Fanatismo, estremismo e terrorismo islamista: malattie infantili del global-capitalismo?

Chi è un terrorista? Perché è affascinato dalla propaganda del terrore? Quali sono le ragioni sociologiche che potrebbero aiutarci a comprendere il fenomeno? L’analisi del professor Igor Jelen, Università di Trieste.

terrorismo bruxelles

Non esiste una teoria precisa del terrorista, né del terrorismo: un fenomeno – inteso come fenomeno umano, piuttosto che strettamente politico – che è oggetto di svariate analisi che, a seconda dei casi pongono l’attenzione sull’aspetto soggettivo o oggettivo, sul contesto o sulla situazione contingente, su una certa derivazione sociale o su una certa funzione strategica. In genere si distingue tra cause di tipo ideologico, e indotte da qualche disegno più vasto, e cause spontanee, in altri termini tra un aspetto strumentale ed uno psico-espressivo che, come in genere per i fenomeni umani, caratterizzerebbero le azioni del terrorista.

In realtà tutti questi studi non sono serviti a molto, tanto che sembra oggi di essere tornati a una situazione di partenza: il terrorismo mantiene un carattere inconoscibile, e sinistramente misterioso, che di per sé spaventa e inquieta, che ripropone una serie di argomenti sulla stessa natura umana – ovvero il perché si possa arrivare al punto di voler deliberatamente provocare del male, ovvero il male maggiore possibile al maggior numero di persone – “umso schlechter desto besser”, come recitava lo slogan della banda Baader Meinhof negli anni ’70; fino al punto di diffondere terrore, panico e disperazione, e fino al punto di colpire indiscriminatamente degli innocenti (vittime e carnefici, bambini e anziani, poveri e ricchi).

Un interrogativo che non ha mai avuto – se mai può avere – una risposta precisa, e questo proprio perché il comportamento del terrorista – le sue motivazioni profonde o immanenti, le modalità di azione, le finalità consapevoli o meno, o anche le sue fobie – si intrecciano su sfondi diversi, ovvero derivano da situazioni diverse (sociali, psicologiche, familiari, politiche ecc.), per esplodere in modo inaspettato, in circostanze particolari. L’essenza stessa del terrorismo risiede nella capacità di sorprendere e di colpire in modo del tutto inatteso una società, delle persone, una certa pubblica opinione – sedimentata in qualche rassicurante auto rappresentazione -, e anche apparati molto ben preparati, fatto che crea terrore per definizione: l’atto terroristico “efficace” (l’attentato, l’assalto, il massacro, la strage) coincide con un evento di sorpresa e deve essere percepito in questo modo dalla moltitudine.

Così, allo stesso modo, non esiste una compiuta teoria in genere sull’azione socialmente e politicamente deviante: “qualcuno muore di fame senza ribellarsi e senza dire una parola, altri si ribellano, protestano o uccidono per niente, o per qualcosa che può sembrare ‘niente’”; resta il grande dilemma: “Why men rebel”? (Neveu E., 2000:63). Istituzioni, polizie, apparati di sicurezza, strateghi ed esperti di sempre cercano di elaborare profili e identikit dell’attentatore suicida, del criminale seriale, del tifoso fanatico e di chi in genere è capace solo di odiare. E per comprendere in quali circostanze un certo atteggiamento – fino a un certo momento innocuo – si manifesti a scala così distruttiva, per prevenire e mitigarne le conseguenze, ovvero come anticipare anche solo di un attimo l’evento terroristico: il fenomeno tende a riprodursi in modi diversi, quanto incomprensibili per modalità e motivazioni, appunto, per il “senso comune” che caratterizza una società. 

Un fenomeno che si manifesta in ogni epoca e in ogni situazione, ma che emerge in tutto il suo carattere distruttivo durante la tarda modernità: un’epoca che vede l’affermazione di modi di vivere, di tecnologie, di ideologie, e di un intero nuovo ordine sociale – che si stabilizza in un carattere “medio”, di conservazione, per principio avverso ad ogni forma di estremismo e di fanatismo – che sembra esserne diventato il target privilegiato.

il terrorismo a bruxellesUn mondo nel quale l’obiettivo del terrorista diventa proprio chi aspira – in una visione ingenua – a un’esistenza tranquilla, chi riesce a conquistarsi una condizione di vita stabile e senza preoccupazioni (un lavoro dignitoso, un ruolo riconosciuto, una casa, un welfare state, un futuro per i figli). Questo fino al punto di essere percepito con insofferenza dagli outsider, ai quali un qualsiasi esponente di una qualsiasi “middle class” non può che apparire come un indifferente, un egoista e un superficiale, un arrogante insensibile alle proprie sofferenze e alle proprie inadeguatezze.

