Sport e disabilità, alcuni aspetti psicologici del “mettersi in gioco”

Praticare attività agonistica non significa solo fare della mera attività motoria. Ecco una puntuale ed attenta analisi su tutte le sfaccettature, anche psicologiche, annoverate da un disabile che si avvicina allo sport

Nicola Zulian

ZulianPer qualsiasi persona, praticare un’attività sportiva implica “mettersi in gioco” dal punto di vista fisico, psichico e sociale. Ognuna di queste variabili può agire da stimolo o da freno nel permettere alla persona di praticare l’attività scelta. Ad esempio, fare sport insieme ad un amico può costituire uno stimolo a praticare l’attività; una storta alla caviglia o un brutto periodo sul lavoro, invece, possono fungere da freno.
L’attività motoria in senso stretto, quindi, rappresenta solo uno degli aspetti che compongono l’attività sportiva. Fare sport è, soprattutto, un’occasione per “mettersi in gioco” su più livelli, tra cui:
– essere capaci di dare continuità all’attività iniziata;
– sopportare la frustrazione di non riuscire a raggiungere rapidamente gli obiettivi desiderati;
– trarre gioia e soddisfazione dai miglioramenti ottenuti;
– stare insieme alle persone che praticano la stessa attività.
L’esperienza delle persone disabili che decidono di “mettersi in gioco” può risultare particolare se consideriamo alcune caratteristiche con cui l’atleta si avvicina all’allenamento. Nel caso della disabilita fisica, ad esempio, la persona convive con la compromissione del piano corporeo/ motorio e con delle modificazioni delle sensazioni fisiche. Da questi elementi possono derivare alcune conseguenze sul piano emotivo: giudizio negativo sul proprio corpo, sensazione di insicurezza nelle proprie capacità e possibile instabilità dell’umore. Se la compromissione investe anche il piano cognitivo si possono manifestare difficoltà nel contenimento e nell’elaborazione degli stati emotivi (propri ed altrui), difficoltà nel comunicare con il mondo esterno e in alcune funzioni specifiche (attenzione, apprendimento…).
Tutti questi elementi si rifletteranno sulla scelta del tipo di attività da praticare e sul significato che essa ricoprirà per la persona disabile. Alcuni sentiranno il bisogno di vivere lo sport dal punto di vista agonistico: misurarsi con se stessi e con gli altri, conoscere meglio le proprie possibilità, imparare ad usare le capacità residue per raggiungere un obiettivo. Altri interpreteranno lo sport come attività distensiva, di gioco e di focalizzazione psicomotoria. Per alcuni sarà importante, o consigliabile, l’attività sportiva di gruppo; per altri quella individuale. Nella scelta dell’attività da praticare avranno particolare rilevanza i desideri, le curiosità della persona verso uno specifico sport, la valutazione della compatibilità delle condizioni fisico-mentali con l’attività prescelta o la possibilità che quella stessa attività possa essere praticata dopo adeguata preparazione e la disponibilità di spazi adeguatamente attrezzati.

Spesso la vita delle persone disabili è permeata di doveri (accertamenti medici, terapie, riabilitazione, per citarne alcuni) ed è necessario che il tempo e le energie dedicate allo sport definiscano uno spazio di decompressione, in cui la persona possa ritagliarsi un’attività piacevole, seppur impegnativa, di socializzazione e di amicizia. Questo perché lo sport può facilitare l’ampliamento dell’esperienza personale dell’atleta. Molte condizioni di disabilità, infatti, possono impedire al soggetto di sperimentarsi in attività consuete, invece, per i coetanei (inventare giochi, esplorare campi di interesse personale…). I suoi orizzonti, quindi, possono essere molti ristretti. A questa situazione si possono unire le preoccupazioni di famiglia e istituzioni (scuola, gruppi di aggregazione…) che, involontariamente, rischiano di inibire ancor più la curiosità dei soggetti disabili. In questo senso lo sport può offrire alla persona un luogo in cui sperimentarsi in un contesto protetto.
Un altro obiettivo legato alla pratica sportiva per il soggetto disabile è l’autonomia intesa sia dal punto di vista tecnico, sia psicosociale. Perseguire l’autonomia dal punto di vista tecnico significa ridurre progressivamente la quantità di assistenza diretta di un allenatore, o di un compagno di squadra, necessaria all’esecuzione del gesto sportivo. Al contempo, praticare sport permette alla persona di affinare la propria autonomia anche dal punto di vista psicosociale: attraverso il confronto della propria immagine con i compagni di squadra, l’atleta si troverà a rinegoziare la propria idea di sé. Tale processo può favorire la consapevolezza di “non essere solo il proprio deficit”, di poter vivere il proprio corpo che si muove, di testare le proprie capacità ed i propri limiti, di relazionarsi con i compagni. L’autonomia psicosociale, quindi, si esprimerà nell’aumento della capacità di conoscere e comunicare in maniera efficace le proprie sensazioni e i propri sentimenti. Questo aumenterà il livello di sicurezza nelle proprie potenzialità.

