Il lungo viaggio delle donne migranti

Succedeva di tutto nella vita

Succedeva di tutto nella vita

Mancavano i soldi per il pane

Non c’erano i vestiti per il bambino,

Era dura, dura la vita.

Ma una donna, una madre ed una moglie era nella casa come la cima sacra della montagna:

Girare i mondi, fare da bracciante e servire. Andavano gli uomini nel momento difficile. Qualcuno moriva, qualcuno rimaneva

Per sempre nel Paese straniero

Però, la madre, la donna, la moglie

L’uomo salvava dal Paese straniero

(Halynia Makoviychuk, “Piccole Ballate”, Editrice La Rosa, Brescia, 2003)

Ce la fece Nadir. Sentì le braccia gelate di sua madre e il suo respiro affannoso. Ma in quello stesso momento seppe che non ce l’avrebbe fatta. Era troppo piccolo, troppo debole, troppo impaurito, per riuscirci. Non ce l’avrebbe fatta a tenere sua madre a galla. E infatti passarono solo pochi attimi. Le gambe di Nadir si erano fatte pesanti. Il freddo dell’acqua ormai le teneva quasi immobili. Sua madre non gridava più. Si lasciava risucchiare dal buio.”

Giulia Parri, “Shalmàt”

donne migranti

In Europa, l’immigrazione femminile costituisce circa il 54% del fenomeno complessivo. Quest’anno, in Grecia, dei 36.000 rifugiati finora arrivati, il 20% era composto da donne.

di Marta Regattin

PERCHE’ PARTONO?

La composizione di genere dei flussi migratori dipende da molti fattori: il grado di istruzione femminile (che permette una migliore capacità di scelta, di valutazione del pericolo, di organizzazione del viaggio), la situazione economica (quanto si è in grado di pagare per il viaggio), il tipo di pericolo da cui si fugge (una guerra o una dittatura crudele farà spostare famiglie intere, una crisi economica farà partire soprattutto singole persone in cerca di fortuna/lavoro per poi aiutare economicamente le proprie famiglie rimaste nel Paese d’origine, il servizio militare obbligatorio farà fuggire gli uomini, ecc.).

Oggi la migrazione femminile copre una fascia di categorie sempre più ampia: immigrazione economica, immigrazione in seguito a catastrofi, ricongiungimento familiare, immigrazione per motivi politici, immigrazione come conseguenza di conflitti armati. Le donne, inoltre, partono poiché nei Paesi di origine, proprio in quanto donne, sono vittime di abusi specifici: matrimoni forzati, schiavismo sessuale, mutilazioni genitali, impossibilità di accesso all’istruzione e altre disuguaglianze dovute al genere. La violenza di genere è, tra l’altro, alimentata dalla guerra: lo stupro è usato come arma ed è radicato dove manca istruzione, consapevolezza dei propri diritti, libertà.

Chi sceglie di emigrare, uomo o donna che sia, intraprenderà un viaggio lungo, costoso, faticoso e, soprattutto, molto doloroso: rischierà continuamente la vita passando le frontiere e viaggiando in mare.

La migrazione femminile costituisce la categoria più vulnerabile, essendo soggetta ad una doppia discriminazione: di origine etnica e di genere.

In Europa esiste una normativa sull’immigrazione, da poco la Convenzione di Ginevra sul rifugiato considera la donna come appartenente ad un ‘gruppo sociale perseguitato’, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) impone agli Stati che l’hanno ratificata di garantire la parità di diritti fra donne e uomini nell’esercizio dei diritti umani, e anche la maggior parte delle Costituzioni contiene principi e norme che vietano ogni tipo di discriminazione.

Nonostante tutto questo, per le donne immigrate le due dimensioni di differenza e discriminazione, donna e straniera, si sommano. Non sempre, però, ciò si traduce in una somma di diritti e tutele. Anzi, in alcuni casi origina situazioni conflittuali che richiedono scelte e aumentano notevolmente le difficoltà e il disagio.

IL VIAGGIO

Molte partono dall’Africa Sub-sahariana: Gambia, Somalia, Nigeria, Camerun, Repubblica Democratica del Congo. Molte si fermano nei campi profughi lungo il confine, in Libia, Libano, Etiopia. Altre fuggono dal proprio villaggio, ma non riescono ad uscire dal Paese. Il primo grande viaggio che devono affrontare è l’attraversamento del Sahara verso il Niger per raggiungere la Libia: i trafficanti (a volte anche donne) chiedono ingenti somme di denaro e costringono le donne a giurare fedeltà minacciando di uccidere i loro figli o la loro famiglia. Durante il viaggio non potranno più cambiare idea. Durante il lungo attraversamento, e poi nel tragitto verso Tripoli, alcune donne vengono lasciate nei bordelli lungo la strada, in cambio di denaro, senza possibilità di ribellarsi. Altre vengono costrette a prestazioni sessuali dai trafficanti, sempre sotto minacce. Arrivate in Libia devono attendere anche mesi a Tripoli per riuscire ad imbarcarsi verso l’Europa. Qui subiscono ulteriori violenze nei magazzini all’interno dei quali sono rinchiuse. Da qui partono due tipi di barconi: quelli destinati a raggiungere le coste europee e quelli destinati ad essere affondati poco dopo la partenza dagli stessi scafisti (una volta incassato il denaro). Se sono fortunate e trovano un barcone di quelli non destinati ad essere affondati inizia la loro odissea nel Mediterraneo, fatta di fame, freddo, malattie, febbre e ulteriori abusi per non essere gettate in mare.

