Diventare grandi al tempo della dittatura

Il 27 giugno 1973 in Uruguay è avvenuto il colpo di stato ordinato da Juan Maria Bordaberry. Questo evento ha segnato la società, tanto che, a più di quarant’anni di distanza, la sua identità è ancora “desaparecida”. Io avevo poco più di tre anni. Noi bambini cresciuti sotto la dittatura, soprattutto coloro i quali appartenevano a famiglie politicamente coinvolte dalla parte dell’opposizione e della lotta al terrorismo di Stato, abbiamo convissuto con la paura. La paura è diventata una seconda pelle. Se tuo padre o tua padre erano detenuti politici, cercavi di nasconderlo. Era necessario. Ma quando accadeva che qualcun scopriva il tuo “segreto”, eri costretto a giustificarti, a spiegare che i tuoi genitori non erano cattivi, ma, semplicemente, desideravano un mondo migliore per tutti. Non sempre gli altri ti credevano. Anzi, quasi mai. Noi figli di desaparecidos, di vittime dei militari, di detenuti politi ed esiliati, ci siamo politicizzati, per forza, molto presto. Vivevamo due realtà diverse, in casa e fuori. A casa, papà o mamma, o entrambi, in molti casi, non c’erano. Siamo cresciuti con i nonni o con gli zii. La quotidianità era scandita dalle visite in carcere e dal sentir parlare di argomenti che altri bambini non sapevano nemmeno che esistessero. Siamo cresciuti presto, comprendendo queste discussioni, partecipando ad esse pur essendo ancora poco più che bambini. Poi c’era la realtà fuori casa: la scuola, il centro sportivo, gli amici. Qui non si poteva parlare di ciò che si diceva in casa. Non potevi nemmeno nominare tuo padre. Di domenica, i bambini uscivano con i genitori, in gita, al mare, a fare un giro in bicicletta, al cinema. Le gite della domenica dei figli dei detenuti, quelle fortunate, conducevano al carcere ad incontrare mamma o papà. Vigeva il divieto di abbracciarsi, baciarsi, toccarsi. Per gli “altri” bambini, noi eravamo i figli dei cattivi mostrati alla televisione. Per un bambino cresciuto ai tempi della dittatura appariva normale vedere i militari sequestrare qualcuno per strada all’improvviso o procedere all’identificazione. Era normale anche sapere di non poter parlare di alcuni argomenti o utilizzare determinati termini, rivolgere domande, chiedere spiegazioni, soprattutto per i bambini provenienti da famiglie politicamente schierate contro la dittatura. Crescere sotto la dittatura, per alcuni di noi, è significato abituarsi alle irruzioni periodiche dei militari in casa. Senza chiedere il permesso, mettevano tutto sottosopra, senza alcun pudore. È significato anche sapere che nel giardino di casa, sotterrati molto bene, c’erano i libri con la vera storia del tuo Paese e i dischi dei cantautori che inneggiavano alla libertà e alla verità. Non potevi, però, confessarlo a nessuno. Era un “segreto di famiglia”. Diventare adolescenti ai tempi della dittatura significava che non erano i tuoi genitori ad impartirti le regole sugli orari di rientro a casa, ma il regime, con il coprifuoco. Non potevi trattenerti in piazza a chiacchierare con i tuoi amici dopo una certa ora, solitamente il tramonto: venivi considerato un elemento pericoloso. Potevano arrivare i militari e portarti via. Al liceo era difficile trattenere la tentazione di esternare al professore di storia, generalmente non un vero professore, che tu conoscevi un’altra storia. Esisteva perfino un provvedimento in seguito al quale poteva esserti revocato lo status di studente. È possibile immaginare oggi che uno studente venga privato del diritto di studiare? Il regime autoritario ha ferito gravemente l’intera società, non solo i militanti. Ognuno, a modo suo, ha avuto paura. Chi per il coraggio di esporsi, chi per la codardia di non farlo. Quella nata e cresciuta dalla dittatura è la seconda generazione a subire direttamente il terrorismo di Stato. Oggi esistono associazioni che accolgono coloro i quali ricercano verità e giustizia per i fatti accaduti durante il regime. Ci si confronta con altre persone che hanno vissuto le stesse situazioni e provato le stesso sensazioni perché, per molti anni, non esistevano interlocutori con cui farlo. A noi, cresciuti sotto la dittatura, hanno tolto la spontaneità. Ci hanno lasciato quella sensazione di allerta costante, diventata, ormai, un’abitudine. Nella generazione nata negli anni ’70 c’è chi, ancora oggi, si chiede chi sia veramente, quali siano le sue origini, se anche lui sia figlio o figlia di un desaparecidos. Alcuni trovano il coraggio di cercare la verità. Alcuni trovano le risposte. I golpe in America Latina, divampati nell’ambito dell’operazione Condor, furono  colpi di Stato fascisti. Hanno lasciato traumi e dolore indelebili. La psicologa uruguaiana Maria Celia Robainna afferma correttamente che il colpo di Stato rientra nella nozione di catastrofe: una “catastrofe sociale” perché esiste un prima e un dopo. Il terrorismo di Stato annientò la vita democratica e lo Stato si trasformò in una macchina di distruzione abbandonando il suo ruolo di garante. È molto difficile ricordare la violenza e l’orrore. Ma le vittime meritano che la società tutta, il mondo intero condanni ad alta voce questi crimini. Personalmente, le mie ferite sono ancora aperte. La mia memoria è intatta e la paura è ancora una seconda pelle della quale non sono riuscita a spogliarmi totalmente. Mi considero, e di fatto lo sono, come tanti altri, una vittima del terrorismo di Stato. A nome della mia generazione, di quella dei miei genitori, e di quelle successive, fino all’attuale, desidero, pretendo ed esigo la verità e giustizia. È un urlo disperato che non possiamo silenziare finché non le avremo ottenute.

di Ana Gabriela Pereyra

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