Ancora morti, ma non ci dobbiamo sorprendere

Ad inizio anno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine dell’epidemia di ebola. Tuttavia, nuovi casi dovevano essere messi in conto: ecco spiegati i contagi in Liberia e Guinea degli ultimi mesi

Marco Cochi

GUINEA_Centro medicochirurgico Gouécké_Moira Monacelli Caritas Italiana

Il 14 gennaio scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ufficializzato la fine dell’epidemia di ebola in Africa occidentale. Ha anche invitato a non abbassare la guardia sul rischio di nuovi focolai. Ha spiegato che, pur essendosi interrotte tutte le catene di trasmissione del virus, l’emergenza non era completamente finita.

L’organismo di Ginevra ha avvertito che eventuali ritorni di ebola dovevano essere messi in conto. Per questo era necessario mantenere la massima operatività nella prevenzione e nel contrasto al virus.
Le previsioni dell’OMS si sono puntualmente concretizzate, come dimostrano i nuovi casi di contagio registrati in marzo in Liberia e in Guinea, i tre Paesi, insieme alla Sierra Leone, nei quali si è concentrata la più letale epidemia di ebola della storia. Le nuove infezioni dimostrano la resistenza del virus, il quale, a distanza di mesi, continua a provocare decessi.
In Liberia, nei pressi di Monrovia, il 31 marzo è morta un donna di trent’anni. L’OMS ha riattivato tutte le procedure di emergenza per contrastare la diffusione del virus. Le autorità sanitarie liberiane, dopo la conferma del nuovo caso, hanno prontamente coordinato una rapida risposta, ponendo sotto sorveglianza tutte le persone potenzialmente venute a contatto con la vittima.
La Liberia aveva anche disposto la misura precauzionale della chiusura delle frontiere con la Guinea, dopo che, il 16 marzo, si era registrato un nuovo focolaio nel villaggio di Korokpara, prefettura di N’Zerekore, sud-est del Paese. Il 29 dicembre scorso, il sito era stato dichiarato ufficialmente ebola-free.
Gli organismi sanitari guineani hanno osservato lo stesso approccio di quelli liberiani, dovendo nuovamente cimentarsi con il temibile virus a distanza di nemmeno tre mesi dalla fine dichiarata dell’infezione.

I decessi accertati sono stati due, oltre ad altri tre probabili per i quali non è stato possibile effettuare i test perché i corpi erano stati sepolti prima delle analisi. Anche in questo caso sono state prontamente attivate tutte le misure necessarie per coordinare efficacemente la risposta all’emergenza. Il Ministero della Salute di Conakry, l’OMS, l’UNICEF e i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti (CDC) hanno tempestivamente inviato in loco un’équipe di specialisti. Questa ha disposto l’immediato ricovero in una clinica di due parenti dei deceduti, una donna e suo figlio di cinque anni, risultati positivi ai test.
Non si trattava della prima segnalazione di nuove infezioni dall’annuncio ufficiale della fine dell’epidemia, capace, nell’arco di 24 mesi, di provocare 11.315 morti e 28.637 contagi, 4.767 dei quali riferiti a bambini.
Un altro caso di febbre emorragica era stato registrato il 31 gennaio nella città di Magburaka, Sierra Leone, al confine con la Guinea, poche ore dopo l’annuncio dell’OMS che tutta l’Africa occidentale era ebola-free. Questi episodi confermano la necessità di continuare a monitorare e a contrastare la diffusione del virus nell’area.
L’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata per le questioni sanitarie ha comunque sottolineato che i tre Paesi maggiormente colpiti hanno ora la possibilità di contenere le nuove minori insorgenze e che, ormai, le possibilità di diffusione del virus sono davvero ridotte.

L’OMS ha anche formalmente declassato il grado di rischio della malattia, ora non più PHEIC – Public Health Emergency of International Concern – emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Il direttore generale dell’organizzazione, Margaret Chan, ha inoltre invitato i Paesi che ancora non lo avessero fatto a revocare eventuali divieti di viaggio e commercio con Liberia, Guinea e Sierra Leone.
Allo stesso tempo, l’OMS ha ammonito dell’alta probabilità di nuovi casi nei prossimi mesi, a causa della persistenza del virus in alcuni sopravvissuti. Secondo alcuni studi, questo può resistere nell’organismo anche un anno dopo la fine dell’infezione. Per questi motivi, l’Agenzia ONU ha mantenuto uno staff di quasi mille persone nella regione per coadiuvare i tre Paesi maggiormente colpiti a mantenere la massima efficienza nel prevenire, rilevare e contrastare ulteriori focolai.
L’attenzione è sempre alta anche da parte dell’Organizzazione della Sanità per l’Africa occidentale (WAHO). Xavier Crespin, direttore generale dell’organismo della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), ritiene che la scoperta degli ultimi focolai in Guinea e in Liberia dimostri come la trasmissione del virus “…non si sia fermata. Tutti i Paesi devono continuare a prestare grande attenzione poiché serviranno ancora degli anni prima che la malattia possa essere del tutto debellata”.

