Nel regno del nuovo zar

Putin e i suoi “colleghi di populismo” stanno lentamente conquistando influenza in tutto il mondo. Dobbiamo preoccuparci?

Gabriele Lagonigro

C’era un periodo, non troppo indietro nel tempo, in cui i politici si indignavano se venivano definiti populisti. Non sono trascorsi secoli, solo pochi anni. Eppure, di acqua sotto i ponti dello scacchiere internazionale ne è passata davvero parecchia. Anche le definizioni, le denominazioni ed il sentire comune sono mutati radicalmente.
È così che tanti aspiranti leader, più o meno altolocati, oggi non disdegnano di dialogare con la “pancia delle persone”, per dirla con un’espressione tanto abusata quanto antipatica, come se il cervello, ormai, contasse poco o nulla. Da Salvini a Marine Le Pen, da Viktor Orban all’estrema destra tedesca o olandese, nessuno di loro disprezza più l’epiteto populista. Anzi. Il segretario della Lega, la candidata alle presidenziali per il Front National, il capo indiscusso dell’Ungheria: tre modelli di politica non proprio affini, ma sicuramente accomunati da vision comuni su migranti, poteri forti (o cosiddetti tali) e Unione Europea.
E da un’icona da idolatrare, specie per i Lumbard e la nouvelle droite parigina: Vladimir Putin. Che, per dirla tutta, populista, nel senso ormai comunemente accettato dal nostro linguaggio, non lo è e non lo è mai stato. D’altronde, come potrebbe essere definito così chi è nato ed ha vissuto nell’apparatchik della nomenclatura ex (e post) sovietica ed è stato protagonista di una carriera fulminante dal Kgb al Cremlino? Non c’era sistema (regime) più lontano dalla “pancia della gente” di quello dell’Urss, e non c’era servizio segreto così puntigliosamente attento ai segreti del proprio popolo come, appunto, il Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, alla faccia delle reali aspirazioni sottaciute per non finire nei gulag russi, ucraini, georgiani e dell’intera galassia federativa dai Carpazi fino al Pacifico.


Putin uomo di Stato e di potere, quindi, nonché icona, più o meno volontaria, per tutti quegli elettori che, a torto o a ragione, hanno perso il senso del politically correct. In questo momento, lo zar del terzo millennio gode (e sfrutta) l’inerzia dell’Europa, l’eccessiva introspezione americana e la sempre attuale polveriera mediorientale per dettare nuove strategie, cercare inedite alleanze ed assicurarsi, soprattutto in Siria, una “pax russa” che rischia di defenestrare definitivamente gli interessi del Vecchio continente e di chiudere le porte in faccia al gigante a stelle e strisce, con buona pace del fido Trump appena insediatosi alla Casa Bianca. Lo stesso Putin, stratega senza molti scrupoli, che non ha esitato ad annettersi la Crimea non curandosi del diritto internazionale, morto e sepolto di fronte ad un referendum ridicolo, e che ha contribuito a creare nel Donbass, ormai ex ucraino, una sorta di Transnistria controllata e gestita dai ribelli filo-Mosca. Per carità, Kiev se l’è cercata: ha promesso al suo popolo una rivoluzione contro la corruzione e per un Paese più sano, libero e democratico, ma oggi l’Ucraina sta peggio di prima e molti di quelli che si sono riempiti la bocca durante il Maidan dovrebbero recitare il mea culpa e chiedere scusa per le migliaia di morti incolpevoli ai confini orientali. Ma questa è un’altra storia.
Populismo, quindi. Acclarato che Putin è uomo di Stato al 100%, c’è qualche ragione per la quale potrebbe essere etichettato in questo modo?


