Il diritto all’identità

di Alicia Lo Giúdice

I figli degli oppositori al regime imprigionati ed assassinati sono stati cresciuti da collaborazionisti. La scoperta della verità ed il ricongiungimento con la famiglia d’origine causano traumi che vanno necessariamente elaborati. In questo si dimostrano efficaci le sedute di analisi condotte presso una struttura delle Abuelas di Plaza de Mayo

“La verità illumina ciò che perdura”
Victoria Montenegro. 23.05.2012

Sono trascorsi più di trent’anni dal ripristino della Democrazia in Argentina. La dittatura al potere tra il 1976 ed il 1983 ha instaurato il terrorismo di Stato come strumento generalizzato e sistematico di repressione della società. Vi erano coinvolti tutti i settori. Persecuzioni, assassini e sparizioni di persone, sottrazioni di bambini, censura e disgregazione dei rapporti affettivi furono solo alcuni dei metodi utilizzati. La dittatura causò una catastrofe sociale, un vero e proprio genocidio, determinando un trauma storico. Il fine era la distruzione totale dell’individuo per indurlo alla sottomissione. Ciò provocò una frattura nella storia e nella Memoria, contrastata solo dall’azione dei movimenti a tutela dei diritti. Fra questi, le Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Plaza de Mayo), costituitesi nel 1977 e capaci di rintracciare e restituire l’identità a 116 nipoti. La loro attività è tuttora in corso alla ricerca di circa 400 nipoti sequestrati con i loro genitori o nati in cattività e sottratti ai loro cari. Questa prassi faceva parte del terrorismo di Stato. I bambini sottratti non risultano abbandonati e tuttora, anche dopo il ripristino della Democrazia, continuano a vivere condizionati dal potere ed in stato di “desaparecidos” senza esserne al corrente. La certezza dell’impunità ha sempre tutelato i carnefici, ma le Abuelas hanno saputo resistere al regime continuando la loro ricerca. Questa si è poi estesa a due generazioni, i figli e i nipoti, nel tentativo di raggiungere l’agognato ricongiungimento familiare. Il terrore non le ha fermate. Hanno portato in piazza drammi che si pensava rimanessero confinati nella loro intimità e perciò sconosciuti ai più. Si trattò di una politica di sterminio di una generazione, di un intervento invasivo nelle relazioni familiari volto a creare nuove leve convinte di una mistificazione dei fatti di fronte alle denunce di crimini contro l’umanità. Una negazione dell’evidenza. I bambini sottratti furono affidati alle cure di appartenenti alle forze armate, collaborazionisti, complici.
Dopo essere stati separati con violenza dai loro genitori, furono spogliati del loro nome, delle loro origini, della loro storia. Vissero (e tuttora vivono) nell’illegalità senza saperlo: i loro estremi anagrafici sono stati, infatti, contraffatti. La loro convivenza con i carnefici li ha educati ai valori del regime facendoli percepire come corretti. Riflettiamo sul danno causato al singolo individuo: si tratta di un crimine contro l’umanità commesso nell’ambito di un genocidio. La psicoanalisi riconduce la famiglia alla lingua madre, atteso che la lingua parlata da ognuno è appresa in famiglia. La lingua è ciò che è venuto da noi da fuori e ci ha dato la vita.
Lingua viva che anima e si anima nei corpi vivi e rende possibile la continuazione. È il luogo dove si apprende la lingua materna.
La definiamo, con Freud, come “l’altra scena” occupata dalla parola ed associata al legame della parentela. Se lalingua crea la parentela, essere sequestrati e sottratti significa essere spogliati dei propri affetti, presso i quali i bambini cominciano a formare il proprio carattere. Qui agisce la tirannide, nel momento in cui i bambini sottratti assumono lalingua propria di chi ha materialmente esercitato le funzioni genitoriali. Perversione, usurpazione, banalizzazione dell’amore. Sottomissione al genocidio. Figli falsi, nati nella menzogna delle loro origini, dove si nega la pratica del sequestro e della sottrazione dei minori. Figli nati nell’assassinio dei loro genitori. Un crimine doppio, visto che a loro è stata violata anche la possibilità di cercare la famiglia d’origine. In qualità di psicoanalisti, ci interroghiamo sull’epoca in cui viviamo che determina le condizioni nelle quali esercitiamo. Dinanzi a situazioni estreme, ci domandiamo come sia possibile trasmettere un’esperienza, di una singola persona o dell’intera comunità, quale legame sociale può nascerne, come si costruisce la memoria nelle situazioni limite e cosa si può tramandare, atteso che il linguaggio fissa un confine fra ciò che può essere detto e ciò che non si può esprimere. Nella psicoanalisi, la memoria non è un sapere aggiunto dall’esterno, ma lo spazio stesso dell’io. Si tratta di qualcosa di vivo, che apre la dimensione del sapere alle impronte lasciate quali volontà del soggetto. Una “verità storica” che nemmeno una singola persona o l’intera comunità possono dimenticare. Memoria non significa nostalgia, ma strumento di vita. Rappresenta l’esperienza