I Pilastri della Giustizia

di Serenella Pesarin

La legislazione italiana è strutturata in modo tale che la funzione educativa, in contesto penale, assuma un maggior rilievo rispetto alle misure detentive, che occupano ora una frazione residuale. Questa scelta ha permesso al minore di intraprendere un percorso finalizzato all’integrazione nella società, attraverso la giustizia riparativa e il lavoro

Più di 25 anni fa, il legislatore ha dotato il nostro Paese di un diritto minorile profondamente ispirato alla tutela del minore, attraverso un notevole impegno volto a garantire assoluta preminenza alla funzione educativa del sistema penale minorile, a ridurne l’afflittività, anche nella fase di giudizio, a riconoscere il minore quale soggetto portatore di diritti.
I dati raccolti raccontano come sia stata data applicazione allo spirito e alla lettera del DPR 448 del 1988: i numeri parlano di una grande rivoluzione silenziosa avvenuta nel mondo della Giustizia minorile, associata, oggi, ad una vera residualità della misura detentiva, ad un numero crescente di messe alla prova condotte con successo e a sfide vinte anche in partite difficili, quali, ad esempio, quella di rispondere, con intelligenza e sensibilità, alla crescente presenza di minori stranieri, tra i quali molti non accompagnati. I sistemi di Giustizia si misurano sui soggetti più deboli: è lì che si verifica se la Giustizia riesce veramente ad essere uguale per tutti.
E i più deboli, nel sistema penale minorile, erano e sono i minori stranieri non accompagnati: minori, i quali, proprio per la loro condizione di abbandono, avrebbero potuto con difficoltà avere accesso allo strumento della messa alla prova. E, tuttavia, anche in questo caso la magistratura minorile ha accettato la sfida. I numeri ci dicono che sempre più minori stranieri, e tra questi molti non accompagnati, hanno accesso alla messa alla prova.
D’altronde, si tratta di un percorso che non avrebbe potuto compiersi senza il lavoro realizzato con intelligenza, fatica, amore dai nostri servizi, che hanno saputo interpretare al meglio lo spirito del legislatore e della magistratura esercitando un’attenzione crescente di contestualizzazione degli interventi sul territorio di riferimento degli utenti, in quel delicato percorso di maturazione in cui gli stessi possono esperire una cittadinanza attiva ed un’identità socialmente responsabile.
Ritengo sia opportuno segnalare anche che lo spirito che ha informato l’azione di tutta la Giustizia minorile, tarato sul progetto rieducativo individualizzato, sulla forte responsabilità del minore e sulla residualità della misura custodialista, si sia mostrato sin qui vincente, anche riducendo la recidività, come evidenziato da recenti ricerche condotte dagli uffici della Giustizia minorile. Forse non è un caso che si sia così voluto, con una recentissima norma, estendere sino ai 25 anni l’età nella quale l’autore di un reato commesso da minorenne permanga in carico ai servizi minorili.
A me sta dire, appunto, di come proprio i servizi della Giustizia minorile, i servizi che operano per garantire attuazione ai provvedimenti della magistratura, hanno inteso interpretare il loro ruolo negli ultimi dieci anni. Ora, se la misura custodialista è ormai ridotta ad accogliere appena il 5% circa dei minori in carico ai servizi della Giustizia, ciò significa che in Italia la Giustizia minorile non è più un luogo separato dalla società, un’istituzione totalmente segregata dall’esterno. Non a caso si chiama area penale esterna quella dove oggi vivono ed “espiano” la maggior parte dei ragazzi del penale minorile.
La Giustizia minorile è sempre più, quindi, Giustizia della comunità e nella comunità. Sempre più il minore del penale non è in carico in misura esclusiva agli operatori della Giustizia minorile, ma è in carico o, per dirla meglio, ricade sotto la responsabilità della società nelle sue varie componenti, dalla famiglia alla scuola, ai servizi sanitari, al privato sociale.
La Giustizia minorile detiene, nei confronti dei minori presenti nei suoi servizi, una responsabilità particolare, certamente, che deve conservare a pieno. Tuttavia, tutti sono chiamati in causa a dare attuazione ai provvedimenti della Magistratura minorile, poiché tutti debbono sentire la responsabilità educativa nei confronti dei ragazzi, soprattutto di coloro che ne hanno più bisogno o che si trovano in una condizione di fragilità e rischio evolutivo, come i ragazzi in conflitto con la Giustizia.
