La lezione pop-ulista

Il populismo potrebbe essere meglio re-intitolato “pop-ulismo”, intendendo uno stile demagogico che seduce l’uomo comune tanto quanto irrita gli intellettuali con il suo modo spettacolare di comunicare

Adriana Amado

Cosa ha in comune Donald Trump con Hugo Chávez, Justin Trudeau, Silvio Berlusconi e Cristina Kirchner? Considerando l’aspetto ideologico, il dibattito degli esperti ruota intorno al fatto se sia più vicino alla destra rispetto agli altri o se sia conservatore mentre gli altri si caratterizzano come rivoluzionari. Quando uno specialista cerca di classificarli come populisti, di solito è costretto ad aggiungere qualche aggettivo per essere preciso, come, ad esempio, neo, post, soft, di sinistra o di destra, perché il vecchio concetto di populismo non raffigura correttamente la varietà dei regimi recenti.
Probabilmente, i leader citati non rientrano strettamente nella cornice del populismo, qualunque cosa ciò oggi significhi, ma tutti sono decisamente popolari. Al di là del punto di vista ideologico, questi politici condividono uno stile di comunicazione più adatto alla cultura pop contemporanea che alla politica populista classica. Pop è un linguaggio universale, facile da capire e da applicare a qualsiasi campagna. Come un incantesimo, la politica pop trasforma ogni interprete in una celebrità universale amata da milioni di followers nei social media e convertita in icona pop stampabile in milioni di magliette. I Presidenti pop non sono solo coloro i quali ottengono la maggioranza dei voti: sono anche quelli che raggiungono gli ascolti televisivi superiori o hanno i video più popolari su YouTube. La politica pop rappresenta un regime basato su personaggi celebri; è il pop “mainstream” dedicato al servizio segreto di “Sua Maestà”.


Gli intellettuali italiani sono stati i primi a parlare del fenomeno e l’Italia è stata pioniera nel mescolare pop e politica. Quando Gianpietro Mazzoleni ha coniato il concetto di politica pop o Umberto Eco ha intuito l’esistenza del regime mediatico, probabilmente non immaginavano quanto queste idee sarebbero diventate vere in seguito per descrivere i nuovi “modelli di punta in America Latina”. Incluso Francesco I, il “Papa pop latino”.
Il populismo potrebbe essere meglio re-intitolato “pop-ulismo”, intendendo uno stile demagogico che seduce l’uomo comune tanto quanto irrita gli intellettuali con il suo modo spettacolare di comunicare. I successi pop, più sono criticati dagli intellettuali, più popolari diventano. Come abbiamo visto recentemente in occasione del plebiscito colombiano per l’accordo di pace, la popolarità dei leader, come l’ex Presidente Álvaro Uribe, sembra crescere in maniera proporzionale alla critica della stampa. Appare quindi significativo come, alle recenti elezioni presidenziali americane, la proporzione
fra stampa favorevole o contraria ad Hillary Clinton fosse di 27 a 1! Alla fine, il deriso Donald Trump è risultato vincitore anche perché la stampa tende a criticare caratteristiche che la gente comune ama. I politici pop si ingegnano a trasformare il loro nome in un marchio globale. Per i leader pop, “programma di governo” non significa regole pubbliche, ma il particolare “media” attraverso il quale il pop President preferisce trasmettere l’ordine del giorno ufficiale. I monologhi in piedi erano lo stile preferito da Chávez per trasmettere le sue “cadenas nacionales”.
Il talk show è il modo utilizzato da Rafael Correa ogni sabato per “teletrasmettere” le sintesi di governo al pubblico mentre celebra i suoi incontri ministeriali. I reality hanno garantito a Cristina Kirchner momenti televisivi indimenticabili. Uribe, per diffondere i suoi focosi monologhi, usa interviste radiofoniche. Nicolás Maduro si giova di 40.000 tweet al giorno inviati da 17 account a lui riconducibili e tradotti in una dozzina di lingue. Oggi essere carismatici significa possedere il talento naturale di suscitare reazioni emotive nel pubblico. I leader pop sanno come tradurre il dibattito politico in un’avvincente
telenovela. Attraverso la narrazione epica, il pop Presidente agisce da super eroe che si batte contro i nemici pubblici, proteggendo i deboli dai pericoli globali.


Qualsiasi gruppo, considerato minaccia liquida alla solidità perduta, rappresenta la nemesi dei Presidenti latino-americani: immigrati, giornalisti, aristocratici, politici o chiunque osi contrastare il regime. Facendo appello ai sentimenti religiosi della gente più semplice, i pop Presidenti risvegliano i timori sulle tante incertezze del mondo contemporaneo. Poi si presentano come i prescelti, i salvatori dell’umanità. È questo il mito che cercano di costruire per entrare nella storia.
I pop Presidenti spendono un budget enorme per promuovere la propria immagine e farsi pubblicità. Tendono, inoltre, ad assurgere a principale fonte di notizie dei media scandalistici piuttosto che ricercare successi politici.
Il sistema della comunicazione si compone di media, giornalisti, spin-doctors e beneficiari diretti della politica pop. I pop Presidenti diventano, quindi, i principali sostenitori del settore della comunicazione politica pop. La lezione appresa dall’America Latina negli ultimi anni è che la politica pop non è eterna. Come accade con l’intrattenimento, la sua intensità è proporzionale alla sua caducità. Così come nessuno spettacolo può durare all’infinito, allo stesso modo la società non può acclamare un Presidente star all’infinito. La leadership sembra eterna finché, all’improvviso, svanisce. Svanisce nello stesso etere attraverso il quale i leader pop amano trasmettere il loro spettacolo di governo.

Adriana Amado, Docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Buenos Aires e autrice del libro “Politica pop”

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