stessa del singolo individuo. Il lavoro di analisi sui sintomi, su ciò che non va, la retrospezione sull’esclusione e su ciò che si è dimenticato costituiscono una modalità per maturare l’esperienza dell’epoca, di un dato momento storico, in modo tale da assumersene la responsabilità. Il sintomo porta con sé la memoria di ciò che si è vissuto. Senza, non si ha futuro. Si tratta di un’impronta, un segno, l’incontro dell’uomo, dell’essere capace di parlare con l’Altro. Così, il soggetto è diventato la risposta agli incontri che hanno plasmato una vita non programmata, segnata come memoria imposta dalla situazione. Il campo di lavoro dello psicoanalista è l’inconscio e ad esso non si accede se il soggetto non lo vuole. É una memoria viva, un segno che la tutela, un’elaborazione inconscia, una condizione del vivere, dell’av-venire. Con la restituzione dell’identità, cerchiamo di definire i traumi e le loro conseguenze. Valutiamo in ognuno gli effetti del tradimento vissuto, l’aver creduto fossero i propri genitori, la propria famiglia semplici esecutori del terrorismo di Stato. In questa situazione si perde fiducia in chi si credeva proprio tutore e portatore dei valori familiari. Si altera il tempo: ciò che fino a quel momento era chiaro appare confuso e va perso quanto fin lì appreso. Si apre un nuovo spazio nel quale collocare il concetto stesso di famiglia e le funzioni genitoriali perché quelle vissute si sono macchiate di impunità e perversione, atteso che il legame creato dai carnefici si fondava sull’occultamento del delitto commesso, aggravato dalla menzogna sull’origine e sulla storia, dall’assassinio dei genitori reali e dall’impedire la ricerca della famiglia d’origine. Questo genera un’elaborazione psichica ulteriore: prima va affrontato il trauma della rivelazione, poi il conflitto fra la situazione vissuta ignorando la violenza subita ed il dolore per la sorte dei genitori “desaparecidos”. I carnefici non si professano responsabili per quanto accaduto e di solito riescono a ribaltare la lettura critica dei fatti allontanando le colpe da sé. In alcuni casi, la ricerca della propria identità consente ai nipoti violati di superare il trauma.
Riuscire a conferire una dimensione a quanto accaduto permette loro di interpretare correttamente i fatti e rifiutare le giustificazioni dei carnefici ed il loro sbandierato amore. Ritrovare la famiglia d’origine apre uno spazio per le legittime domande sui genitori, sulle aspettative nutrite in merito al loro concepimento. Ciò origina una nuova prospettiva, all’interno della quale possono diventare finalmente figli dei genitori “desaparecidos”, nipoti dei nonni e familiari di parenti che mai hanno abbandonato la ricerca. Si riconoscono, così, in quel desiderio e questo possono trasmettere ai propri figli. In base alla mia esperienza posso testimoniare quanto si riannodino velocemente i legami con la famiglia d’origine e quanto profondamente ci si riconosca nel nome scelto dai genitori.
Con il team psicoterapeutico delle Abuelas abbiamo studiato un protocollo finalizzato a supportare le vittime della biopolitica del regime, la forma di violenza che include la vita umana quando essa viene piegata agli obiettivi della dittatura. Sosteniamo il desiderio di cambiamento della vittima rispetto al proprio vissuto. Va dato spazio all’inconscio nella sua dimensione di rottura rispetto ad un passato imposto. Ad ognuno dei giovani che ha vissuto questa situazione, il periodo in analisi permetterà di aprirsi al nuovo e maturare, così, un altro spazio e dell’altro tempo nel quale collocarsi. In questo spazio cercheremo di dare una dimensione al trauma vissuto, ponendo l’obiettivo di conseguire un’altra lingua per far affiorare l’essenza più viva di sé quale allontanamento dal percorso imposto con la sottrazione. Il tempo aprirà un cammino nuovo per uscire dalla violenza subita, dall’identità imprigionata.
Il recupero dei propri diritti, da un punto di vista giuridico, deve essere elaborato e ciò può essere realizzato in analisi, lasciando affiorare l’inconscio che potrà riconoscere i caratteri del trauma.
In questo spazio avrà luogo la ricerca, il confronto con conoscenze imposte ed un vissuto violato. L’incontro con la famiglia d’origine, o intraprendere la ricerca a ciò finalizzata, rappresenta l’elemento per rimuovere i legami costruiti durante la sottrazione.
Il trauma lascia dei segni tangibili ed un vissuto non cancellabile. È però possibile attrezzare uno spazio nel quale esorcizzare la violenza subita ed elaborare soggettivamente la relazione tra la memoria imposta ed il suo oblio. Per concludere, mi affido ad una riflessione di Victoria Montenegro. Victoria venne sequestrata insieme ai suoi genitori, fu affidata ad un appartenente alle forze armate e rientrò in possesso della sua identità nel 2000 grazie all’attività delle Abuelas. Esprime queste parole nel momento in cui recupera le spoglie di suo padre, il 23 maggio 2012. Le intitola “La verità   illumina ciò che perdura”.