Mentre questo processo di fuoriuscita dai luoghi chiusi del carcere verso gli spazi aperti del vivere civile prendeva un andamento sempre più tumultuoso, si andavano, altresì, realizzando importanti trasformazioni istituzionali: con il cambiamento del Titolo V della Costituzione, e con le nuove attribuzioni delle Regioni, la Giustizia minorile, le responsabilità centrali del Dipartimento della Giustizia minorile, hanno dovuto trovare sempre più modo di realizzarsi nei contesti locali, che hanno assunto caratteristiche e fisionomie diverse a seconda di come i diversi territori hanno inteso organizzare le loro strutture e i loro servizi. La Giustizia minorile ha dovuto sviluppare ancor più la capacità di organizzare il lavoro di rete con gli attori territoriali e ha dovuto stringere relazioni forti e dialoganti con i vari livelli di governo e di responsabilità territoriali. Mentre questo processo si realizzava, la Giustizia, in generale, e quindi anche quella minorile, procedeva verso un’ulteriore integrazione con i territori, attraverso il passaggio della medicina penitenziaria al Sistema Sanitario Nazionale, scelta che ha favorito l’universalità del diritto alla salute – fortemente voluta nel nostro ordinamento – anche per i cittadini in esecuzione penale.
Una Giustizia così fortemente vocata ad essere compagna di strada delle altre agenzie educative deve anche compiere uno sforzo culturale e di acquisizione di strumenti e competenze per operare secondo questi principi. Non è infatti un caso che la Giustizia minorile abbia investito moltissimo in due direzioni: la prima è quella del lavoro con le famiglie dei minori in carico e l’altra è quella della giustizia riparativa. Troppo spesso famiglie e servizi della Giustizia minorile sentono una reciproca sfiducia, una sorta di distanza e diffidenza che non può che nuocere al minore. Il minore ha bisogno che famiglia e servizi della Giustizia minorile, così come le altre agenzie educative, condividano il senso di responsabilità e il progetto educativo e che famiglia e servizi lavorino fianco a fianco sentendo, entrambi, di cercare e volere il bene del minore. Una prospettiva così aperta alla comunità, così lontana dalla dimensione del luogo della pena quale luogo separato dalla società, è già una Giustizia che ha fatto propri i valori della cosiddetta giustizia riparativa. Giustizia riparativa significa molte cose: inserire il lavoro socialmente utile tra le esperienze rieducative, così da rendere esplicito per il giovane e la comunità il patto di responsabilità che li lega; creare centri di mediazione penale minorile, poiché ciò significa prestare attenzione alle vittime e anche per questa via dare evidenza che il reato produce sofferenza, offende la dignità degli altri e di questo il ragazzo deve averne esperienza; introdurre strumenti quali il Group conferencing nel lavoro di servizio sociale, proprio per costruire percorsi di responsabilità condivisa con le altre agenzie educative. Anche su questo tutti i servizi della Giustizia minorile si sono spesi senza risparmio, per operare una piccola rivoluzione culturale nei servizi e nel loro modo di lavorare.
Proprio questa parola, lavorare, non può che giungere alla fine della mia riflessione. Il lavoro è la mia e la nostra vera ossessione, soprattutto, il lavoro per i giovani. Tanti, troppi di questi ragazzi hanno bisogno di arricchirsi di esperienze educative attraverso il lavoro e hanno bisogno di svolgere percorsi educativi che conducano a vere opportunità di lavoro. Tuttavia, come ben sappiamo, oggi il lavoro per i giovani non c’è, e i giovani del penale soffrono particolarmente di questa mancanza: è indubbio che buona parte di quelli che entrano nei sistemi di Giustizia sono i giovani che oggi si meritano l’appellativo di Neet (Not in Education, Employment or Training). È nei confronti di questi minori, i più fragili e privi di opportunità, che io e i miei servizi sentiamo una responsabilità del tutto particolare: è per offrire concrete opportunità a questi giovani che operiamo quotidianamente. La qualità di questo lavoro, la competenza di tutti gli operatori, anche di quelli che operano ancora tra le tristi mura delle carceri, è qualcosa che non può emergere dalla mera descrizione del nostro sistema. Avendo ricoperto per anni il ruolo di Direttore Generale del Trattamento, vorrei che un poco di quell’amore e di quel senso di responsabilità che anima i servizi da me così a lungo diretti emergesse da queste righe che intendono anche ringraziare tutti coloro i quali, da anni, offrono molto della loro vita, della loro intelligenza e della loro passione per far sì che il sistema della Giustizia minorile del nostro Paese venga riconosciuto come uno dei più validi al mondo.

di Serenella Pesarin
Direttore Generale del Dipartimento Giustizia Minorile.

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