’altro l’indipendenza e la separazione dei poteri dello Stato, che agisce nel rispetto delle libertà fondamentali di ogni individuo. Questo sistema è connotato ideologicamente. Per quanto si cerchi di renderlo super partes, è frutto di scelte politiche ben precise succedutesi nel corso dei secoli. Questa premessa è importante per comprendere l’inizio della stagione definita dal premier ungherese Orbán “Democrazia illiberale”.

Chi è Viktor Orbán

Viktor Orbán, classe 1963, si è laureato in giurisprudenza nel 1987. Eletto all’Assemblea Nazionale già nel 1990, nel 1993 è stato eletto a capo del Fidesz. Nel 1998 è stato nominato Primo Ministro ungherese, divenendo il primo leader dell’Europa orientale a non avere avuto legami col precedente regime sovietico. Dopo sconfitte elettorali e alternanza alla leadership del suo partito, Orbán è tornato a vincere le elezioni nel 2010 ed è stato riconfermato dall’elettorato nel 2014. Negli anni ha fatto scalpore per le sue posizioni in contrasto con l’Unione Europea, una riforma costituzionale dal carattere conservatore e leggi che hanno ridotto l’indipendenza della stampa e del sistema giudiziario. Secondo alcuni osservatori, si riconoscono tratti di “Orbanismo” nel Front National, in Podemos, nei leader dei nuovi conservatori polacchi, nella leadership di Matteo Renzi, nei Tories in Gran Bretagna e, persino, in Donald Trump. Orbán non ha mai nascosto l’apprezzamento nei confronti di Putin, Erdogan e del modello cinese.
Tuttavia, pur condividendone una sottile vena autoritaria, resta in linea con le direttive dell’Unione Europea.

La Democrazia illiberale

Orbán incarna un populismo sempre più diffuso. Come lui stesso fa notare, la leadership europea sta perdendo il contatto con i suoi elettori. Il “popolo” chiede decisioni più efficaci, immediate. Per questo motivo c’è bisogno di accentramento e personalizzazione del potere. Secondo Orbán: “Dobbiamo abbandonare i metodi e i principi liberali di organizzazione della società, così come il modo liberale di guardare il mondo”. La Democrazia liberale “non può rimanere globalmente competitiva”. Diviene, così, necessario passare ad un sistema di Democrazia “illiberale”. Nelle istituzioni europee lo soprannominano “Gran Duca”. Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, l’ha accolto al summit dei leader europei con un “Salve Dittatore!”. Ma non è certamente un dittatore Viktor Orbán. I dittatori erano plenipotenziari della repubblica romana che assumevano il ruolo per un tempo determinato in situazioni di emergenza. Ciò che Orbán ricorda è, piuttosto, un imperatore, in contatto diretto con la plebe, ma in contrasto con l’élite. E, si sa, un imperatore trae la sua legittimazione dai plebisciti.

Il referendum sulla ripartizione dei rifugiati

Era una conferma plebiscitaria quella che Orbán cercava il 2 ottobre scorso, sottoponendo agli Ungheresi il referendum sulla ripartizione dei rifugiati. Il quesito referendario era: “Volete che l’Unione Europea abbia il diritto di ordinare il trasferimento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?”. Contrariamente alle sue aspettative, però, il referendum non ha raggiunto il quorum previsto del 50% dell’elettorato. Solo il 43% si è espresso, e il 98% ha votato No. Ben 223.000 schede nulle, recanti l’indicazione del partito satirico del Cane a Due Code, hanno sottratto al premier ungherese il 6,27% dei voti. Doveva vedersi un Orbán sconfitto e avvilito nella conferenza stampa che ha seguito l’annuncio del risultato. Al contrario, il Premier ha interpretato le astensioni come una delega del resto dell’elettorato nei confronti di chi ha votato. Avendo la maggioranza votato No, significava che l’iniziativa della UE doveva essere fermata. Per questo motivo Orbán ha annunciato una riforma costituzionale in questo senso.

Una lotta ideologica

Perché Orbán non ha ammesso la sconfitta? Probabilmente perché, nei mesi precedenti, si era speso tanto nella campagna contro la decisione dell’Unione Europea di stabilire quote per la ripartizione dei rifugiati tra tutti i Paesi membri. Il cosiddetto blocco dell’Est, costituito da Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, si era opposto durante la votazione, ma la maggioranza aveva comunque deciso a favore della ripartizione. All’Ungheria sono toccati 1.294 richiedenti asilo, una cifra gestibile da un Paese di 10 milioni di persone. La battaglia, però, non era logistica, quanto ideologica. Lo sapeva bene il Premier slovacco Robert Fico quando dichiarava di non voler accettare rifugiati di religione islamica perché la Slovacchia è un Paese cristiano, e lo sa bene Viktor Orbán. Orbán si è messo a capo delle Nazioni che hanno contestato questa decisione. È stato in prima linea fin dall’inizio: l’Ungheria è uno degli Stati posti al confine esterno della UE, quindi più soggetto di altri agli effetti della crisi migratoria. Ha costruito una recinzione per impedire il passaggio indiscriminato di migranti irregolari.
Ha deciso una linea dura per evitare la perdita di voti del suo Fidesz in favore del partito di estrema destra Jobbik. Credeva di conoscere la volontà popolare, invece è stato tradito da quello stesso popolo che credeva di difendere.

Se Napoleone resta da solo

L’impero di Orbán ha mostrato le prime crepe con la sconfitta al referendum, ma lui non ha ceduto. La sua campagna referendaria da 16 milioni di euro contro la ripartizione dei rifugiati è stata affossata dalla satira di un migliaio di manifesti appesi in giro per Budapest e finanziati col crowdfunding. Ciononostante, Orbán ha deciso di presentare comunque la riforma costituzionale riguardante la proibizione di quote per l’ingresso di rifugiati, ma anche in questo caso non ha raggiunto il livello di consenso necessario. Jobbik è stato l’ago della bilancia.
La sua astensione è derivata dall’opposizione ad una norma che garantiva il diritto ai documenti necessari per restare in Ungheria in cambio dell’acquisto di 300.000 euro di bond ungheresi. Napoleone è stato sconfitto dalla sua stessa arroganza non riuscendo a limitare le sue imprese.
Allo stesso modo, Viktor Orbán ha ceduto troppo presto ai trionfalismi parlando di una nuova stagione di Democrazia illiberale confermata dall’elezione di Donald Trump. Il Primo Ministro ungherese ha sopravvalutato sé stesso e la sua capacità di comprensione del “popolo”.
Nulla c’è di più ingannevole del “popolo”, semplificazione interpretativa delle singole volontà e dei pensieri individuali.
Così come Voltaire criticava l’ottimismo di Leibniz e del suo “migliore dei mondi possibili” ricordandogli le amenità del mondo, è giusto ricordare a Orbán i suoi fallimenti per criticare la “Democrazia illiberale” e la sua pretesa di rappresentare la soluzione ai problemi del nostro tempo.

Gian Marco Moisè, giornalista di East Journal

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