“Per prima cosa, desidero ringraziare tutti i presenti in una giornata così importante per noi che ricerchiamo la Memoria, la Verità, la Giustizia.
Vogliamo condividere questo momento con voi, e con tutte le Argentine e tutti gli Argentini. Grazie al tenace lavoro dell’Équipe Argentina di Antropologia Forense (EAAF) abbiamo recuperato le spoglie di mio padre, Roque “Toti” Orlando Montenegro. Al momento della sparizione, aveva soltanto vent’anni.
Il 5 luglio 2000 mi venne restituita l’identità grazie alla ricerca condotta dalle Abuelas. Ci misi molti anni ad elaborarlo e a cercare di raccordare la mia vita.
Dei miei genitori, la persona a cui ero stata affidata mi aveva raccontato che erano rimasti uccisi nei disordini scoppiati a William Morris il 13 febbraio 1976.
A fare fede è, però, la ricostruzione operata dalla EAAF. Questa accertò che furono imprigionati per parecchi mesi e che mio padre fu vittima dei voli della morte. In altre parole, il sequestro avvenne prima del 24 marzo, confermando l’esistenza di un piano sistematico anteriore al golpe. Non credo esista una parola che possa definire tutte le sensazioni da me provate. Da un lato, il dolore nell’apprendere come sia morto mio padre e nel constatare come sia stato sottoposto ad esperienze che credevo a lui estranee; dall’altro, la pace che solo aver finalmente conosciuto la verità può assicurare.
Un’idea non mi abbandona mai: quella di essere miracolata. Il miracolo compiuto dalle Abuelas. Furono loro a ritrovarmi, grazie agli esami del sangue sulla mia famiglia, a 2.000 chilometri da casa. Ed è un miracolo anche che la EAAF, con una goccia del mio sangue, sia riuscita ad identificare i resti di mio padre abbandonati sull’Uruguay fin dal maggio del ‘76.
Di fronte all’orrore di quanto ci è accaduto, vi è anche la grandezza di un miracolo. E tutto acquista un altro significato.
La battaglia delle Abuelas e delle associazioni umanitarie, l’operato della EAAF ed il contributo di tante persone rimaste anonime hanno permesso di restituire la dignità a mio padre, sottraendolo al destino di NN in una tomba sulle rive dell’Uruguay.
36 anni fa, mio padre aveva solo vent’anni. Uno Stato macchiatosi di genocidio è responsabile per averlo assassinato gettandolo in mare da un aereo. Oggi il mio figlio maggiore ha la stessa età di suo nonno allora. Sono fiera che lo stesso Stato argentino, ma questa volta amministrato da persone di valore, sostenga con forza la tutela e la promozione dei diritti umani. Ciò permette ai miei figli, i nipoti di Toti, di poter alzare in libertà la bandiera della militanza. Alcuni insistono a negare i fatti, altri non vogliono scoprire la verità. Noi, invece, assumiamo un ruolo attivo nella storia, per quanto dolorosa essa sia: riesumando i nostri cari, restituiamo loro la dignità.
Desidero trasmettere, a beneficio di tutti coloro i quali non hanno ancora dato il loro sangue per identificare i familiari, tutta la pace che si prova nel conoscere la verità e nel poter decidere il destino dei resti dei nostri cari.
Ci rende Argentini migliori riuscire ad identificare le spoglie e cantare con più forza ancora “non ci hanno vinti”.
Mio padre è uno dei “corpi” a cui fa riferimento Rodolfo Walsh nella sua Lettera Aperta alla Giunta Militare e rappresenta una prova inconfutabile della macabra strategia adottata dalla dittatura. Ma, sopratutto, è mio padre. É il nonno dei miei figli, il fratello dei miei zii. É la persona che, da un po’ di tempo, mi manca. Ed è colui il quale, in qualche maniera, insieme al conforto della mia famiglia, mi ha aiutato e mi aiuta a ricostruire la verità, quella verità che “illumina ciò che perdura”, tutto quello che continueremo a fare.
Grazie a tutti.”

Esistono storie che portano ad un nuovo inizio, una promessa, un messaggio. Un nuovo inizio è una possibilità offerta alla libera decisione di un uomo. Politicamente, equivale alla verità. Questo inizio è garantito da ogni nuova illuminazione. Se “la verità illumina ciò che perdura”, come afferma Victoria, rende anche possibile un nuovo spazio per la vita.

di Alicia Lo Giúdice
Psicoanalista, laureata in Psicologia clinica all’Università Nazionale di Buenos Aires. Professoressa Associata alla cattedra di Clinica dei Bambini e degli Adolescenti presso la Facoltà di Psicologia, Università di Buenos Aires. Nella
stessa Facoltà insegna anche nei corsi postlaurea e di aggiornamento.
Autrice di diversi testi sul Diritto all’Identità e sull’attività delle Abuelas di Plaza de Mayo. Direttrice del “Centro di Attenzione per il Diritto all’Identità
delle Abuelas di Plaza de Mayo” e responsabile dell’area psicoterapeutica dell’Associazione.

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