Un fenomeno quindi che si esprime in varie forme, quasi configurandosi per reazione alle immagini ideali che lo stesso ceto medio esprime di volta in volta, e che assume caratteristiche peculiari in epoca attuale, in un contesto di società senza confini, o anche “senza stati” e “senza territorio”, di tipo “liquido” o “polverizzato” (come direbbero Bauman e Appadurai). Una realtà caratterizzata da una “middle class” che tende a proiettarsi e proiettare le proprie rappresentazioni in tutto l’ecumene, che dai paesi dell’Occidente si diffonde verso i paesi che progressivamente vengono inclusi in un mercato aperto, in una politica neoliberista, in una società muli-culturale e in un circuito planetario – con tutta l’insopportabile retorica che tutto ciò rappresenta.

Non sorprende quindi che oggi il target del terrorista sia proprio quella sorta di ceto medio globale che si afferma in modo trasversale alle nazioni e ai continenti, alle vie di traffico e alle multinazionali, agli apparati statali e alle rotte di migrazione, e simbolizzato dal paradosso di milioni di turisti del nord del pianeta che incrociano i lori itinerari con i milioni di migranti “di necessità” sulle spiagge del Mediterraneo.

E non sorprende che il terrorismo di oggi scelga tra i suoi target le immagini della quotidianità (che una volta si sarebbe detta “borghese”) cioè metropolitane, trasporti e luoghi pubblici, stadi, redazioni di giornali, teatri e ristoranti di Parigi, la città più visitata e per definizione più aperta al mondo, e di Bruxelles (sede di una nuova elite “europea” percepita come arrogante e inarrivabile, ma anche protagonista della “più grande idea geopolitica” Zarcone A., a cura di), nonché di altre capitali della nuova civiltà cosmopolita. Tutti simboli di una complessiva situazione di “over-complacency”, di “amenity”, di “happiness”, e di altri slogan che testimoniano di ciò che all’apparenza sembra essere solo la giuliva esibizione di un nuovo ceto globale, in un quadro di banalità amplificate dalla comunicazione, dalla pubblicità, dalle televisioni e dagli stereotipi che fluiscono sulle ICT – immagini alle quali, soprattutto chi resta escluso da tutto ciò, è estremamente sensibile.

Una condizione in realtà difficile da riconoscere da parte della stessa “middle class” post moderna, afflitta da angosce invisibili, e che proprio oggi, al contrario, ritiene di essere al centro di una crisi e di una stagnazione secolare – che in realtà deriva dagli eccessi del suo stesso modo di vivere, dal consumismo, dalla bolla finanziaria, dalla speculazione immobiliare, dall’alienazione culturale e dall’atomizzazione sociale, dall’urbanizzazione indiscriminata e dalla distruzione di risorse naturali, dalla stessa diffusione di una politica deliberatamente ispirata all’indifferenza. O anche, da un altro punto di vista, da governi che si autodefiniscono democratici, che in realtà perseguono politiche compiacenti e consociativistiche rispetto ad un ceto medio ormai ipertrofico, e involuto in una nuova “aristocrazia” arroccata ai propri privilegi, e caratterizzata da un modo di vivere insostenibile, del superfluo e del “troppo”, con interi strati sociali ormai degenerati in posizioni di rendita.

In queste circostanze è possibile abbozzare ulteriori definizioni per fenomeni di terrorismo, estremismo e fanatismo che sembrano caratterizzano l’epoca attuale (ovvero il superamento della modernità e la formazione di un ordine globale), e che si manifestano (ma forse è solo una coincidenza) nelle semiperiferie del mondo evoluto: l’ambiente in cui si afferma una società transnazionale che può trarre i benefici dall’economia aperta (diversificata e pluralista), ovvero dalla stabilità e dalla possibilità di programmare con ragionevole serenità il proprio futuro, e di poter risolvere (anche se in modo illusorio) i problemi che caratterizzano l’esperienza umana di sempre (precarietà, emarginazione, sofferenza, salute, ignoranza, conoscenza, mobilità, carenze di ogni tipo).

parole e terrorismoForse è materiale sufficiente per definire una variante post moderna del fenomeno terrorista, che allora, in realtà, affonderebbe le radici in figure letterarie descritte già da grandi scrittori dell’800 (da Zola in Germinal, che descrive l’anarchico che si fa saltare insieme ai minatori della miniera, e naturalmente da Dostroevskij nei Demoni), dai tempi dei sabotatori delle prime fasi dell’industrializzazione, dei miti luddisti, degli attentatori anarchici e regicidi (che sarebbero in realtà tutti da comprendere nel quadro di una rivolta anti-modernista).