Le donne siriane partono da sole più raramente: la guerra costringe le famiglie intere a migrare. Dal 2011 la guerra ha costretto milioni di persone a fuggire dal Paese e a cercare sicurezza in Turchia, Libano, Giordania, Egitto ed Europa. Sono partite e stanno partendo anche molte donne: all’emergere del conflitto le donne vengono lasciate sole e, in società tradizionalmente dominate da uomini, le donne sole sono in pericolo: con la guerra aumenta in generale la violenza, anche quella domestica. Cominciare il viaggio non è facile: la polizia, i militari, le stesse autorità potrebbero permettere alle donne di fuggire solo in cambio di favori sessuali. Il rischio di subire violenza si protrae, poi, per tutto il viaggio: le donne che viaggiano sole sono maggiormente in pericolo e spesso non sono consapevoli dei loro diritti e dei servizi messi loro a disposizione. Non sanno dove si trovano, viaggiano alla mercé dei trafficanti di persone, di criminali. Quando raggiungono un campo per rifugiati continuano a non essere al sicuro: questi posti sono sovraffollati, manca sicurezza e privacy (i bagni e i dormitori sono comuni) e non esistono strutture a supporto delle donne che hanno subito violenza sessuale e di genere. Tutti questi fattori creano le condizioni per il verificarsi di atti di violenza fisica e psicologica. Nel 2013, la Ong Euro Mediterranean Human Rights Network stimava che, da quando la crisi era iniziata, più di 6.000 donne siriane erano state vittime di molestie sessuali e stupro. Ma una stima è difficile: moltissime non denunciano i fatti alle autorità e, ad oggi, i valori si sono senz’altro moltiplicati.

L’ARRIVO

L’OCSE ha raccolto dei dati sulla situazione precaria delle migranti al loro arrivo in Europa. Le donne sono, innanzitutto, maggiormente esposte alla violenza psichica e fisica e rischiano di finire nel giro di trafficanti di essere umani perché dipendenti economicamente e giuridicamente e prive di uno status legale. Per loro è, inoltre, molto difficile avere accesso al lavoro, soprattutto a causa delle discriminazioni. I tassi di disoccupazione sono altissimi. Una minoranza trova impiego in posti temporanei o scarsamente retribuiti, senza protezione sociale ed economica, o in settori dell’economia sommersa e del lavoro clandestino.

In base alla direttiva 2003/86/CE (immigrazione per ricongiunzione), inoltre, l’identità delle donne viene assimilata a quella dei coniugi. Esse sono, pertanto, prive di documenti personali e di stato giuridico e il loro stato residenziale non è sicuro in caso di vedovanza, divorzio, ecc.

La scarsa partecipazione all’istruzione di base di molte di loro, in particolare a quella superiore nel Paese d’origine, e le limitate competenze linguistiche rappresentano la causa di una limitata partecipazione alla vita sociale, politica, sindacale e culturale della Nazione d’accoglienza. In ultima istanza, ciò crea povertà ed esclusione sociale. Anche se istruite, molte volte diplomi e lauree non vengono riconosciuti ed esse sono costrette ad accettare posti di lavoro che richiedono una bassa qualificazione.

UNA PROTEZIONE MAGGIORE

Gli Stati ospitanti dovrebbero garantire alle donne migranti una maggiore protezione assicurando standard minimi di sicurezza, locazioni mediche protette, esperti in grado di aiutare le vittime di abusi e violenze. È necessario stabilire dei meccanismi confidenziali e sicuri per tracciare e riportare gli episodi di abuso avvenuti durante il viaggio ed informare le donne degli strumenti posti a loro disposizione. Bisognerebbe, inoltre, lasciare maggior spazio alle organizzazioni civili per aiutare i migranti nelle aree di transito, tutelare i diritti delle donne nei campi profughi (dove subiscono molte violenze) attraverso un continuo monitoraggio per evitare gli abusi di potere all’interno, creare programmi specifici per le ragazze adolescenti ed offrire sistemi di ricongiungimento familiare per coloro che hanno viaggiato sole.

È necessario mettere in atto questi strumenti di aiuto e tutela perché le donne (e i bambini) sono la categoria di migranti più a rischio e che con più difficoltà riesce a portare a termine il lungo viaggio.

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Marta Regattin

Nata a Udine il 14/03/1995 e residente a Padova, dopo la maturità scientificasi è iscritta al corso “Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani” all’Università degli Studi di Padova che sta attualmente frequentando. Collabora con SocialNews da marzo 2015, contribuendo alla realizzazione della rivista cartacea. 

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