Bruno Pizzul: “Troppi esempi negativi, anche i media facciano la loro parte”

Il noto giornalista sportivo interviene sui problemi attuali del calcio (e non solo). “Cosa è cambiato negli ultimi 30 anni? Lo spirito, innanzitutto”

Mauro Santoni

Bruno Pizzul, classe 1938, è nato a Udine, si è laureato in Giurisprudenza e, dopo aver insegnato materie letterarie nelle scuole superiori, è stato assunto in RAI nel 1969. Giornalista ed ex calciatore, è stato lo storico telecronista degli incontri della Nazionale italiana di calcio dal 1986, in occasione dei mondiali in Messico, al 21 agosto 2002 (Italia-Slovenia 0-1, giocatasi al Nereo Rocco di Trieste). Ha condotto Domenica Sprint dal 1976 al 1990. Nel 2014 ha collaborato con Rai News 24 e con RMC mentre, nel 2015, è tornato in Rai tra gli opinionisti de La Domenica Sportiva. Non ha mai nascosto di tifare per l’Udinese.

bruno pizzul

Il calcio, la Nazionale Azzurra ed il suo telecronista. Questa equazione porta ad un solo risultato: Bruno Pizzul. Dal 1970, la sua voce ha raccontato migliaia di eventi sportivi per la RAI e, dal 1986 al 2002, è stata scelta per le partite della nostra Nazionale.

Alla soglia degli ottant’anni, Bruno Pizzul risponde al cellulare, mentre sta tornando a casa in bici con la spesa: razza friulana!

Nella sua vita professionale ha seguito decine di grandi manifestazioni sportive internazionali, dalle Olimpiadi ai Campionati del Mondo di calcio. Cos’è cambiato negli ultimi trent’anni?

“Lo spirito, innanzitutto! Possiamo individuare la svolta in Monaco ’72, l’attacco terroristico ai danni degli atleti israeliani. Da lì in poi c’è stato un peggioramento del clima all’interno dei villaggi olimpici o nei ritiri delle nazionali. Siamo arrivati a trasformarli in zone militari e campi di battaglia. In Argentina ’78 c’erano addirittura i blindati con le mitragliatrici a difendere gli stadi. E’ difficile cercare di riportare il clima di aggregazione e gioia che dovrebbe contraddistinguere questi eventi mondiali. Purtroppo, le ultime edizioni delle Olimpiadi sono state segnate da boicottaggi o dalla paura del terrorismo. Si è perso il rapporto atleta/tifoso. Quello che ho visto e vissuto nel 1960, a Roma, è un lontano ricordo e, forse, un’utopia per le prossime generazioni. Ricordiamoci che lo sport deve basarsi, prima di tutto, sullo spirito ludico e di aggregazione. Non dimentichiamocelo. Facciamo, anzi, di tutto per recuperarlo”.

Qual è il suo giudizio, riflettendo sul ruolo dei giornalisti e dei media in questo scenario?
“La responsabilità della categoria dei giornalisti, soprattutto di quelli sportivi, è enorme. Dovremmo focalizzare maggiormente i messaggi sui valori e sugli aspetti sportivi e meno sulla competizione e sulla sfida. Non si parla più di solidarietà, ma lo sport è solidarietà! Purtroppo, privilegiando il business ed i piani finanziari dei progetti giornalistici, si esaltano e si gonfiano mediaticamente i “bad boys”. Gli esempi negativi vendono più di quelli normali o, addirittura, di quelli bravi. Quasi tutti gli atleti e quasi tutti i campioni sono esempi di serietà, impegno e sacrificio. Il male, però, fa notizia. Così, in copertina vengono sparati quei pochi casi non in linea con i principi sportivi. Ma questo fa parte del nostro dna, della nostra storia, non è colpa solo dei giornalisti. Farò un esempio un po’ blasfemo, ma, della Divina Commedia, ricordiamo spesso i personaggi dell’Inferno e le loro condanne; poche volte o, azzardo, quasi mai le anime presenti in Paradiso”.

Arriviamo al calcio. Qual è il suo stato attuale di salute?
“Una domanda alla quale mi fa male rispondere. È sotto gli occhi di tutti e, attenzione, non parlo solo di quello italiano, ma dell’intero globo. Va completamente reinventato. Trovo difficoltà a rimetterlo nell’alveo dello sport, quello con la esse maiuscola. Pensiamo al piacere di stare assieme, di condividere emozioni e, soprattutto, di dover rispettare le regole. Ritroviamo questi aspetti elementari nel calcio attuale? Io trovo difficoltà a scorgerli. L’importante è l’aspetto finanziario, tutto deve essere in funzione del bilancio. Il risultato sportivo è solo un mezzo per raggiungere un fine. Penso che dovrebbe essere esattamente il contrario. Se, poi, analizziamo quello che sta succedendo nella società e le difficoltà economiche delle famiglie, le cifre assurde che ruotano intorno ai trasferimenti dei calciatori non fanno certo bene nel loro complesso. Questa contaminazione sta rovinando anche le radici del calcio, i settori giovanili, dove aggregazione ed educazione civica dovrebbero viaggiare a pari passo con l’insegnamento tecnico”.

Quali soluzioni migliorativi potrebbero essere apportate al sistema sport italiano?
“Magari avessi la soluzione magica. Dobbiamo impegnarci tutti, in primis in famiglia, poi a scuola. Lo sport non possiede una sua identità, una sua autonomia. È figlio della società e fatto da tutti noi. Potremmo pensare ad un’Agenzia Educativa nella quale la finalità non sono “muscoli & tecnica”, ma la crescita sociale fatta di educazione e di rispetto delle regole. Sarò ripetitivo, ma, quest’ultimo aspetto, lo si impara da piccoli. Così, non diventa un sacrificio, ma una gioia ottenere dei risultati senza falsità e scorrettezze. È esattamente il contrario di quello che sta avvenendo: vi è quasi adorazione per coloro i quali infrangono le leggi e poca considerazione per chi, invece, le segue. In questo scenario, dobbiamo riportare al centro il volontariato e l’impegno di coloro i quali lavorano per costruire una società migliore. Lo sport o, meglio, il gioco, per i più giovani potrebbe rappresentare la nuova chiave di lettura per un futuro virtuoso: a scuola il professore, di solito, impone lo studio, così, se giochi, o ti alleni, è più semplice accettare le regole”.

Mauro Santoni, giornalista, collaboratore di City Sport

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