Figure che trovano continuità in una serie di eventi e di devianze che si diffondono sull’itinerario delle rapide trasformazioni che caratterizza le società dell’Occidente, alle quali – come diventerà presto evidente – saranno complementari forme, sicuramente più devastanti, di terrorismo di stato, ovvero ciò che è possibile definire come il totalitarismo europeo novecentesco. Ai quali, inoltre, sarà complementare, una volta che la stessa Europa potrà recuperare gli ideali della democrazia, tutta una storia di stragi “di stato”, di strategie della tensione, di apparati deviati che caratterizzeranno la tarda modernità almeno fino agli anni ’70 e ‘80.

Da queste circostanze potrebbe derivare una definizione geopolitica di terrorismo – come tipica dell’epoca moderna -, intesa come lotta che oppone chi ha raggiunto una condizione di stabilità (e, anche se illusoriamente, di prosperità) a chi resta escluso dal circuito di sviluppo (che agita il ricatto della guerra, della regressione alla violenza distruttiva). E che oppone quindi le economie che si fondano sull’accumulazione, e sulla continua redistribuzione di ricchezza e di potere (anche se con molte inefficienze), ai sistemi che vivono ai margini delle economie neo-liberali (e che continuano a basarsi su forme di economia pre-capitalistiche, sulla rendita da petrolio o su qualche altra forma di “dispotismo orientale”). Ovvero, in altri termini, tra sistemi che tendono a consolidare un’idea di ceto medio divenuto ormai una consapevole società civile proiettata in una “global civil society” (in grado persino di fare politica internazionale, cioè di dare “una risposta alla guerra”, come direbbe Mary Kaldor) e sistemi che tendono a perpetuare la dipendenza delle popolazioni da qualche economia “di stato”.

Una nuova società civile che, acquisiti un ruolo e una consapevolezza, comprende ben presto di avere moltissimo da perdere, molto di più delle “proprie catene”, e che comincia ben presto a svolgere un ruolo di stabilizzatore politico per intere società. Non sorprende quindi che numerosi tra i “foreign fighters” derivino dalla seconda generazione di immigrati in Europa occidentale, che per es. siano giovani nati e cresciuti a Molenbek o nella banlieue parigina, e che le instabilità geografiche-politiche tendano a collocarsi esattamente nella semiperiferia wallersteiniana, ovvero ai margini del mondo evoluto e pacificato (rappresentato in questo caso dall’Europa centro-occidentale).

Non sorprende neppure che le società impoverite, devastate dalla speculazione sia locale che globale, della cintura euro-mediterranea – dal Portogallo alla Grecia – non si ribellino, come avrebbero sicuramente fatto in altre epoche, “pre-globali”, e invece che continuino a pensare all’Europa come ad una prospettiva, alla possibilità avere una vita serena, senza il rischio di subire dittature e guerre, arbitrio e miseria.

Non sorprende neppure che le aree di principali instabilità – ovvero caratterizzate da presenza endemica di ideologie e di movimenti che si richiamano al terrorismo, che perseguono il fanatismo e la sovversione – siano poste ai margini della stessa Europa, tra Medio Oriente e Africa settentrionale, e anche Caucaso e confine tra Europa Orientale e Russia (forse la  conferma di un’ipotesi), ovvero aree caratterizzate da un mix di guerre “ibride”, terrorismo di stato, milizie “irregolari” al soldo di qualche “signore della guerra”, e popolazioni disperate in fuga perenne.

In questa interpretazione lo scontro tra culture, ideologie e religioni rappresenterebbe piuttosto una copertura per tensioni che l’Occidente ha la colpa di non voler affrontare (rivoluzioni e guerre che alimentano se stesse, che derivano dai cd. motivi insider di un conflitto, i più difficili da individuare, che tendono a riprodursi indefinitamente, come appunto in Medio Oriente, tra Africa Settentrionale, Israele e Palestina, Siria e Afganistan); o anche da situazioni che gli Occidentali del libero mercato sembrano voler opportunisticamente sfruttare – come nel caso del sostegno alle cd. dittature del petrolio.

