Mi chiamo Khan e sono una persona

La maggior parte dei richiedenti asilo accolti in Friuli Venezia Giulia proviene dal Pashtunistan, una regione a cavallo tra Afghanistan e Pakistan ricca di tradizioni, costumi e cultura. Spesso, ciò rappresenta il bagaglio più prezioso del migrante

Susanna Svaluto Moreolo

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Nell’ultimo anno si è sentito spesso parlare di “profughi”, “migranti”, “richiedenti asilo”, in un’accezione più o meno negativa, per identificare coloro i quali giungono in Europa e richiedono una forma di protezione internazionale a causa della situazione insostenibile e dei rischi connessi alla loro permanenza nel Paese d’origine.

Il dibattito politico e mediatico si è concentrato inevitabilmente sui diritti e sui doveri dei migranti, sugli oneri della cittadinanza, sui procedimenti giuridici e sociali che ruotano attorno ai richiedenti protezione internazionale, dimenticando, forse, che, dietro queste etichette, ci sono delle Persone.
Donne, uomini, bambini, ognuno con un proprio passato, un presente, un futuro. Si ha la sensazione che la vita di queste Persone inizi dal momento in cui mettono piede in Italia, una volta oltrepassato il confine e superato il primo controllo della polizia di frontiera. Prima dell’invito a formalizzare la richiesta di asilo in Questura, queste Persone non esistono. D’altronde, la maggior parte di loro non detiene un documento e la restante si chiama Khan (il signor “Rossi” afghano).

Tuttavia, non è così. Sebbene i richiedenti asilo preferiscano viaggiare leggeri, ognuno di loro porta con sé un bagaglio personale piuttosto ingombrante, che sui grandi numeri viene schiacciato e compresso fino quasi a scomparire, ma che riemerge in modo naturale di fronte ad una tazza di tè chai. Per coloro i quali giungono in Italia percorrendo la rotta balcanica, questo bagaglio, a volte, proviene dal Pashtunistan, l’area situata a cavallo tra Afghanistan e Pakistan nella quale risiedono i Pashtun. Si tratta di una zona particolarmente colpita dal conflitto, in quanto roccaforte delle forze talebane. La maggior parte delle Persone che giungono in Friuli-Venezia Giulia attraverso la rotta balcanica proviene, infatti, da questi due Paesi.

Per poter comprendere a fondo il contesto storico e politico dal quale provengono, è necessario rivedere la cartina geografica secondo altri parametri, non in base ai confini segnati a tavolino da Russia e Gran Bretagna a fine ‘800 quando posero la Durand Line, ma seguendo le “macchie di colore” delle etnie residenti in tali zone.
All’interno dell’Afghanistan si individuano, infatti, diversi gruppi etnici, tra cui i Tajiki, gli Uzbeki, gli Azeri, i Kirghisi, i Turkmeni, i Baluchi e i Pashtun. Questi ultimi risiedono nell’area sud-orientale del Paese, oggi completamente caduta in mano alle forze talebane in seguito al ritiro delle truppe NATO a conclusione della missione ISAF, nel gennaio del 2015. Il confine tra Afghanistan e Pakistan è fittizio, non solo per la facilità con la quale è attraversato, ma, soprattutto, per la forte connotazione identitaria del popolo pashtun.

La cultura pashtun affonda le proprie radici nel Pashtunwali, il codice di norme non scritte che regola la loro vita, particolarmente osservato nelle zone tribali. L’origine del codice è antichissima e, sebbene intriso dei precetti islamici, oltrepassa l’aspetto prettamente religioso e si identifica con le norme di vita interiorizzate dagli abitanti della regione. Gli aspetti fondamentali del Pashtunwali risiedono nei principi di melmastia, l’ospitalità in senso ampio, offerta nel ricevere l’ospite all’interno della hujra, uno spazio pubblico della comunità nel quale ogni membro del villaggio porta dei doni in segno di accoglienza e benvenuto agli ospiti dei vicini.
Il concetto di ospitalità va di pari passo con quello di nanawati, l’asilo, e di sabat, la lealtà, secondo i quali, una volta accordata la protezione ad un ospite, la famiglia e il villaggio se ne assumono la responsabilità di fronte ai nemici anche a costo della vita. Gli altri principi fondamentali della cultura pashtun sono il tureh, il coraggio e il badal, la vendetta, che si rispecchia spesso nel concetto di giustizia. Questi sono i precetti di una società tribale fiera, inevitabilmente influenzata dalla terra di provenienza, montuosa e difficile, in cui la collaborazione è resa necessaria per la sopravvivenza. Questo codice si antepone alle leggi dello Stato, trapiantato all’interno di una società che lo riconosce come estraneo alla propria indole, tanto da portare le persone ad identificarsi prima con l’etnia di riferimento e poi con la nazionalità.

Non solo principi, quindi, ma punti fermi imprescindibili di una forte appartenenza identitaria, che non soccombe di fronte all’appiattimento operato da un sistema di accoglienza che riesuma il concetto di frontiera e di confine nazionale infiocchettandolo di filo spinato.
Eppure, nonostante la confusa ospitalità di un sistema schizofrenico, sotto la tettoia di un cimitero, tra i giochi di un parco o nel sottopassaggio di una stazione, seduti su un angolo di coperta, ci si può dare ancora l’opportunità di conoscere l’altro e ricordagli di non dimenticare il suo bagaglio per strada.

Susanna Svaluto Moreolocooperante nell’ambito dell’immigrazione e collaboratrice di SocialNews

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