Che l’accezione con la quale oggi definiamo chi esprima opinioni demagogiche e spesso velleitarie sia figlia del movimento politico e culturale nato in Russia fra fine ‘800 e inizio ‘900 conta relativamente poco. C’è sicuramente un aspetto sul quale il 64enne Vladimir Vladimirovic ha giocato d’astuzia per sobillare il sentimento popolare (e la famosa “pancia”, quindi): dopo anni in cui il suo Paese, fra la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la rinascita del nuovo millennio, era finito nei dimenticatoi della geopolitica internazionale, ridotto ad un mercato delle vacche in cui pochi tycoon hanno sfruttato l’anarchia del periodo eltsiniano per accaparrarsi aziende ed accrescere i profitti, mentre il resto della popolazione era in preda ad alcol e miseria, l’astuto agente segreto della vecchia Leningrado non solo ha ridato un po’ di slancio e competitività all’economia, ma ha riconsegnato lustro internazionale ad un popolo abituato a fungere da attore principale nel palcoscenico della storia. E poco importa che, per farlo, la Russia sia passata dall’iniziale ammiccamento nei confronti della Casa Bianca a quest’ultimo periodo, nel quale i rapporti sono ridotti al lumicino e gli Stati Uniti sono stati i principali artefici delle sanzioni verso Mosca. Il leader del Cremlino ha alternato grandi slanci verso l’Occidente, specie nei primi anni del suo mandato, e minacce neanche tanto velate verso Varsavia e i Paesi baltici, senza dimenticare la destabilizzazione ucraina per evitare che Kiev potesse entrare nell’alveo della Nato. Missione (quest’ultima) riuscitissima, peraltro.
Oggi Putin organizza la spartizione della Siria assieme al collega di populismo (si fa per dire…) Erdogan, che in dodici mesi è passato da nemico giurato nell’altra sponda del Mar Nero a partner strategicamente fondamentale per dividere il paese di Assad nelle fasce di influenza turca, iraniana e russo-siriana, con le basi di Latakia quali avamposto fondamentale di Mosca sul Mar Mediterraneo, obiettivo da sempre agognato (e mai del tutto raggiunto) fin dai tempi dell’impero zarista. E non fa nulla se la Russia rimane, al suo interno, un Paese sostanzialmente debole, un colosso dai piedi d’argilla dotato di infrastrutture obsolete e con un prodotto interno lordo inferiore a quello dell’Italia. Oltre 13 milioni di persone vivono ancora ben al di sotto della soglia di povertà, per quanto esista, per la prima volta nella sua storia, una classe media sempre più numerosa che può viaggiare, comprarsi l’auto nuova e andarsene al ristorante. Paradossi di un new deal che fino a sette-otto anni fa pareva destinato ad un radioso futuro, ma che poi si è interrotto per la crisi internazionale, il crollo del petrolio, le sanzioni americane ed europee e la cronica incapacità di rifondare lo Stato dal suo interno.
E come dimenticare, accantonando i temi economici, il problema della rappresentatività politica e di una Democrazia lontana parente di quell’idea nobile e, purtroppo, sempre più inquinata anche dalle nostre parti, ma che nel più grande Paese del mondo non è mai decollata? Secoli di zarismo e settant’anni di comunismo non hanno permesso di creare un senso civico in grado, evidentemente, di anelare a qualcosa in più che non al più anacronistico sistema del padre-padrone. Vladimir Putin non ha avversari e, a meno che non decida lui stesso di ritirarsi dalla scena politica (alcuni rumours lo descrivono stanco, anche se una sua rinuncia appare improbabile), sarà il vincitore anche nelle elezioni dell’anno prossimo e governerà la Russia fino al 2024. Quattro mandati, anche se non consecutivi, e senza competitor: roba da Sud America anni ’80 più che da civilissima Europa… Pur avendo conquistato il 27,2% alle ultime elezioni a Sindaco di Mosca, il pur autorevole Alexsej Navalny non rappresenterà uno sfidante in grado di scalfire il potere dello zar, mentre i vari Gennadij Zjuganov, Vladimir Zirinovskij o il nazionalista bolscevico Eduard Limonov, un tipetto che ha scritto poesie, ma che ha anche fatto il cecchino insieme all’amico Radovan Karadzic negli anni ’90 in Jugoslavia, appaiono comparse (per fortuna, tutto sommato) e non attori protagonisti in un film il cui copione è già bell’e scritto.
L’istituto di sondaggi Levada, considerato indipendente, attribuisce a Putin una percentuale di approvazione popolare dell’86%. Piace, evidentemente, l’uomo forte del Cremlino, ma non ci sono alternative credibili. Ed una leadership senza un’opposizione seria ed autorevole non è attendibile. Anche perché parliamo pur sempre di un territorio in cui gli uomini politici vengono uccisi (il liberale Boris Nemtsov) ed i giornalisti non possono certo svolgere comodamente il loro lavoro (Anna Politkovskaja – pace all’anima sua – docet). Più che populismo, al netto di una grande Olimpiade invernale (Sochi), di un Mondiale di calcio (2018) che si annuncia mastodontico e di un’economia balbettante, ma più solida di vent’anni fa, una volta si chiamava autoritarismo bello e buono. Come tanti altri in giro per il mondo e, in qualche caso, persino utile per la stabilità internazionale, vedi la lotta al terrorismo islamico, sia quello dell’Isis, sia in chiave interna (Daghestan e Cecenia), ma diamo al potere ed alle leadership che lo interpretano e lo gestiscono il nome che si meritano. Almeno questo.

Gabriele Lagonigro, direttore di City Sport e co-caporedattore di SocialNews

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