Il terrorismo non nasce dal nulla, e neppure esclusivamente da una dimensione astratta, cioè da un’idea, da una religione, da una cultura: il Corano non è un libro pacifista (come scriveva Bausani), come del resto neppure Bibbia, Manas e Kalevala e altre scritture sacre, e composte per simboli e rappresentazioni migliaia di anni fa, quando dovevano esprimere le visioni di società di tipo arcaico, impegnate per sopravvivere a individuare quotidianamente un “nemico” (non un gioco a somma maggiore di zero come il mondo attuale).

Una visione che, inoltre, sembra essere in contraddizione con una teoria psico-sociologica del terrorismo, che ha molti sostenitori oggi, considerando il fatto che diversi dei terroristi dell’ultima ondata derivano da strati sociali costituiti da 2. o 3. generazione di immigrati, che si ritenevano ormai sufficientemente integrati. O anche con le teorie che assumono la violenza terroristica come una pulsione in sé, come derivante da una cultura e da un retaggio, da una tradizione o da una religione, che lascia immaginare quale sia l’ultima evoluzione, la più inquietante, la bomba umana dei kamikaze, l’ultima frontiera della manipolazione che significa l’uso politico e militare del corpo umano inteso come arma, anzi come bomba.

Neppure si può dire che l’odio contro l’Occidente derivi direttamente dal fallimento della politica di cooperazione e sviluppo (esauritasi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso), che stati, governi e organizzazioni inter-nazionali – per una serie di motivi, soprattutto in seguito alla constatazione del fallimento di una politica di aiuti, che in realtà ha provocato soprattutto danni – non riescono più a perseguire. Sarebbe troppo semplice: in realtà la proposta di una rinnovata politica di investimenti e interventi economici non avrebbe molto successo, se si considera che in epoca di saturazione di tarda modernità neppure le politiche keynesiane dimostrano di funzionare efficacemente.

Non si può dire che in tutto questo l’Occidente abbia una colpa precisa, e neppure che deve adottare nuove strategie, che non siano quelle che si fondano sul superamento di un atteggiamento di indifferenza e superficialità, o con ciò che viene percepito come tale. Una constatazione che deve spingere apparati e governi, economie e società, e tutta la popolazione a un maggiore impegno, e all’uso di strumenti migliori, e a una rinnovata attenzione a tutto ciò che accade intorno a noi, sia all’interno delle nostre società, nella vita quotidiana, che nel più vasto ambiente globale.

L’odio terroristico resta un fenomeno rispetto al quale le società “aperte” di tipo occidentale sono solo apparentemente prede facili: si tratta di sistemi che devono saper conciliare l’esigenza della sicurezza con quella dell’apertura (se si pensa che le città-target del terrorismo sono in genere grandi capitali che vivono di attività ad alto valore aggiunto, di traffici e turismo, di cultura e di scambi globali), che devono saper mantenere un senso di accoglienza e di ospitalità qualsiasi cosa succeda.  La democrazia, nella sua lunga tradizione di forma politica più solida mai esistita (ma a patto che sia autenticamente funzionante, e che cioè ciascuno svolga il proprio ruolo e faccia il proprio dovere), ha in sé la forza per superare anche questo ostacolo, e per fare delle prossime generazioni di potenziali terroristi, fanatici ed estremisti dei cittadini consapevoli.

Igor Jelen,

Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Trieste

Fonti

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European Union, 2014, Terrorism & other Security-related Risks (CIPS), http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/financing/fundings/security-and-safeguarding-liberties/terrorism-and-other-risks/index_en.htm (accesso 20/10/2014)

Kaldor M., 2003, Global civil society: an answer to war, Cambridge, Polity

Mason M., 2016, Gli attacchi a Parigi: falle, inefficienze e verità nascoste, pp.28-33, in: Rivista Italiana Difesa, gennaio/2016

Neveu E., 2000, Movimenti sociali, Il Mulino, Bologna

Venables A.J., 2001, Geography and international inequalities: the impact of new technologies, World Bank Annual Conference on Development Economics, Washington DC, 1-2 maggio, http://eprints.lse.ac.uk/2179/1/Geography_and_International_Inequalities_the_Impact_of_New_Technologies.pdf(accesso 9/12/2014)

Zarcone A., a cura di (in corso di stampa), L’Europa dopo l’Europa. Nascita, futuro e trasformazione della più grande idea geopolitica del mondo, 11-12 giugno 2016, Pratovecchio – Stia

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