Dai sogni di gloria all’incubo dei risultati. Ma chi guarda conti e progetti?

“Nella paura delle Olimpiadi, come dei grandi eventi sportivi, vedo questo: società che si sentono felici se solo possono restare ferme, eguali a sé stesse. Obiettivo non tremulo e perdente, ma, semplicemente, impossibile”

Davide Giacalone

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I Giochi Olimpici sono l’archetipo della leale competizione, capace di misurare il valore umano. Ci si sfida fra amici e non fra nemici, felici di partecipare e orgogliosi del risultato. Meglio se vittorioso. Non solo il doping,ma anche l’uso massacrante e deformante di certe preparazioni fisiche, che fuoriescono dallo spirito di sacrificio per sfociare nel sacrificio umano, hanno non poco ritoccato l’immagine di quei giochi. Che pure conservano un imbattibile fascino. Purtroppo, hanno anche (apparentemente) inabbattibili costi, aggiungendo alle varie discipline anche il salto nel vuoto dei conti.

Non condivido l’umore di chi pensa che tutto sia dovuto all’eccesso di business e alla brama di denaro, in assenza della quale sarebbe intatto lo spirito di un tempo. Se scorrete la letteratura, sia narrativa, sia scientifica, ritrovate questo concetto talmente tante volte e talmente indietro nel tempo da trarne l’impressione che lo spirito di un tempo forse è un mito, mentre la cupidigia forse una scusa.

In un mercato, compreso quello sportivo, non è la voglia di arricchirsi a corrompere i costumi, ma la speranza di farlo in modo irregolare. Il business sportivo sarà tanto più ricco quanto più chi lo segue può nutrire una ragionevole fiducia nel fatto di stare assistendo ad una gara e ad uno spettacolo corretti. Diverso il discorso sui costi organizzativi, che in qualche caso hanno fatto colare a picco i comitati organizzativi, in altri direttamente i Paesi ospitanti. Qui ho l’impressione che pesi molto la progressiva disabitudine alle grandi opere, la concentrazione delle pretese su un solo evento, con distorsioni poi non raddrizzabili. È evidente che il Paese ospitante deve preparare gli stadi, gli impianti e il villaggio in cui accogliere le delegazioni nazionali. Ma non si tratta poi di opere così epocali. In questo campo, quel che crea maggiore danno non è quel che si fa per intero, ma quel che si fa a metà (Roma e il nuoto sono monumento visitabile, da questo punto di vista).

C’è, però, dell’altro: si cerca di allocare i giochi presso metropoli che, da una parte sperano di trarne un utile per l’indotto, dall’altra devono subire tali rifacimenti da far lievitare i costi, solo parzialmente olimpici. A Rio de Janeiro, proprio a due passi dalla Borsa, mi fecero vedere un cavalcavia (brutto, ma arteria fondamentale della città) che si sarebbe dovuto abbattere per lasciare che lo sguardo arrivasse al mare. “Ma i giochi sono fra pochi mesi” obiettai. Risero, con carioca spensieratezza. I tassisti, intanto, erano in grado di spiegare la catastrofe che s’approssimava. È solo una coincidenza, ma il fatto che la Presidente di quel Paese sia caduta pochi giorni dopo la fine dei giochi (e per altre ragioni) ha reso l’idea.

Dai sogni di gloria all’incubo dei risultati. In ragione di ciò, anche da noi, in Italia, come in tanti altri Paesi democratici (negli altri non si può parlare, quindi il problema è risolto), sono cresciuti i credenti e i miscredenti dei giochi. Si dice “sì, evviva”, o “mai, per carità”, come avrebbe osservato De Curtis: a prescindere. Si dovrebbero, invece, guardare i progetti e i conti. A ben vedere, chi governa una metropoli potrebbe ben approfittarne per realizzare opere che rispondano non solo al bisogno momentaneo, ma anche all’idea futura di quella città. Ma qui casca l’asino: chi ha più idee future, sulle nostre città? Se va bene, trovi amministratori fedeli al mandato e non infedeli al codice penale. Ma governare non è mica la stessa cosa che amministrare un condominio! Solo che, se le idee non le hai, se un progetto futuro non esiste, puoi star sicuro che le grandi opere diventeranno grandi problemi. Così come, del resto, se non sai dove andare, camminando a vanvera, non ti avvicini mai e ti allontani sempre. Tanto vale stare fermi, seduti. Nella paura delle Olimpiadi, come dei grandi eventi sportivi, vedo proprio questo: società che si sentono felici se solo possono restare ferme, eguali a sé stesse. Obiettivo non tremulo e perdente, ma, semplicemente, impossibile.

Davide Giacalone,

editorialista di RTL 102.5 e Libero

Davide Giacalone

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