Continuano, inoltre, ad emergere risultati preoccupanti sull’ultima pandemia di febbre emorragica che ha scosso il mondo, come testimoniano le conclusioni dei lavori della sessione speciale dedicata all’ebola durante la 23^ Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche, tenutasi in febbraio a Boston.
Gli esiti degli studi più recenti sul virus hanno deluso le aspettative. Eugene Richardson, infettivologo presso la Stanford University di Palo Alto, California, ha divulgato i dati provenienti da uno studio condotto con la collaborazione dei ricercatori della Sierra Leone e di Partners in Health, un’organizzazione no-profit con sede a Boston.
Richardson si è recato in un villaggio della Sierra Leone tra quelli più colpiti dall’epidemia per determinare quante persone potessero essere state infettate senza che fosse mai stata diagnosticata loro la malattia.
Durante l’epidemia, agli abitanti del villaggio sono stati confermati 34 casi. Il team di Richardson ha visitato le case e analizzato il sangue di 207 persone che avevano vissuto con i 34 contagiati, ma che non sapevano di aver corso il rischio di contrarre il virus. Nei risultati del test è emerso che quattordici di essi presentavano anticorpi di ebola. Si tratta della prova che erano stati infettati.
Si è scoperto che due di questi contagiati avevano avuto la febbre durante il periodo di quarantena e si erano nascosti nella boscaglia. Le altre dodici persone nelle quali sono stati trovati gli anticorpi non avevano avuto sintomi della malattia. Su questi ultimi, i ricercatori hanno sollevato il dubbio che i test positivi agli anticorpi non dimostrino che le persone siano state effettivamente infettate dall’ebola. Diverse malattie possono innescare la produzione di anticorpi simili. Altri riscontri della ricerca supportano, però, la tesi che le infezioni di ebola possono anche essere contratte senza manifestare sintomi.
Questa ipotesi è stata ritenuta valida da Nancy Sullivan, ricercatrice presso l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive degli Stati Uniti (NIAID), con sede a Bethesda, Maryland. La Dottoressa Sullivan ha co-presieduto la sessione della Conferenza di Boston dedicata all’ebola. Secondo il suo parere, i risultati di alcuni studi effettuati circa quindici anni fa su un focolaio divampato in Gabon rivelano la presenza di un alto livello di infezioni asintomatiche.
I virologi hanno anche scoperto che molti uomini guariti dalla malattia possono produrre liquido seminale che risulta positivo al virus almeno fino a nove mesi dopo l’infezione acuta. Ciò rende latente la minaccia di nuovi focolai originati dalla trasmissione sessuale e comporta il rischio per molte persone di diffondere l’infezione inconsapevolmente.

Gli scienziati hanno anche presentato i deludenti risultati di uno studio clinico su quello che, nel massimo picco della trasmissione del virus, veniva considerato l’antidoto più promettente, lo ZMapp, un trattamento che riproduce un cocktail di anticorpi prodotti naturalmente dai topi infetti e “umanizzati”.
Lo studio, iniziato nella fase terminale dell’epidemia, non è riuscito a fornire risultati statisticamente significativi. I ricercatori che dovevano somministrare uno standard ottimizzato di cura ad almeno 200 pazienti sono riusciti a reclutarne solo 72, terminando i test molto prima del previsto.
Occorre, inoltre, far sempre fronte alle conseguenze di due anni di devastante epidemia, che hanno pesantemente colpito il sistema sanitario locale, uccidendo medici e infermieri. Già prima dello scoppio di ebola la Sierra Leone si posizionava fra le Nazioni con la più alta mortalità materna e neonatale. Adesso, la situazione si è ulteriormente aggravata. Durante l’emergenza, infatti, un maggior numero di madri hanno scelto di partorire in casa, innalzando così il numero dei decessi legati al concepimento.

Marco Cochigiornalista free-lance e docente presso la Link Campus University

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