Le contraddizioni dell’accoglienza spiegate da Gianfranco Schiavone

L’attuale tendenza di ridurre drasticamente il diritto all’asilo politico, accompagnata dal ferreo divieto d’ingresso agli “immigranti economici”, non indica affatto una nuova strategia nei riguardi del fenomeno dei profughi, ma solo l’assenza di una strategia e il desiderio di evitare una situazione in cui tale assenza possa causare imbarazzo politico.

Zygmunt Bauman, La società sotto assedio

Nella prima parte dell’intervista a Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) – Ufficio Rifugiati di Trieste e Vicepresidente dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), il discorso si è focalizzato su un caso locale, il modello di “accoglienza diffusa” di Trieste.

Quindi, gli ho chiesto di sintetizzarmi le contraddizioni del sistema italiano di protezione internazionale, allargando progressivamente lo spettro del discorso.

In Italia non abbiamo una programmazione che inserisca l’accoglienza quale parte integrannte dell’ ordinaria gestione dei servizi socio-sanitari territoriali. Si percepisce l’assenza di una strategia poiché un vero sistema nazionale pubblico di accoglienza non c’è, e al suo posto ci sono tanti sistemi paralleli e delle strategie di lungo periodo si sono sviluppate solo in casi particolari (come il caso di Trieste). In particolare in Italia non c’è un investimento adeguato sull’integrazione sociale dei titolari di protezione.”

Ingenuamente, si reputa che una volta terminata l’accoglienza, nel senso di avere ottemperato l’obbligo derivante delle direttive europee (in particolare la Direttiva 2013733/UE) e avere portato a termine la procedura per il riconoscimento giuridico della protezione, il compito dello Stato sia assolto. Un atteggiamento che evidenzia una totale cecità.

Gianfranco Schiavone Asgi

Gianfranco Schiavone in uno scatto di Albachiara Gangale

Non si può equiparare chi è nato in Italia (o almeno nella UE) e gode di un welfare legittimato fin dalla nascita, con chi deve ricostruire la sua vita ex novo. “Un rifugiato non ha più nulla, non ha una casa, non ha un lavoro, non ha beni, spesso non ha reti famigliari ma solo amicali; le competenze di lavoro e di studio che aveva maturato nel paese di origine non gli vengono quasi mai riconosciute a causa di un sistema, il nostro, particolarmente chiuso. Sono persone che si trovano quasi a nascere una seconda volta. E quindi hanno bisogno di un sistema di interventi socio-economici e formativi che li permetta realmente di giungere a un’autonomia; solo una volta raggiunto questo obiettivo potranno essere considerati alla pari degli altri cittadini”.

In Italia non c’è niente di simile. A questo punto viene da chiedersi: le persone che arrivano da dove devono partire per integrarsi?

In tutto ciò si inserisce un’ ulteriore distinzione: nello SPRAR è garantita almeno un’accoglienza di sei mesi, prorogabili, successiva al riconoscimento giuridico della protezione nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), l’assistenza termina quasi sempre nel momento stesso in cui le persone ricevono lo status di protezione, o poco dopo.

Ci sono quindi persone che si sono ritrovate in strada da un giorno all’altro senza avere avuto la possibilità e il tempo necessario per acquisire strumenti utili per avviare una propria integrazione sociale nel nostro Paese. Questa è un’emergenza sociale in Italia, di cui “nessuno parla ma che c’è, eccome, anche in Friuli Venezia Giulia”.

Questa situazione è conseguenza di una normativa certamente alquanto confusa, ma che, ad eccezione di alcune realtà, tra cui Trieste, Torino e poche altre,viene aggravata da applicazioni iper-restrittive o persino errate della stessa legislazione vigente da parte delle Prefetture.

In pratica noi, consapevolmente, condanniamo i rifugiati alla marginalità sociale; essi andranno a vivere in situazioni precarie, quando va bene affollando dormitori e mense,o peggio cadranno nel circuito del lavoro nero, del grave sfruttamento, della riduzione in schiavitù (fenomeni in aumento in Italia) e della criminalità. 

L’Italia è un paese che produce incessantemente nuove persone senza fissa dimora. Non possiamo stupirci della continua nascita delle baraccopoli dei rifugiati nel Sud Italia, nelle aree metropolitane e non solo. Le abbiamo prodotte noi.”

A quel punto, non contento di avere avuto un’analisi così lucida sulle contraddizioni presenti in Italia, sull’onda della lettura di un articolo di Annalisa Camilli riguardante un rapporto dell’Asgi sul rimpatrio illegale da parte della polizia svizzera di minori non accompagnati, gli ho chiesto di allargare ulteriormente la sua analisi. Ecco quindi le contraddizioni europee.

