“Ti do i miei occhi”: un film sulla violenza domestica

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, il gruppo Amnesty Unibo organizza un cineforum per discutere di violenza domestica e sensibilizzare i giovani sulle grandi problematiche interne alle famiglie.

Maria Grazia Sanna

Credits photo: sentieriselvaggi.it

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“La paura genera violenza”: è questo il messaggio principale del film “Ti do i miei occhi” proposto ieri 25 novembre dal gruppo di ragazzi di Amnesty Unibo per sensibilizzare i giovani  in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita nel 1990 in ricordo del brutale assassinio di tre sorelle avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana.

La pellicola girata nel 2003 nei pressi di Toledo, in Spagna, da Iciar Bollain è stata proiettata nella versione in italiano presso L’altro Spazio, un pub ma anche un’area culturale creata appositamente al centro di Bologna per dare la possibilità di esprimere il diverso, in questo caso un problema sociale, la violenza all’interno del nucleo familiare.

Secondo i dati presentati dall’Istat nel giugno 2015 con riferimento all’anno 2014, sono 6 milioni e 788 mila in Italia le donne che hanno subito violenza almeno una volta nel corso della propria vita: tra queste, il 10,6 % è stata oggetto di violenze sessuali prima dei 16 anni. In più nella maggior parte dei casi sono stati i partner o gli ex a commettere i reati più gravi: il 62,7% di loro è stato denunciato per stupro.

La violenza domestica risulta ancora una delle principali piaghe della società eppure se ne parla davvero troppo poco. Uno dei motivi è l’incapacità delle stesse donne nel prendere consapevolezza della gabbia in cui sono state rinchiuse. Il film “Ti do i miei occhi” riesce a riportare sullo schermo questo senso di frustrazione seguito da impossibilità e vergogna di raccontarsi ma anche le diverse sfumature della violenza: fisica, sessuale, economica e soprattutto psicologica.

Pilar, moglie e madre del piccolo Juan è in perenne conflitto interiore: all’inizio riesce a fuggire di casa, successivamente, si lascia invece ingannare dalla possibilità di un nuovo inizio. La donna è talmente innamorata di suo marito Antonio che il suo timore di essere picchiata o violentata di nuovo si trasforma in desiderio di vedere in lui un cambiamento in uomo buono e premuroso.

Nella persona che ha sposato è però ormai forte una gelosia malata, scaturita dalla paura di perderla, dall’insicurezza economica e sociale e dall’incapacità non solo di amare ma di comunicare. Neppure lo psicologo riesce ad essere un valido intermediario. Antonio non affronta mai realmente i problemi, piuttosto cerca di esercitare un potere di controllo ed è in quell’attimo che nel suo cuore “tutto è vuoto e gli occhi sono ciechi”. I silenzi, le risposte confuse e l’allontanamento della donna per un nuovo lavoro sono motivo di profondo senso di rabbia per l’uomo.

La volontà di rimediare si trasforma in ossessività e persino il telefono diventa un oggetto di persecuzione. Antonio rappresenta così tutti quegli uomini colpevoli non solo di violenza come atto carnale ma anche del reato di stalking. Secondo il rapporto del 2014, in Italia, il 16, 1% delle donne ne è vittima, 1 milione e 524 mila delle quali identifica lo stalker proprio nel suo partner.

In tutti questi casi esistono due principali tipi di reazioni: il rifiuto dell’aiuto esterno oppure l’allontanamento dal partner violento. Pilar, all’inizio, non vuole accettare i consigli della sorella e della madre e neppure l’aiuto delle forze dell’ordine, perché preferisce decidere da sola. Solo quando la situazione degenera e i suoi occhi non possono più cancellare i fatti, Pilar dimostra di saper andare avanti e l’amore per il lavoro l’aiuta a diventare indifferente nei confronti del marito. In questa ultima fase, diventa consapevole che per essere felice non ha bisogno di lui.

A tal proposito, i dati ufficiali dimostrano oggi una maggiore capacità delle donne di uscire e prevenire relazioni violente: rispetto al 2006 si è passati dal 42,3% al 26,4% di violenza di tipo psicologico. Un dato che fa immaginare che donne come Pilar non esistano solo nei film, ma anche nella vita reale.

Maria Grazia Sanna

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Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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