“La nostra realtà penitenziaria è terribile”

“Il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna non è per niente contemplato”.

Ilaria Cucchi

ImmagineRicordo quella mattina di ottobre. La mattina del funerale di mio fratello. Fino a quella mattina avevo trattenuto il pianto. Non avevo pianto nemmeno mentre lo guardavo, steso sul tavolo dell’obitorio, dietro una teca di vetro. Era mio fratello, era MIO. Eppure, non potevo nemmeno accarezzarlo. Le regole erano queste. Non era più mio. Così come non lo era stato negli ultimi giorni della sua vita. Erano le regole. Le regole del carcere.
Quell’immagine mi aveva devastata. Mi dava chiara l’idea della sofferenza con la quale era morto. E della quale i miei genitori ed io non sapevamo proprio un bel niente, in quegli interminabili sei giorni della sua agonia. Le regole erano che ai familiari non potessero essere date notizie sullo stato di salute del ‘detenuto’. Mi sono sempre chiesta, in questi anni, chi sia stato quel ‘genio’ che ha sottoscritto un simile protocollo. Era assurdo. Disumano. Fatto sta che dopo la morte di Stefano quel protocollo è stato abolito.
Non ero riuscita a piangere forse perché mi sembrava un incubo dal quale presto mi sarei svegliata. Era tutto troppo forte, troppo crudele, troppo fuori dalla realtà che conoscevo per essere vero. Quel corpo martoriato non poteva appartenere a mio fratello, non c’era un motivo al mondo per il quale qualcuno avesse potuto ridurlo così.
Mi sono ‘svegliata’. Sì. Con il rumore inquietante che ti fa capire che gli addetti alle pompe funebri stanno chiudendo la bara. Chiusa, per sempre. Era successo davvero, dunque. Ed era successo a noi, a Stefano. E io non lo avrei rivisto mai più. Nemmeno il tempo di salutarlo, di ricordargli che gli volevo bene, di tenergli la mano e fargli sapere che non era solo. Nemmeno il tempo di dire una preghiera con lui e per lui mentre se ne stava andando. Nemmeno il tempo di vederlo per l’ultima volta vivo. Mio fratello.
Mi sono svegliata dall’incubo, quella mattina di ottobre, nel piazzale dell’obitorio. Sentivo quel rumore assordante. Poi la bara uscire dalla stanzetta impersonale di piazza del Verano. Ho pianto mentre mio fratello Stefano, chiuso lì dentro, usciva di lì ed usciva per sempre dalla mia vita. Ho pianto, ed ho urlato, tra le braccia di mio zio con tanta voce che non sapevo di avere. Ho urlato che era tutta colpa mia, perché non ero stata capace di proteggerlo. Ecco. Questo sentivo e credevo in quel momento. Era tutta colpa mia.
Mesi più avanti fu resa pubblica l’inchiesta del D.A.P. (Dipartimento di amministrazione penitenziaria). In fondo a quelle pagine leggo che ‘Stefano Cucchi è morto in condizioni inumane e degradanti’. Non era colpa mia.
Poi, però, leggo anche che non si ravvisavano responsabilità all’interno dell’amministrazione penitenziaria. E allora, di chi era la colpa?
Io so solo, e fino ad allora lo ignoravo, che la nostra realtà penitenziaria è terribile. È una realtà nella quale il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna non è per niente contemplato. È una realtà nella quale è potuto davvero accadere che un ‘detenuto in attesa di giudizio’ morisse in condizioni atroci in soli sei giorni. Una realtà nella quale quel detenuto è stato visto da qualcosa come 140 persone. E non parlo di persone qualsiasi, parlo di appartenenti alle Istituzioni, visto che, un istante dopo l’udienza per direttissima, mio fratello è stato letteralmente inghiottito dal carcere. Ciascuna di quelle persone ha visto le condizioni di Stefano e il loro degenerare fino a ridurlo a quel corpo che ho visto io sul tavolo dell’obitorio e che ricordava terribilmente i deportati nei campi di concentramento. Nessuna di quelle persone si è messa una mano sulla coscienza, nessuno, e dico nessuno, in quei sei giorni, un lasso di tempo brevissimo, ma interminabile, se penso a come doveva stare mio fratello, ha pensato che, quel ragazzo di 31 anni, prima che essere un detenuto senza diritti era un essere umano. Mi viene in mente la dichiarazione di un agente di polizia penitenziaria, quello che ha accompagnato Stefano in quell’anomalo ricovero presso la struttura detentiva dell’ospedale Sandro Pertini. A quanto pare, mio fratello gli aveva raccontato di essere stato picchiato. Quell’agente disse che, da quel momento in poi, decise di prendere le distanze, pensando che ognuno dovesse restare al suo posto. Se lo incontrassi, gli chiederei qual è, secondo lui, esattamente il ‘posto’ di un pubblico ufficiale che riceve una denuncia da parte di un detenuto visibilmente massacrato. Io sono convinta che il suo posto ed il suo ruolo siano quelli di sporgere denuncia. Evidentemente, quell’agente ed io la pensiamo in maniera diversa. Io non posso non ritenere responsabile della morte di Stefano ciascuna di quelle 140 persone, semplicemente perché ciascuna di loro avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quella catena di eventi che lo hanno condotto alla morte. Tra dolori atroci e solo come una cane.
Ecco. Questa è la realtà delle carceri italiane che conosco io.

 di Ilaria Cucchi

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