Il sistema d’asilo in Europa come lo abbiamo concepito non tiene più. Nonostante il fatto che ci sia stata un’armonizzazione delle procedure nazionali per il riconoscimento giuridico della protezione e che l’asilo sia diventata una materia pienamente oggetto del diritto dell’Unione, ritengo che, nonostante l’armonizzazione continui ad essere un obiettivo primario dell’Unione, essa si sia di fatto fermata. Rimangono infatti profonde differenze nei sistemi di accoglienza e nei criteri di esame delle domande di protezione, tra i diversi paesi UE e ciò rallenta fortemente il conseguimento del sistema unico di asilo europeo. Prima ancora di ciò, tuttavia, il sistema comune di asilo delineato dal Trattato sul funzionamento dell’Unione (noto come Trattato di Lisbona) non potrà mai realmente nascere senza cambiamenti profondi relativamente ai seguenti nodi di fondo: il Regolamento Dublino e il cosiddetto “mutuo riconoscimento” delle decisioni”.

Ad oggi vige ancora il cd. Regolamento Dublino III, che fissa i criteri per stabilire, sulla base di parametri ritenuti oggettivi, quale sia il Paese dell’Unione che deve esaminare la domanda di asilo di un richiedente. Non c’è qui il tempo di esaminare tutti gli aspetti di questo Regolamento che tutti gli esperti e la stessa Commissione UE ritengono avere completamente fallito i suoi obiettivi. Mi limito qui ad evidenziare come l’attuale citerio contenuto nel regolamento in base al quale la competenza all’esame della domanda ricade sul primo Stato nel quale il richiedente arriva in modo “irregolare” (si noti bene: questa situazione vale anche a seguito di soccorso in mare) rappresenta un criterio assolutamente anacronistico e impedisce l’evoluzione stessa di un sistema unico di asilo nella UE. E’ quanto mai urgente adottare un nuovo paradigma in base al quale il richiedente asilo non entra in un Paese dell’Unione che necessariamente è quello che sarà competente per esaminare la sua domanda, ma entra nell’Unione considerata nel suo complesso; in questo nuovo approccio la competenza sarà definita in base alla definizione di quote nazionali di suddivisione del carico delle presenze, unitamente a una maggiore considerazione (oggi inesistente in Dublino III) dei legami famigliari ed amicali che il richiedente ha nella UE, del suo progetto migratorio e delle sue competenze.

Il secondo nodo riguarda come si diceva il mutuo riconoscimento, tra uno stato e l’altro dell’Unione, della protezione riconosciuta; già oggi esiste un diritto alla libera circolazione dei rifugiati in Europa, ma, salvo che il rifugiato non consegua il permesso di soggiorno per lungo soggiornanti, a seguito di una ottima integrazione socio-economica in uno degli Stati membri, non ha il diritto a cercare occasioni di lavoro e di studio in un paese diverso da quello nel quale ha ottenuto la protezione. In tal modo il rifugiato viene di fatto legato per sempre al paese nel quale è arrivato la prima volta anche quando è chiaro a tutti che l’inserimento non potrà avvenire in detto Paese per ragioni economiche, demografiche e, se non cambia questo sistema di ripartizione e di mutuo riconoscimento della protezione, non si può parlare di un sistema di asilo comune. “L’effetto dei gravi errori attuali è la divisione e lo scaricabarile tra stati che si è creato. L’asilo è diventato una guerra interna tra stati.

Ad un lettore attento a questo punto viene da chiedersi: ma come fanno ad andare via dall’Italia molti rifugiati che arrivano solo per poter poi emigrare in Germania, se ciò non è possibile secondo le norme europee?

La risposta è che ciò avviene comunque anche se contrasta con le normative. Senza comprendere queste logiche generali, è impossibile capire situazioni come quelle descritte nell’articolo di Annalisa Camilli.

Per concludere, risparmiare sull’integrazione equivale ad ipotecare il nostro futuro. E ancora una volta un’Europa più unita potrebbe essere una possibile soluzione, anche se sembra sepolta tra populismo e nazionalismi. Insomma, parafrasando Paul Valéry, il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

 

Arturo Cannarozzo

 

Link

  1. http://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2016/09/01/svizzera-respingimenti-como-migranti
  2. http://www.socialnews.it/le-nostre-firme/diritto-asilo-come-funziona-europa/
  3. http://www.socialnews.it/le-nostre-firme/diritto-dasilo-quali-prospettive-legali/

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