La dimensione tecnica e psicosociale si intrecceranno costantemente durante l’attività sportiva e saranno fenomeni che l’atleta, il tecnico e la squadra (nel caso di attività di gruppo) affronteranno insieme. In queste relazioni, infatti, si concretizzeranno sia l’apprendimento del gesto atletico, sia la possibilità per il disabile di sperimentare maggior confidenza nelle proprie capacità e la possibilità di interagire con altre persone. In questa prospettiva, quindi, è necessario che atleta e tecnico-squadra costruiscano un clima di lavoro positivo, improntato alla collaborazione reciproca e alla conoscenza delle caratteristiche individuali di ogni persona coinvolta. L’apprendimento del gesto atletico è un processo graduale ed è necessario che il tecnico strutturi la propria attività pensando di aiutare la persona a fare progressivamente proprie tutte le competenze necessarie, partendo dalle più semplici per poi aumentarne la complessità. Al contempo, è fondamentale che il tecnico sappia riadattare la propria programmazione per rispettare le possibilità, le capacità e i tempi di apprendimento del soggetto.
Nella stesura del programma di allenamento, il tecnico potrebbe considerare alcuni principi guida:

1. prima di iniziare qualsiasi attività, è necessario individuare quali siano le informazioni rilevanti da presentare perché lo sportivo possa comprenderne gli aspetti fondamentali;

2. durante la presentazione dell’attività, è necessario specificarne l’obiettivo e privilegiare sempre la dimostrazione pratica;

3. esplicitare quali saranno le azioni tecniche intermedie per raggiungere un determinato risultato: è importante che l’atleta capisca che le attività pro- poste sono azioni strutturate e organizzate in vista di un fine, in maniera da mantenere un adeguato livello di motivazione;

4. dopo l’esecuzione del gesto sportivo, fornire sempre un feed-back immediato e specifico sui punti di forza e sulle criticità;

5. diradare gradualmente il feed-back man mano che la persona diventa più competente ed autonoma e concentrare l’attenzione sull’abilità successiva da sviluppare.

La pratica sportiva offre all’atleta disabile numerosi vantaggi psicologici, uno dei quali è quello di facilitare lo sviluppo dell’integrazione della persona, il processo attraverso il quale l’atleta riunisce in un’unica rappresentazione mentale di sé tutte le sensazioni e gli stimoli che gli pervengono dalle varie parti del corpo. Questo processo è fondamentale per il consolidamento del senso di identità, ed è significativo soprattutto nella disabilità intellettiva, caso in cui la persona può percepirsi in maniera settoriale.

Un altro effetto psicologico della pratica sportiva è legato alla percezione di un’identità positiva e al senso di autoefficacia: praticare uno sport garantisce la possibilità di porsi degli obiettivi e di attivare le proprie risorse per cercare di raggiungerli. In questo processo, la persona ha la possibilità di sperimentare le proprie capacità, le proprie possibilità e i propri limiti, acquisendo così una maggiore conoscenza di sé.
Il tentativo di raggiungere i propri obiettivi porterà ad esperienze di successo che sproneranno l’atleta a continuare ad impegnarsi: attraverso una gara o una partita, l’atleta imparerà a sfidare i propri limiti, a reagire alla fatica, a non arrendersi alle prime difficoltà, al fine di raggiungere il proprio obiettivo. In questo modo l’attività motoria consente al disabile di acquisire progressivamente sicurezza nelle proprie potenzialità, contribuendo a rafforzare un’immagine positiva di sé.
Allo stesso modo, praticare sport implica dover confrontarsi con i propri limiti, l’insuccesso e la sconfitta. In qualsiasi attività, infatti, per imparare si passa attraverso gli errori e il fallimento. Comprendere che sbagliare o fornire una cattiva prestazione non è indicativo del valore della persona, e che non è una situazione irreparabile, sarà un passaggio necessario alla crescita umana dell’atleta. In questo momento così delicato sarà importante il rapporto fra l’atleta, il tecnico e la squadra. All’interno di queste relazioni, infatti, sarà possibile cercare di comprendere sia i motivi del fallimento, sia quali contromisure attivare per cercare di ottenere risultati diversi. Lo sport, quindi, offre la possibilità di sperimentare il valore del- la sconfitta come stimolo per capire se il fallimento:

– sia dovuto a fattori interni, e quindi alla necessità di accettare un limite o di impegnarsi maggiormente.
– sia dovuto a cause esterne, e quindi all’aver incontrato qualcuno in grado di esprimere una performance migliore, senza che questo comporti una svalutazione di sé.
L’attività fisica, inoltre, si dimostra un elemento indispensabile sia per scaricare lo stress e le tensioni fisiche accumulate, sia per incanalare positivamente l’aggressività. A questo riguardo la letteratura sottolinea che i soggetti che praticano costante esercizio fisico hanno una miglior capacità di autoregolare la propria emotività rispetto a soggetti che conducono una vita sedentaria. Inoltre, comportamenti inadeguati (aggressività, comportamenti auto ed eterolesivi), solitamente manifestati da soggetti con ritardo mentale medio o grave, tendono a ridursi nel momento in cui le persone iniziano a praticare attività motoria.

La capacità di regolazione emotiva e di riduzione dello stress non sono solo processi passivi di scarica fisica, ma, dove possibile, vengono mediati dall’interiorizzazione di regole e dalle interazioni con i compagni di squadra. Partecipare ad un’attività sportiva, infatti, permette alla persona di vivere in costante interazione con gli altri: allenatore, compagni di squadra e avversari. Tutte queste relazioni permetteranno alla persona di sperimentare una vasta gamma di sentimenti ed emozioni, di affrontare eventuali conflitti e di imparare ad adattare il proprio comportamento alle persone con cui interagisce. Questo continuo intreccio di esperienze porterà il disabile e i suoi partner a migliorare la capacità di comunicare, cooperare e sottostare a regole e comportamenti comuni, al fine di superare momenti di incertezza e raggiungere obiettivi condivisi. In ultima analisi, la possibilità di affidarsi al gruppo farà aumentare, nei suoi membri, la fiducia, l’affettività e la capacità di modulare i comportamenti aggressivi secondo ritmi controllati.


Nicola Zulian
, psicologo e psicoterapeuta

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *